Il san Maurizio nero di Magdeburgo, simbolo perfetto per l’Europa di oggi

Una statua misteriosa e un interessante libro tra storia e idee. Chissà se quelli dell’AfD tra un programma di remigrazione e l’altro si sono accorti di avere un santo patrono africano

22 SET 26
Immagine di Il san Maurizio nero di Magdeburgo, simbolo perfetto per l’Europa di oggi

Statua di san Maurizio nella cattedrale di Magdeburgo (foto Getty)

Sia perdonato un pizzico non di amor proprio, ma di affetto al nome che mi è stato donato, se si ricorda qui che oggi è san Maurizio. Il santo generale della Legione Tebea ai tempi di Diocleziano e del suo co-imperatore Massimiano, notori persecutori di cristiani, che dall’Africa fu inviato con i suoi seimila e seicento legionari in Gallia (la globalizzazione degli eserciti, no diserzioni) per sedare una rivolta. E lì fu martirizzato, in un villaggio del Vallese, Agaunum oggi Saint-Maurice-d’Agaune, perché – a seconda di due diverse tradizioni agiografiche – si rifiutò con i suoi soldati di sacrificare all’imperatore o perché si rifiutò di uccidere popolazioni cristiane “ci dichiariamo cristiani e non possiamo perseguitare altri cristiani”. Da lì un culto diffuso e testimoniato dalle tante Saint-Moritz o San Maurizio sparse di qua e di là dalle Alpi. Iniziarono forse i burgundi, poi senza dubbio i Duchi di Borgogna come il franco Rodolfo II. Finché, poco prima dell’anno Mille, fu un imperatore germanico, ma con la grande ambizione di ricostruzione il Sacro romano impero guardando al mito di Roma, Ottone I, a legarsi alla devozione per Maurizio e le sue sacre reliquie. E ne fece il santo protettore dell’impero. Oggi diremmo, con Lucien Febvre, l’Europa renana e continentale.
Un africano. Ma allora la cosa non era troppo importante. O insomma i concetti di luoghi, confini, razze e persino colore della pelle non erano così definiti. “Diciamo che non c’era, e tanto fa”, direbbe il poeta.
Che avesse la pelle nera di etiope (letteralmente “bruciato dal sole”, secondo Erodoto), fosse un moro della Mauritania (Mauro, Maurizio) o della Nubia per secoli contò poco anche nell’arte. Tra i miei preferiti (pardon), c’è ad esempio la statua in puro gotico sul portale meridionale di Chartres, con la lancia e i riccioli che sanno già di Rinascimento; o il magnifico Martirio di san Maurizio di El Greco all’Escorial, un hidalgo persino pallido nella barba scura. Ce ne invece sono altri, più sconosciuti – tavolette devozionali o miniature altomedievali, che non fanno mistero, o forse proprio non si curano, delle origini africane del santo.
Ma è da un’altra statua, non troppo conosciuta, e da un interessante saggio storico che la mette in copertina e ne ricostruisce simboli e contesto che può partire un piccolo racconto che arriva a lambire l’attualità. E’ la statua di san Maurizio scolpita tra il 1220 e il 1250, due secoli dopo il culto voluto da Ottone, conservata nella cattedrale di Magdeburgo, antica sede imperiale e capitale della Sassonia-Anhalt, dove oggi spopolano e neo nazisti. Una statua importante, che ha per la prima volta – in pratica l’unica volta – i tratti e la pigmentazione del volto di un uomo indubitabilmente africano. Chissà se quelli dell’AfD tra un programma di remigrazione e l’altro si sono accorti di avere un santo patrono africano.
Il libro che racconta questa storia non è un pamphlet politico, ma un saggio storico corposo, complesso e sfaccettato da poco pubblicato da Mulino. Il titolo è Il santo, l’etiope e il diavolo - Avere la pelle nera nel medioevo, l’autore è lo storico Giuseppe Albertoni, ordinario di Storia medievale a Trento. Come si intuisce dal titolo, collega il lavoro specialistico sulle fonti a uno sguardo più ampio e contraddittorio, con qualche propensione alla presa in carico di dibattiti e filoni di cultural studies contemporanei, non tutti essenziali, forse, per comprendere una vicenda che affonda le radici nellea mentalità e concezione religiosa di mille anni fa. Come ragionare su concetti come popolo, lingua e colore della pelle in un medioevo che non aveva elaborato alcuna idea di razza? Né tantomeno aveva riflettuto sulla simbologia del “nero” non solo come straniero, non solo come barbaro, ma anche come elemento diabolico e manifestazione cutanea del peccato che pure veniva spesso usata da dotti e predicatori. In un’epoca in cui gli individui non solo di pelle nera, ma anche semplicemente provenienti dal nord Africa, non erano molti in Europa: spesso schiavi, quasi sempre nemici. Dopo che, come diceva Pirenne, Maometto aveva diviso il Mediterraneo. Chi era un “nero”, un barbaro, un “etiope” per un franco-tedesco del X secolo? E’ curioso scoprire che il colore nero (la barba, i fregi di battaglia) poteva essere riferito agli ungari o ai magiari o agli slavi esattamente come dai tempi di Carlo Martello erano neri i saraceni. Insomma a tutti quei popoli – spesso più selvaggi – considerati “nemici” della propria enclave sociale e della propria ecumene religiosa (pagani, ariani, islamici e neri finivano nello tesso calderone).
Il saggio di Albertoni è ricco e denso, impossibile qui riassumerlo. A noi, nel giorno della festa del santo, interessa soprattutto scoprire come nasce il culto di questo soldato romano che si ribella all’imperatore pagano e così si accredita come difensore di quello cristiano. Dice la leggenda che Ottone avesse la Sacra lancia di Maurizio (già di Longino) e ancora visibile all’Hofburg di Vienna, quando vinse la cruciale battaglia di Lechfeld. Furono i duchi di Borgogna, che regnavano sul Vallese, a fondare la potente Abbazia di Agauno. Fu probabilmente da Rodolfo II a donare a Ottone alcune reliquie. Anche se studi più recenti ipotizzano di una provenienza diversa, forse sassone, dal Wessex: per via di dote maritale, che avrebbe portato all’imperatore la Spada di Costantino, la lancia di Carlo Magno, ovvero la Sacra lancia di Maurizio, e il vessillo di san Maurizio. Nel 961 Ottone I fece trasferire le spoglie del santo Magdeburgo, il mito era fatto e il culto atraverserà i secoli. Che fosse un africano sembra no importasse molto. Leggere le cronache medievali è come leggere il Manuale di zoologia fantastica di Borges, quando parla della pantera d’Africa. Vietato applicare categorie moderne. Come insegnava Gombrich a proposito del rinoceronte che Dürer dipinse senza averlo mai visto, la cosa decisiva non è quel disegno, ma il fatto che per secoli tutti abbiano continuato a disegnare l’animale fantastico di Dürer pur avendo visto dal vivo il rinoceronte vero. Allo stesso tempo è difficile applicare consapevolezze sui popoli africani o la simbologia dei colori ai medievali, persino sui santi africani, a chi aveva da secoli perso il contatto, se non mitizzato, con la chiesa d’Etiopia. Ancora a metà Quattrocento, Beato Angelico dipingeva la sua Tebaide come un paesaggio toscano.
Ma nel frattempo Maurizio è diventato defensor fidei e patrono dell’impero cristiano europeo: “La sovrapposizione tra il potere taumaturgico del corpo di san Maurizio e quello della Sacra lancia ‘per la salvezza di tutta la patria’” diventa fatto acquisito. Si creò un “legame tra san Maurizio, la Sacra lancia e la lotta contro i pagani e le tenebre del peccato… che tracciarono una via seguita nei decenni successivi dai re di Germania”.
Che avesse la pelle differente – e addirittura del colore del diavolo – non sembra fosse un ostacolo. Del resto lo stesso Agostino, quando scriveva degli etiopi che “anch’essi hanno un’anima e grazie a questa anche essi potevano essere inclusi nell’umanità”, evidentemente non ne faceva questione razziale in senso moderno, stava piuttosto affermando l’unità della famiglia umana. Racconta Albertoni, attraverso un reticolo affascinante di studi e rimandi, che a muovere la fantasia dell’anonimo scultore del san Maurizio “nero” potrebbero essere stati nuovi contatti con gli “etiopi” che dal Duecento cominciano a frequentare i porti e i mercati d’Europa: come ambasciatori, mercanti, più spesso schiavi. Secondo alcuni studiosi fu l’influenza di Federico II, che qualche moro in Sicilia potrebbe aver conosciuto davvero. Non si può dire, forse la cosa davvero interessante è che allora non fosse una cosa così importante. Era un difensore della chiesa, quell’ecumene dei popoli cristiani molto guerrieri, ma per i quali l’Africa non era una questione razziale.