Cultura
l'intervista •
Scrivere per sentirsi nella terra del latte e del miele. Conversazione con Jan Brokken
Giornalista, saggista, romanziere, e tutto cominciò da piccolo con un complimento del padre. “C’è qualcosa di divino nel fare, nel creare. E se questo manca, diventa robaccia di poco valore”. L’incontro con García Márquez: “Come lui, ho praticato il giornalismo per undici anni con grande dedizione e intenso entusiasmo”

Jan Brokken nell’81 con Gabriel García Márquez
Romanziere, saggista, giornalista e viaggiatore, Jan Brokken, ha accettato di partecipare alla nostra serie di conversazioni, partendo come tutti dal suo primo ricordo. “Avevo tre anni e otto mesi. Vivevamo in una grande casa ai margini di un villaggio nel sud-ovest dei Paesi Bassi. Nella notte del 31 gennaio 1953, si abbatté sulle province costiere una terribile tempesta – forza 12 sulla scala Beaufort –. Io non sentii nulla e dormii il sonno degli innocenti. Alle prime luci dell’alba, mi alzai e aprii le tende. Dove il giorno prima avevo visto la terra, ora vedevo l’acqua. Le dighe avevano ceduto, il mare e i grandi fiumi si erano riversati sulla terra. Gridai: ‘Mamma, sto sognando’. La tendenza a vivere la realtà come un sogno e il sogno come realtà, sarebbe rimasta per me una costante. L’alluvione fece 1.800 vittime: fu come il diluvio biblico – ma per il bambino che ero, era un sogno”.
Che ruolo hanno avuto i suoi genitori nelle sue scelte culturali ed esistenziali?
“I miei genitori e i miei fratelli erano tornati da poco dall’Indonesia quando io nacqui. Durante la mia infanzia ascoltavo storie sulla vita nei tropici. Volevo anch’io vivere sotto il sole ma vivevo invece sotto cieli uggiosi e piovosi. I miei genitori e i miei fratelli erano stati rinchiusi in campi di internamento giapponesi durante la guerra, luoghi pieni di fame e malattie. Io sono nato dopo, e non avevo vissuto nulla di tutto ciò. Ero un estraneo, uno sconosciuto all’interno della famiglia. Ho conosciuto veramente i miei genitori solo quando erano già morti e io avevo cinquant’anni. Lessi le lettere che mia madre aveva scritto alla sorella. Un tempo mia madre era stata o una giovane donna vivace, curiosa e avventurosa che vedeva il viaggiare – e l’atto di raccontare quel viaggio – come il più alto traguardo che una persona potesse raggiungere. Attraverso i miei libri, ho realizzato quel suo desiderio”.
Lo ha scoperto solo a cinquant’anni dopo che aveva già scritto molti libri?
“Noi non conosciamo i nostri genitori. Li vediamo solo come i nostri genitori. Strano ma vero. Attraverso le sue lettere – più di quaranta lettere, 200 pagine scritte a mano – ho scoperto mia madre prima che lo diventasse. Era diversa; così aperta di mente, così sensibile, somigliava alla persona che sono diventato”.
Come ha deciso di diventare uno scrittore?
“Era un freddo giorno d’inverno e avevo sette anni. Mio padre, che era un predicatore protestante, scriveva sempre i suoi sermoni in un piccolo taccuino con la copertina celeste. In quel giorno d’inverno, impossibilitato a giocare fuori per il maltempo, chiesi a mio padre un taccuino. Me ne diede uno. Lo aprii e scrissi, a lettere grandi e goffe: ‘C’era una volta…’. Mi diede una sensazione meravigliosa – rivelare la vita scrivendola. ‘Non me lo leggi?’, chiese mio padre dopo un po’. Lo lessi ad alta voce. Sorrise e disse: ‘Molto meglio di quel mio sermone’. Credo che sia stato l’unico complimento che mi abbia mai fatto. Ma mi ha trasformato in uno scrittore”.
Come definirebbe cosa rappresenta per lei la scrittura?
“Dà alla mia vita significato e profondità. E’ come respirare. Quando scrivo, non provo mai alcun dolore o fatica. Sono altrove – nella terra del latte e del miele”.
Segue una routine?
“Una volta che ho iniziato una storia o un libro devo scrivere ogni giorno. Anche il sabato o la domenica, a Natale o a Capodanno, devo scrivere per almeno poche ore, per mantenere l’atmosfera e il tono della storia. Se dovessi fermarmi per tre o quattro giorni, dovrei ricominciare tutto da capo per ritrovare quel tono e quell’atmosfera. Un libro dovrebbe essere come un bar in cui entri; hai bisogno di sentirti subito a tuo agio. Raggiungere questo richiede concentrazione – e nient’altro che concentrazione”.
Chi è il più grande eroe non celebrato della letteratura?
“Monique, che divenne Suor Jacques-Marie dopo aver preso i voti. Chiese a Matisse di progettare una cappella per il suo convento a Vence. Lui era un pittore anziano, fragile e malato; lei gli diede qualcosa che definirei innocenza giovanile e amore immacolato. Per testimoniare quell’amore, Matisse creò una cappella usando mezzi molto semplici – un’opera che divenne il culmine della bellezza”.
Lei lo cita: “Quando sono al lavoro, credo in Dio”, e scrive che lo capisce sempre di più.
“C’è qualcosa di divino nel fare, nel creare. E se questo manca, diventa robaccia di poco valore”.
C’è qualche libro che ha amato e che non ama più?
“I romanzi di John Fante. Ero totalmente pazzo di quei libri, erano così incredibilmente audaci nell’atmosfera e nel tono, erano malinconici e avevano un umorismo meraviglioso, e io scrivevo, e scrivevo, e a un certo punto vidi che stavo riscrivendo Chiedi alla polvere e Aspetta primavera, Bandini. Buttai via tutto – assolutamente tutto – e non lessi mai più un altro libro del favoloso John Fante. Quell’autore è pericoloso per me, come un gatto per un topo”.
C’è uno scrittore che non le piaceva, e che ora ammira?
“Ho amato Goethe fin da giovanissimo – nello specifico I dolori del giovane Werther – ma non il Goethe scrittore di viaggi; non trovai il Viaggio in Italia particolarmente accattivante. Eppure, più viaggio io stesso, più ho rispetto per Goethe. L’uomo era così curioso, aperto di mente, moderno, persino arguto – e, soprattutto, incredibilmente pieno di entusiasmo per la vita. Per me, è in tutto e per tutto simile a Bruce Chatwin, anche se li separano due secoli”.
C’è qualcuno che ammira come scrittore pur disprezzandone le idee?
“Naturalmente Céline. Viaggio al termine della notte è il miglior romanzo mai scritto, ma le idee dell’uomo sono così abiette che non desidero nominarle. Ho scritto un libro su Jean Rhys, L’isola di Jean Rhys. Il grande mare dei Sargassi è uno dei romanzi più misteriosi che io conosca: ho vissuto dieci anni su un’isola caraibica e posso affermare che non si possono capire le isole dei Caraibi senza quel libro. Eppure le sue idee politiche erano spesso niente più che farneticazioni da ubriaca”.
Quali sono stati i libri che l’hanno maggiormente influenzata?
“Cronaca di una morte annunciata di Gabriel García Márquez ha avuto un’influenza duratura perché è un romanzo scritto nello stile di un reportage. Ho sempre considerato il reportage come una forma letteraria – anche quando non ero ancora uno scrittore, ma un giornalista, o meglio, reporter. Come Márquez, ho praticato il giornalismo per undici anni con grande dedizione e intenso entusiasmo; Márquez si imbatté nella storia per la Cronaca mentre lavorava come giornalista, e aspettò venticinque anni prima di trasformarla in un brillante romanzo”.
Lo ha conosciuto?
“Per tre anni gli ho scritto una lettera ogni quattro mesi chiedendo un’intervista. Non ha mai risposto. Poi, nel settembre 1981, ho ricevuto la mia lettera con una nota scarabocchiata a margine: ‘Ok, vieni a Parigi – Gabo’. Mi accordai con la sua agente Carmen Balcells che mi assegnò quarantacinque minuti per l’intervista. Ci accordammo per incontrarci a La Coupole, il ritrovo degli scrittori latino-americani a Parigi. Accesi il mio registratore e iniziai a fare la mia prima domanda. ‘Oh no’, disse, ‘sono terrorizzato da tre cose: i dentisti, gli aeroplani e i registratori’. Presi un taccuino e una penna. ‘Oh no’, disse, ‘come giornalista, non ho mai preso appunti. Ascoltavo e ricordavo ciò che trovavo importante; con gli appunti, finisci per trascinarti dietro un sacco di bagaglio non necessario’. Finalmente, feci la prima domanda. Mi guardò e disse: ‘Ragazzo, non è la domanda di un giornalista: la curiosità è quella di uno scrittore che lavora al primo romanzo. Sbaglio?’. ‘No, signore’”.
E poi?
“Nel corso delle ore successive, mi offrì ogni genere di consiglio e mi avvertì delle trappole che potrebbe incontrare un aspirante scrittore. Parlammo per un’intera sera e per una buona parte del giorno successivo. Ho una fotografia: siamo seduti su una panchina del parco, maestro e allievo, e García Márquez sta alzando l’indice. Ricordo ancora il suo primo consiglio: ‘Leggi i classici! Non pensare di inventare tutto!’. Era un gelido giorno di novembre, eppure le mie guance erano infuocate come se fossimo a Macondo”.
Lo ha mai rivisto?
“Quattordici anni dopo, ero all’Avana, a Cuba, e alloggiavo al famoso Hotel Nacional. Nel primo pomeriggio, io e mia moglie prendemmo l’ascensore, e salì un uomo che indossava uno smoking bianco come la neve, accompagnato da una donna che riconobbi immediatamente come Mercedes – la leggendaria moglie di Gabo. Lui mi fissò intensamente, come se stesse spremendosi la memoria. Prima di scendere, disse: ‘Un gelido mercoledì, a Parigi, in un piccolo parco’. E dopo una breve pausa: ‘Allora?’. Intendeva: com’è andata con il tuo primo romanzo? Io feci un cenno di assenso. E lui disse: ‘Ne ero sicuro’. Dopodiché si diresse verso il banchetto che el Líder Máximo Fidel Castro, stava offrendo per lui e Mercedes”.
Qual è la cosa più inaspettata che ha imparato nei suoi viaggi?
“Non fuggire dall’inaspettato; perditi il più spesso possibile – perché è allora che incontri le persone più interessanti – e non dimenticare che ogni uomo o donna ha, almeno una volta nella vita, vissuto qualcosa che ha plasmato la sua esistenza e le ha dato una direzione. Cerca di scoprire esattamente cosa sia”.
Ha scritto ripetutamente sul viaggio: perché è così importante per lei?
“Viaggiare è la scorciatoia più breve per arrivare a sé stessi, insieme alla lettura. Mentre viaggi, continui ad aggiungere alla tua autobiografia, perché nulla nutre la memoria meglio dell’essere in movimento”.
Quando viaggia cosa le manca di più del suo paese?
“La gentilezza. Gli olandesi sono le persone più gentili e disponibili del mondo. E mi manca la mia biblioteca; i miei libri sono i miei animali domestici più cari e fedeli”.
Ritieni che Donald Trump sia un’eccezione nella storia americana o come una conseguenza inevitabile?
“Come la conseguenza di una democrazia in crisi e di una cultura in declino. Ciò che trovo disdicevole è che tutti quei grandi scrittori e artisti americani – che hanno fatto la predica a noi non-americani per decenni – stanno ora opponendo una resistenza così debole contro Trump”.
Personalmente, credo che lui rappresenti, tra molti altri fattori, una reazione agli eccessi della cultura woke e del politicamente corretto: è d’accordo?
“Mi sono sempre chiesto cosa comporti il politicamente corretto. Significa accettare i principi fondamentali dello stato costituzionale democratico e considerare la Costituzione come il principio guida per ogni azione politica e sociale? In tal caso, sono politicamente corretto al mille per cento – e non dovrebbe esserlo chiunque? Ho viaggiato attraverso i paesi baltici per undici anni; so cosa può scatenare l’essere politicamente scorretti: corruzione, ricatto, pratiche mafiose, pura arbitrarietà e la legge del più forte e di chi grida più forte. Per quanto riguarda il woke, sta uccidendo ogni libertà artistica, ma questo non è il problema principale per gli elettori di Trump”.
Qual è il suo rapporto con la religione?
“Credo in Dio quando ascolto Bach o guardo un Van Gogh; si può trovare Dio nella creazione e nella ricerca del Superiore e dello Spirituale. Tutta la mia educazione è stata religiosa – protestante. Una volta ho scritto: se dovessi liquidare Dio come qualcosa di ridicolo, tutta la mia infanzia si trasformerebbe in una farsa. La questione se Dio esista mi occuperà fino al mio ultimo respiro. Nella mia storia Il pittore e la suora, un pittore dice: l’artista che non si impegna nella lotta con Dio, non potrà mai essere un grande artista”.
Come le sembra il primo Papa americano?
“Ero un grande fan di Papa Francesco perché era così umano e umile in mezzo ai poveri e agli oppressi – che è, dopotutto, l’aspetto più bello del messaggio biblico. Ma il suo successore sembra continuare sulla stessa scia”.
Come interpreta i continui attacchi che gli rivolge Trump?
“Non capisce nulla di quali siano i valori umani essenziali. E questo si avvicina alla mia idea del diavolo”.