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Guth per Mozart. Uno spettacolo memorabile a Napoli
“Mitridate”, il genio a 14 anni. Al San Carlo di Napoli coprodotta con Madrid, Barcellona e Francoforte, e la recitazione sempre eccellente
26 SET 26

Foto ANSA
Ogni volta che si ascolta Mitridate, Re di Ponto si resta basiti che l’abbia potuto scrivere un quattordicenne, anche se si chiamava Mozart. Potenza del risotto giallo o del panettone, sta di fatto che nel 1770 a Milano il ragazzotto era già un operista fatto e finito (vero però che gli altri due titoli della “trilogia milanese”, Ascanio in Alba e Lucio Silla, non sono altrettanto potenti). È però un’opera difficile da mettere in scena perché, a parte i sovrumani virtuosismi richiesti ai cantanti, è in pratica una successione di arie col daccapo, benché una più bella dell’altra. Di solito, la si risolve facendo un concerto in costume. Ma se c’è un regista vero e non uno dei soliti arredatori d’interni, le cose cambiano. Al San Carlo di Napoli l’hanno coprodotta con Madrid, Barcellona e Francoforte e affidata a Claus Guth. L’intrigo familiare dei due fratellastri che amano la promessa sposa del padre padrone creduto morto, e che invece è inopinatamente vivo, si svolge in una dimora altoborghese minimalchic, tipo casa nella Ztl, appunto, di Milano. Poi però la scena rotante gira e svela un semicerchio astratto che diventa il luogo degli incubi e delle nevrosi dei personaggi, con i loro immancabili doppi e tripli e sestupli affidati a una squadra di mimi eccellenti che compongono tableaux di raffinata bellezza.
La recitazione è sempre eccellente, fra l’altro con spruzzate di ironia che in queste marmoree opere serie sono benvenute (il libretto di Vittorio Amedeo Cigna-Santi dal Mithridate di Racine, accomodato per Milano probabilmente dall’abate Parini, è però assai bello); i costumi, ovviamente contemporanei, con grave scandalo delle care salme ignare che alla prima assoluta pontici e romani vestivano guardinfanti, parrucche e scarpini con il tacco, cioè appunto abiti contemporanei. Unico errore, non chiudere la prima parte sull’unico duetto, quello, sublime, fra Sifare e Aspasia, che è lì apposta. Per il resto, spettacolo semplicemente memorabile.
Sul podio, Riccardo Frizza dirige con molta efficacia e altrettanto sostegno al palcoscenico un’Orchestra in buona forma. Certo, per questo repertorio siamo ormai avvezzi a complessi storicamente informati, impossibili però per teatri che hanno orchestre stabili “normali”. Non è un caso che la movida baroccara passi soprattutto da quelli che non ne dispongono, come gli Champs-Elysées o l’An der Wien, o che hanno avuto la lungimiranza di formare complessi barocchi, come l’Opernhaus di Zurigo. Ma Mitridate è soprattutto un’opera “da cantanti”: e a Napoli per fortuna c’erano. Il vertice della serata è stata l’aria “Lungi da te, mio bene”, con il cornista che sale in scena a sottolineare il suo carattere onirico (un celebre topos dei mejo Pizzi degli anni Ottanta; all’opera come nella moda e nella politica, nulla è più nuovo del vecchio): Mariangela Sicilia l’ha cantata commuovendo tutto il teatro. Al suo eccellente Sifare tiene bravamente testa una spericolata Sara Blanch-Aspasia, in una di quelle parti acutissime e fioritissime che andavano di moda nella seconda metà del Settecento suscitando l’irritazione degli artisti della prima, come Metastasio e Farinelli. Il tris di donne è completato da Giuliana Gianfaldoni, che per Ismene canta perfino troppo bene. Quanto agli uomini, Giovanni Sala non stava bene, ma è stato lo stesso un Mitridate di grande spicco, tic nervosi compresi; Franco Fagioli abusa forse un po’ troppo del registro di petto, ma arrivato a “Già dagli occhi il velo è tolto” sale in cattedra, e la cadenza è fra le più lunghe che si siano ascoltate negli ultimi lustri. Insomma, si gode assai.