Cultura
FACCE DISPARI •
Antonio Florio, il discepolo di Rota che riscopre musica dimenticata
"Musica barocca ancora celata negli archivi? Ce n’è tanta e anche sparsa per il mondo. Ne abbiamo ritrovata persino nelle biblioteche di Ottawa e di Münster, ma è importante che la città si renda maggiormente consapevole di tale eredità". Intervista

Un giorno Nino Rota tranquillizzò il ragazzo inquieto che era tra i suoi pupilli al Conservatorio ‘Niccolò Piccinni’: “Sarà la vita stessa a indirizzarti verso ciò che devi fare”. Fu così, perché di lì a poco Antonio Florio, barese del 1956, scoprì la propria vocazione artistica nell’impervio percorso della musica antica. Fondatore e direttore dell’ensemble Cappella Neapolitana, accademico di Santa Cecilia, Florio ha scoperto e continua a riscoprire compositori e composizioni non più eseguite da secoli, come quelle del caposcuola secentesco napoletano Francesco Provenzale; i madrigali di Fabrizio e Scipione Dentice; mottetti di Gaetano Veneziano; opere di Gaetano Latilla, Giovanni Paisiello, Domenico Scarlatti, Leonardo Vinci (tra cui “Li Zite ’n galera” e “La Partenope”). Ha ripescato partiture da biblioteche italiane, straniere e specialmente dall’archivio musicale dei padri oratoriani custodito nel Complesso monumentale dei Girolamini.
Una felice “caccia al tesoro” che avrebbe deliziato Rota e testimonia la sua magica influenza sui discepoli più cari, di cui ebbe modo di parlare anche un altro pupillo barese, il maestro Nicola Scardicchio, in una intervista al Foglio alla vigilia di Natale del 2022.
C’è una scoperta di cui va più fiero?
Mi hanno emozionato tutte e sono centinaia. Per rendere un’idea, occupano novanta faldoni della mia biblioteca. Se dovessi indicarne solo alcune direi i lavori di Leonardo Vinci, che era un autore sottovalutato ma che adesso si esegue in tutto il mondo, e quelli di Francesco Provenzale, un altro grande dimenticato.
Salvatore Di Giacomo non riusciva a spiegarsi come “un artista così altamente collocato dall’opera sua creativa e dal suo fecondo insegnamento” patisse un’avversione tradotta nell’oblio.
La dimenticanza è durata dalla morte di Provenzale nel 1704 sino a noi, finché con le scoperte fatte assieme al musicologo Dinko Fabris, mio prezioso compagno d’avventure, abbiamo riscritto una pagina di storia che gli ha restituito la dignità di caposcuola. Ho portato in scena a luglio “Il (Lo) schiavo di sua moglie” al Festival della Valle d’Itria a Martina Franca, un’opera non eseguita da 354 anni, e ha riscosso un enorme successo. Un altro inedito ho proposto il 20 settembre scorso ai Girolamini: il mottetto a quattro voci “Quo fugiam, misero” ritrovato proprio nell’archivio oratoriano.
Le ricerche si sono trasfuse nella produzione discografica?
Sono testimoniate da una cinquantina di dischi: una collezione è disponibile su Spotify. Tra le registrazioni più recenti c’è una pietra miliare del teatro buffo: il più antico intermezzo comico napoletano, attribuito al sacerdote Francesco Antonio Boerio. Il dvd s’intitola “Bello tiempo passato” ed è ispirato alla commedia dell’arte con quattro personaggi che cantano ciascuno in un idioma: italiano, napoletano, spagnolo e un dialetto calabrese quasi del tutto inventato. L’ultimo cd è “Son regina e sono amante”, un omaggio a Niccolò Piccinni mio insigne conterraneo, con brani di opera buffa e seria interpretati dal soprano Rosa Feola.
Come ricorda Rota?
Lo conobbi quando avevo quattordici anni al Conservatorio di Bari dove mi diplomai in violoncello, pianoforte e composizione. Quando andò in pensione restammo in contatto: era un riferimento paterno, una persona di curiosità insaziabile e dalla cultura spaventosa, che dominava il latino e il greco al punto di parlarli. Mi seguì passo per passo negli studi e se faceva un viaggio all’estero mi riportava libri di musica allora introvabili in Italia. Ebbi anche la fortuna di assistere ai suoi incontri con Fellini quando lavoravano alle colonne sonore perché vivevo a Roma, dove mi perfezionai con due famosi didatti: il violoncellista Giuseppe Selmi e il direttore della Cappella Giulia, Armando Renzi. Poi Rota m’introdusse a Francesco D’Avalos, compositore napoletano di nobiltà antichissima, che viveva nell’immenso palazzo di famiglia. Faticava a mantenerlo e a restaurarlo, ma vi ricevette anche la famiglia reale inglese. Purtroppo la sua città sa anche essere ingrata e di memoria corta, per cui gli ha sempre reso scarso riconoscimento.
Perché lei si trasferì a Napoli?
Fu per Rota e D’Avalos: venne a mancare un violoncello a “La gatta Cenerentola” di Roberto De Simone mentre la tournée faceva tappa a Zurigo e loro due mi mandarono a sostituirlo. Rimasi con De Simone anche per il successivo “Mistero Napolitano”, quindi mi appassionai all’indagine sul repertorio barocco. La città viveva in quegli anni un magnifico fermento artistico e proseguì malgrado il terremoto del 1980 e le difficoltà che ne seguirono. Mi dedicai alla ricerca musicologica e nel 1987 fondai la Cappella Pietà de’ Turchini, dal nome di uno dei quattro antichi conservatori partenopei, poi ribattezzata con il nome attuale di Cappella Neapolitana.
Quanta musica barocca resta ancora celata negli archivi?
Ce n’è tanta e anche sparsa per il mondo. Ne abbiamo ritrovata persino nelle biblioteche di Ottawa e di Münster, ma è importante che la città si renda maggiormente consapevole di tale eredità. E che venga associata nella memoria collettiva anche a questa enorme produzione e non soltanto alla canzone classica napoletana, di cui pure non discuto la bellezza.