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Le guerre, il comunismo, la rovina: corre veloce il secolo lungo dei Lázár
Il romanzo di Nelio Biedermann, ventitreenne studente all’Università di Zurigo, ha conquistato le classifiche tedesche. C'è da sperare che riesca ad affermarsi anche in Italia
23 SET 26

Foto ANSA
Ventitré anni. Un romanzo di 300 pagine che inizia con il secolo scorso – quel Novecento che gli scrittori della sua generazione considerano remoto, quindi indegno di un’occhiata. Un successo editoriale con pochi precedenti, ora che il Terzo millennio ha diminuito la passione e le tirature (qualcuno parla di grandi letture quando eravamo solitari con il Covid; resta qualche dubbio: la disperazione ha spinto a comprare qualche libro, e basta). La speranza, per noi lettori, che la dannazione chiamata autofiction passi come finora son passate tutte le mode.
Il successo è partito dalla Germania. I Lázár di Nelio Biedermann, studente all’Università di Zurigo, è rimasto in classifica una trentina di settimane (in Italia lo ha appena pubblicato Guanda, vedremo come andranno le nostre classifiche: da un po’ non si possono guardare senza soffrire). Il New York Times gli ha dedicato un ritratto, Il New Yorker un articolo che nel titolo parlava di “Wunderkind” – ragazzo prodigio. Capace di raccontare la propria famiglia, negli anni dal 1900 al 1957 in Ungheria, con curiosità verso il passato ma senza lagne. Attraverso due guerre mondiali, il comunismo, la rivolta, l’esproprio del castello di famiglia, che piano piano cade in rovina.
Le vicende dei Lázár , piccola nobiltà ungherese – così distaccata dal mondo che il barone Sándor legge i giornali del giorno prima, tanto impiegano per arrivare da Budapest – iniziano con la nascita di Lajos. “Il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare”. L’atmosfera è da favola, il lettore è subito interpellato, dal romanziere giovane ma non ignaro del mestiere e dei suoi trucchi, che gli chiede: “Vuoi stare al gioco?”. Fuori si gela, il padre è molto contrariato alla vista del piccolo, la sorella Ilona non ha dubbi: “È un mostro”.
Il barone padre si domanda se il neonato, quando toccherà a lui, sarà capace di premere “l’anello gentilizio verde scuro nella ceralacca rossa”. L’anello con la pietra verde ci accompagnerà in tutto il romanzo, a conferma che il giovane scrittore ci sa fare. Diventerà ingombrante quando al castello arriveranno i funzionari comunisti, per l’esproprio. Lajos, che nel frattempo è cresciuto e si è irrobustito, lo ha inghiottito per nasconderlo.
Nelio Biedermann non dimentica la storia – parecchi capitoli iniziano con un riferimento storico o addirittura con una data. Senza avere mai la pesantezza del romanzo storico. Soprattutto quelli scritti da chi, trovandosi fuori tempo massimo, per dimostrare che ha studiato e diligentemente preso appunti aggiunge particolari su particolari. Inutili, il più delle volte.
I Lázár corre veloce, ma ci sono tutti i dettagli giusti per caratterizzare i personaggi. Ilona la sorella di Lajos, per esempio, che quando arrivano i tempi grami se ne va in America. La madre Mária che si allena alla menzogna – “non sai mai quando ti potrà servire” – e si procura ogni giorno ferite al braccio. Quasi impercettibili: a notarle sarà il giovane garzone Pál. La servitù che vive ai piani bassi osserva ogni cosa, e tiene il segreto. I bambini vengono cresciuti a semolino, e comunque i pasti sono un supplizio. Guai a far cadere le pesanti posate d’argento, per punizione vieni trascinato in un altra stanza e picchiato, mentre gli ospiti continuano a mangiare. A cinque anni il bambino viene affidato a un precettore, uno scrivano pratico soltanto di lettere d’amore. Questo faceva durante la guerra, e questo insegna.
Nel ritratto che gli ha dedicato il New York Times, Nelio Biedermann racconta di aver visitato con il padre i castelli in Ungheria che un tempo appartenevano alla famiglia, fuggita nel 1957. Ha iniziato a scrivere durante il Covid: a scuola aveva vinto 200 franchi, per un racconto sulla fine del mondo. A questo suo primo romanzo ha lavorato cinque anni.