Cultura
il senso di realtà •
Il guardo escluso, da Leopardi a Byung-Chul Han
Accorgersi che non siamo più abituati a osservare, soffermarsi sulle cose e lasciarsi sorprendere. Gli antidoti si trovano in qualche voce d’autore
26 SET 26

Foto ANSA
Poche altre cose, per gli amanti della scrittura diaristica, frammentaria, eguagliano l’esperienza di smarrirsi – e puntualmente, in esse, ritrovarsi – nelle pagine dello Zibaldone. Troppo avvincente e oserei dire spassoso peregrinare tra annotazioni e frammenti talora curiosissimi, qui più estesi e là appena accennati, talora folgoranti, d’innegabile fascino nella loro capacità di portare il lettore alla scrivania di Leopardi, nella concretezza di istanti particolari, nel suo pensiero, nella sua osservazione. Ecco, l’osservazione: “Nell’autunno – si legge a un certo punto – par che il sole e gli oggetti sieno d’un altro colore, le nubi d’un’altra forma, l’aria d’un altro sapore. Sembra assolutamente che tutta la natura abbia (…) un sembiante tutto proprio di questa stagione”. Vi si può cogliere, nella corrispondenza di questo abbrivio autunnale, l’invito a riscoprire la densità di un’esperienza che nella nostra epoca appare sempre più fragile: quella, appunto, del semplice osservare. E’ una dimensione spesso data per scontata, eppure da più parti individuata come porta socchiusa su inaspettati tesori e – per citare una voce tra le tante possibili – posta da Umberto Saba a fondamento della poesia stessa: “Io siedo alla finestra e guardo. / Guardo e ascolto. Però che in questo è tutta / la mia forza: guardare ed ascoltare”. Semplice e suggestivo, eppure quanto lontano dalla vita ordinaria: quando capita un momento di quiete la mente divaga, si affolla di mille pensieri, è restìa a soffermarsi sulla spoglia osservazione (“Se la nostra vita fosse un eterno stare alla finestra”, scrisse Fernando Pessoa), talora tende persino a evitare un silenzio che può risultare scomodo. Riscoprire il fascino di una relazione con la realtà fondata non sulla dimensione funzionale, ma sul puro guardare, è una possibilità tutt’altro che scontata, se anche il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han in uno dei suoi scritti (Le non-cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, 2022) nota che “oggi le cose precipitano sempre più sullo sfondo della nostra attenzione, (…) non le percepiamo più nella loro alterità o estraneità. In tal modo si indebolisce il senso di realtà”.
Viviamo, insomma, in un tempo nel quale il soffermarsi sulle cose – ciò che Simone Weil definiva il “sentire in tutto il proprio essere l’esistenza del mondo” – è un gesto rivoluzionario: forse si può imparare qualcosa dai bambini, i quali conoscono il mondo innanzitutto con gli occhi, e scoprire così che, come nota l’esploratore Erling Kagge in un affascinante libro (Camminare. Un gesto sovversivo, Einaudi, 2018), “quando mi guardo intorno vedo cose di valore ovunque” o, analogamente, lasciarsi sorprendere dalla suggestiva intuizione di Franco Arminio: “Io guardo ogni cosa come se fosse bella. E se non lo è vuol dire che devo guardare meglio” (La cura dello sguardo, Bompiani, 2020).
E’ una coscienza che affiora a più riprese tra gli scritti di grandi autori e che viene descritta da Cesare Pavese nei Dialoghi con Leucò: “Sappiamo che il più sicuro – e più rapido – modo di stupirci è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest’oggetto ci sembrerà – miracoloso – di non averlo visto mai”. L’inaspettato stupore per ciò che diremmo ordinario è la voce segreta di una realtà che si illumina maggiormente quando tutto tace. E’ a questo livello elementare e profondo a un tempo che si scopre quanto il silenzio, suprema forma di rispetto dinanzi all’essere, sia talora ben più eloquente della parola, come mostra, in un piccolo aneddoto, il poeta catalano Joan Maragall: durante una passeggiata sul mare, si accorse che chi giungeva di fronte all’orizzonte, colto da inaspettata meraviglia, ammutoliva d’un tratto: “Vennero due marinai silenziosi, si piantarono davanti alla costa immensa e tacquero per un bel po’, uno a fianco dell’altro. Poi uno dei due, senza muoversi né girarsi verso l’amico, disse: ‘Guarda’”. Commenta Maragall: “Tutto il resto è parlare a vuoto”.