Cultura
Magazine •
L’organizzazione della società. Mandeville, le sue api e l’inutile catalogo delle virtù
Con la sua “Favola”, ora finalmente in italiano, il filosofo destò scandalo. Elogio dei vizi, del lusso e dell’insaziabile sete di approvazione che è all’origine della morale umana
21 SET 26

“La Favola delle api” di Mandeville è appena uscita per Silvio Berlusconi Editore, per la cura di Andrea Branchi (John Closterman, “Portrait of Bernard Mandeville”)
"Mai ebbero api un governo più eccellente, / né mai furono api più inquiete e scontente”. Bernard de Mandeville è a Londra da una dozzina d’anni quando pubblica il poemetto L’alveare brontolone (The Grumbling Hive). Intorno a sé vede una società prospera e fiorente, forse la più prospera e fiorente che si sia mai vista.
Nel 1652 un armeno di Smirne, Pasqua Rosée, mette su una specie di capanno, dove per la prima volta si serve caffè: il “vino dei turchi”, dalle cerimonie dei dervisci e dalle botteghe di Istanbul, arriva nel cortile di una chiesa anglicana. Un chiosco è un luogo di passaggio, smercio rapido e poche sedute. Ma Rosée ha talmente successo che presto si installa in un immobile con tutte e quattro le pareti. Nei quarant’anni successivi, a dispetto dei medici che alimentavano la paura che la nuova bevanda producesse tremori agli arti, disturbi cardiaci e persino impotenza, aprono all’incirca duemila caffè in tutta la città: uno ogni trecento abitanti. Più o meno nello stesso periodo dall’Olanda viene importato un distillato di cereali aromatizzato al ginepro. Durante la Guerra dei Trent’anni, nelle Fiandre i soldati inglesi l’avevano visto buttar giù dai colleghi in procinto d’intraprendere una battaglia. “L’anima del combattente di questa guerra è l’alcool. Il primo motore è l’alcool. Perciò i soldati, nella loro infinita sapienza, lo chiamano benzina”, scriverà Emilio Lussu, svariate guerre dopo.
Il gin, per cui gli inglesi diventeranno matti e del quale cercheranno di limitare il consumo, prima con il proibizionismo e poi con l’antiproibizionismo, non è l’unica importazione olandese che piaccia a Londra. Gli inglesi, in Olanda, vanno a prendersi un nuovo re, meno incline agli eccessi di quanto fossero stati gli Stuart. Un Paese ricco che per farsi governare assume il capo di un Paese più ricco ancora, un po’ più piccolo, ma anch’esso proiettato verso il mare, le Indie e i commerci. E se il gin gioca con le emozioni e imbroglia i ricordi, il caffè è la bevanda della lucidità, risveglia e rende più accorti. Tant’è che, nei luoghi dove se ne fa commercio, si prende a discutere di politica e affari. Le coffee house vengono considerate penny universities. Come oggi, da Starbucks si va per Internet più che per il White Chocolate Mocha, allora per un penny si comprava l’accesso alle informazioni e alla conoscenza, inclusa la possibilità di buttar l’occhio su qualcuna di quelle riviste che, a fine Seicento, con la fine della censura preventiva, cominciarono a proliferare. La Borsa di Londra e i Lloyd’s nascono in una coffee house. Gin e caffè: due droghe con effetti opposti: da una parte l’ebbrezza che i governi provano a scongiurare, dall’altra il far di conto e l’ansia di intercettare le opportunità su cui si fondano i mercati. Londra non sceglie fra le due, se le tiene entrambe.
Bere caffè, come annusare tabacco, sono “sciocche abitudini”, che “fanno infinitamente più male che bene a coloro che ne sono assuefatti”. Ma “quanto denaro hanno procurato il tè e il caffè!”. “Il gin rende brutali, selvagge e rissose le persone di costituzione asciutta e di temperamento irrequieto; le porta a venire alle mani per un nonnulla, ed è spesso causa di omicidi”. Il fatto che ne circoli tanto è “una prova sorprendente della quantità di corruttori che, esercitando un’occupazione ammessa dalla legge, concorrono a introdurre e aumentare tutta l’accidia, la pigrizia, la povertà e la miseria di cui l’abuso di liquori è la causa immediata”. Ma sull’altro piatto della bilancia stanno “gli affitti che vengono percepiti, il terreno che viene coltivato, gli attrezzi che vengono fabbricati, il bestiame che viene impiegato e soprattutto la moltitudine di poveri che trae il proprio sostentamento dalle attività necessarie per ricavare quel prodotto”. La gente comune, “di corte vedute”, “nella catena delle cause raramente riesce a vedere più in là di un solo anello”. Mandeville invece si guarda attorno e pensa che gli inglesi non se la passino affatto male, anche se si lamentano tutti. Della corruzione dei politici, della licenziosità dei commerci, probabilmente pure della variabilità del clima. Siamo nel cuore della “piccola èra glaciale” ma l’estate del 1701 fu, a quanto si ricorda, “insopportabilmente calda”. Le quattro stagioni non c’erano già più. E così, nell’aprile del 1705, mette giù la satira dell’alveare brontolone: un opuscolo da sei penny, poche centinaia di versi in distici a rima baciata, che sul momento non si fila quasi nessuno. Il tema sono “i mille modi” nei quali il bene può venire dal male “con la stessa naturalezza con cui la gallina nasce dall’uovo”. Il bene che nasce dal male è la vita in società.
Mandeville si guarda attorno e pensa che gli inglesi non se la passino affatto male, anche se si lamentano tutti della corruzione, del commercio e del clima
Quando esce L’alveare brontolone, Mandeville va per i trentacinque anni. In Olanda apparteneva a una famiglia in vista: il padre, Michael, è un medico, figlio di medico e amministratore dell’ospedale di Rotterdam. Bernard studia in una scuola locale. La persecuzione degli ugonotti allontana dalla Francia anche Pierre Bayle, che finisce per insegnare proprio a Rotterdam. Non sappiamo se il giovane Mandeville se lo sia trovato in cattedra, ma il suo Dizionario lo conosce bene: come mostra John Callanan in Man-Devil: The Mind and Times of Bernard Mandeville, the Wickedest Man in Europe (Princeton University Press, 2025), l’eco di Bayle attraversa tutta la sua opera. Ma forse la prima scuola di scetticismo, più importante di qualsiasi maestro, è la vita. E’ il 28 agosto 1690. E’ tardo pomeriggio, un gruppo di miliziani della città si sta portando a casa una botte di vino, per onorarla come si merita. Incontrano gli agenti degli appaltatori delle imposte, che si accorgono subito che la botte è di contrabbando: non è stata dichiarata e dunque tassata. Gli uni insistono che l’accisa va pagata, gli altri tentano di sottrarsi, ne viene un tafferuglio. Cornelis Costerman, d’ora innanzi ricordato come contrabbandiere, accoltella a morte un agente delle accise. Confessa e viene arrestato. A Rotterdam capo della polizia e pubblico ministero coincidono nella figura del balivo, Jacob van Zuylen van Nijevelt. Per Costerman egli chiede e ottiene la pena capitale: per giunta non per omicidio ma per evasione fiscale. Alla carica van Zuylen era stato chiamato nel 1676 dallo statolder Guglielmo III, di cui era un fedelissimo.
Secondo Pierre Bayle una società di atei potrebbe essere ordinata e civile quanto una di devoti, perché a tenere insieme gli uomini non sono i dogmi
La sentenza è esagerata e scatena l’indignazione popolare. Che non serve a nulla: la condanna viene eseguita, e per giunta l’esecuzione di Costerman richiede, secondo le cronache, cinque fendenti per essere completata. Una macelleria. Corre voce, per di più, che lo statolder abbia concesso la grazia e che van Zuylen se la sia tenuta nel cassetto. Tre settimane dopo, il 5 ottobre, una folla inferocita prende di mira la sua abitazione. Fra gli animatori della rivolta ci sono Michael de Mandeville e il figlio. Quest’ultimo pare abbia scritto e affisso pubblicamente una pasquinata contro il balivo, ritratto come un “ateo bigotto”. Bernard si laurea in medicina a Leida nel marzo del 1691; due anni dopo, quando le autorità provinciali chiudono i conti con la rivolta, gli animatori vengono espulsi da Rotterdam, i Mandeville inclusi e senza processo. Il padre si trasferisce ad Amsterdam, dove morirà; Bernard va a trovare fortuna altrove. Fa un viaggio in Inghilterra, probabilmente per imparare la lingua. L’isola gli riesce così piacevole che decide di stabilirvisi. Guglielmo d’Orange è la causa indiretta del suo esilio: è lui che ha nominato, sostenuto, protetto van Zuylen van Nijevelt. Eppure Mandeville sceglie proprio il Paese che se l’è appena preso come re, come col presentimento che non ci sia nulla da temere.
Appena insediatosi a Londra, Bernard comincia a esercitare la professione senza la licenza necessaria. Gliene viene un processo per abusivismo, che però non compromette la sua carriera. Si sposa a ventott’anni: un matrimonio che possiamo immaginare felice. Del resto, quando scrive, autodenunciandosi come “profano”, la sua difesa delle case di piacere, uno degli argomenti a favore dei lupanari, è circoscrivere al loro interno la popolazione femminile più propensa a “puttaneggiare”, limitando la domanda di libertinaggio non profit. Partecipa a un processo scabroso, quello del divorzio del duca di Norfolk, ma come interprete, per una serva olandese del duca. Frequenta la buona società, stringe amicizie importanti, ma è sempre uno straniero, preoccupato delle esplosioni di odio anti-olandese. Olandese è la nuova monarchia, olandesi sono i commerci, olandesi sono le merci e i lussi che vengono da lontano, passando per Amsterdam. Lo scandalo della sua vita è tutto letterario. Mandeville scrive favole alla maniera di La Fontaine, collabora alle riviste, insegue la fama letteraria con la serenità di uno perfettamente persuaso della tirannia universale della vanità. La lingua gli è congeniale, tant’è che alterna la professione medica e la scrittura, spesso sotto pseudonimo, in particolare pseudonimi femminili. Nell’Inghilterra della regina Anna, al “Tatler” di Richard Steele, il primo giornale di costume che fa da grancassa alle notizie che raccoglie nei caffè, si contrappone un “Female Tatler” cui Mandeville consegnerà una trentina di articoli, firmandosi Lucinda e Artesia.
Nell’opuscolo del 1705 l’autore si fa piccolo e dichiara di voler soltanto dilettare il lettore. Nove anni dopo, nel 1714, ne pubblica una versione arricchita da una serie di note al testo – nelle quali, per difendersi dai critici, fa l’esegesi di sé stesso – e di un saggio sull’origine della morale: è qui che compare il titolo destinato a restare. Il vero successo arriva con la terza edizione, nove anni dopo ancora, nel 1723, nella quale oltre alle note si trovano l’Indagine sulla natura della società (una polemica con Shaftesbury) e soprattutto un Saggio sulla carità e sulle scuole di carità. E’ l’edizione che farà del volume quello che alcuni arriveranno a considerare “il libro più malvagio e più intelligente della lingua inglese”. Nella “rapsodia di pensieri” sulle scuole di carità, Mandeville sostiene che fra quanti non sanno leggere né scrivere “incontreremo più unione e amore per il prossimo, meno malvagità e attaccamento al mondo, più serenità d’animo, più innocenza” che fra chi si è riempito la testa di parole. Non troppo diversamente, nel Trattato sulle malattie ipocondriache e isteriche (1711, ampliato nel 1730) descrive la melanconia come un disturbo tipico dell’intellettuale. Nel luglio del 1723 il gran giurì del Middlesex presenta la Favola ampliata come public nuisance: il libro “screditerebbe la religione e la virtù come pregiudizievoli alla società e dannose allo Stato, e raccomanderebbe il lusso, l’avarizia, l’orgoglio e tutti i vizi come necessari al pubblico benessere”. Non c’è processo né condanna, ma il volume acquista una pessima fama. In parallelo esce sul London Journal una lettera anonima e violenta indirizzata al lord cancelliere, che accusa Mandeville di empietà. Lui risponde con una Difesa del libro, e compie una mossa che dice tutto del personaggio: dall’edizione successiva stampa in appendice al volume sia la propria difesa sia le accuse, trasformate in materiale promozionale. Più che agli argomenti, l’attacco è dovuto al nemico che s’era scelto. Il saggio sulle scuole di carità colpisce un’istituzione di cui il pubblico devoto andava fiero, e ai benefattori non piace passare per vanesi che comprano la popolarità con le donazioni.
La Favola acquista presto una pessima fama. Mandeville risponde trasformando sia le accuse sia la propria difesa in materiale promozionale
Nel 1729 esce la Favola delle api. Seconda parte: un dialogo fra Cleomene (l’alter ego dell’autore) e Orazio, gentiluomo che ha tutta l’intenzione di dirne quattro a quegli scrittori che fanno passare “ogni cosa della nostra natura” come “la più brutta e più spregevole possibile, e si danno un gran daffare per persuadere gli uomini che sono dei diavoli”. Centodue anni fa Frederick Benjamin Kaye pubblicava la Favola in un’edizione critica talmente ben fatta che nessuno si è azzardato a realizzarne poi un’altra. Morto pochi anni dopo, a soli trentotto anni (di suo c’è rimasto poco, ma aveva partecipato a un censimento dei periodici britannici fra il 1620 e il 1800), Kaye riuscì pressoché da solo a sottrarre Mandeville al trattamento impietoso che il tempo riserva anche alle prose più brillanti. La Favola completa, in un tomo solo, in Italia, non era mai uscita: l’ha appena pubblicata la Silvio Berlusconi Editore, 828 pagine, per la cura di Andrea Branchi, che ha tradotto L’alveare brontolone, per la prima volta, in rima (con gran soddisfazione del lettore).
La tesi con cui Mandeville si laurea in medicina ha a che fare col legame fra stomaco, nervi e “spiriti animali” – che dovrebbero essere un fluido sottilissimo, prodotto dal cervello e veicolato dai nervi, una specie di messaggero fra la mente e il corpo. Mandeville, contro l’opinione dominante, sostiene che sia il cattivo funzionamento dello stomaco a causare le malattie nervose, e soprattutto che stomaco e cervello si influenzino a vicenda. Un cattivo funzionamento dello stomaco porta a una deficienza di spiriti e scatena ansia, ipocondria eccetera. Ma pure gli stati d’animo possono agire sullo stomaco, alterandone le funzioni. Il medico Mandeville pensava, insomma, che corpo e mente fossero una cosa sola, e il filosofo Mandeville non era d’altra opinione. Quando giocava con la sua gatta, Montaigne non sapeva se fosse lui a farne il proprio passatempo oppure viceversa. Lo scettico dubita che l’uomo sia poi un animale così diverso dagli altri (sempre Montaigne: “si trova più differenza tra un uomo e un altro uomo che tra un uomo e un animale”).
L’opera completa, in un tomo solo, in Italia, non era mai uscita. Andrea Branchi ha tradotto “L’alveare brontolone” per la prima volta in rima
Proprio la premessa che l’uomo sia un animale come gli altri rende l’analisi delle istituzioni sociali meno prevedibile. Con gli altri animali condividiamo l’amor di sé: l’istinto di sopravvivere. Ma a contraddistinguerci è anche l’autocompiacimento, una tendenza all’orgoglio che porta a stimarci sempre al di sopra del nostro valore. Chi di noi quando si guarda allo specchio non vede un po’ di Leonardo, di Churchill, di J.K. Rowling o di Messi? Per fortuna questa tendenza alla presunzione, più o meno pronunciata, è smorzata da un sentimento di insicurezza e da un dubbio pervasivo: non è che mi sto sopravvalutando? Per trovare conferma alle nostre intuizioni su noi stessi, abbiamo bisogno dell’approvazione, della stima e del consenso degli altri. Non siamo mai certi di meritare la nostra autostima: serve che il mondo la suffraghi. Per Mandeville, proprio questa nostra fragile e insaziabile sete di approvazione diventa il collante della vita in società. Il desiderio di essere stimati ci rende docili, educati e cooperativi. Per ottenere l’approvazione degli altri impariamo a mascherare i nostri istinti egoistici e a comportarci in modo virtuoso e socialmente accettabile. La paura della vergogna e del disprezzo diventa uno strumento di controllo sociale più efficace di qualsiasi legge.
Mandeville, contro l’opinione dominante, sostiene che sia il cattivo funzionamento dello stomaco a causare le malattie nervose
Tutto questo avviene senza intenzione e senza progetto. Non solo le regole della nostra morale non sono le conclusioni della nostra ragione; con la nostra ragione non hanno proprio nulla a che fare. Da Bayle il medico olandese ha tratto la convinzione che gli uomini non si comportino come credono di fare, e che fra le opinioni che professano e le azioni che compiono non corra il rapporto che i moralisti danno per scontato. Nelle Pensées diverses sur la comète Bayle ne aveva tratto la conseguenza che gli valse l’accusa di empietà: una società di atei potrebbe essere ordinata e civile quanto una di devoti, perché a tenere insieme gli uomini non sono i dogmi, ma le passioni, l’onore, il timore del giudizio altrui. La storia dell’alveare brontolone applica la stessa intuizione ai commerci e alla vita sociale in generale.
Con gli altri animali condividiamo l’amor di sé, l’istinto di sopravvivenza. Ma a contraddistinguerci è l’autocompiacimento
La storia è nota: un alveare pieno di politici che rubano, di medici che hanno “a cuore la propria reputazione / più che di tutti gli ammalati la condizione”, di avvocati che cavillano sondando tutte le leggi “come fa il ladro con negozi e abitazioni”, era una società ricca e fiorente. Come l’Inghilterra d’inizio Settecento. E, come nell’Inghilterra d’inizio Settecento, fra le notizie su questa o quella truffa, piccola o grande, e una letteratura che alimenta il rimpianto per i tempi andati e per il vocabolario della virtù, tutti si lamentano di tutto. “Oh dei possenti, se solo l’onestà ci fosse!”. Giove, “dominato dall’indignazione”, giura “pieno d’ira di liberare, seduta stante, / da tutte le frodi l’alveare starnazzante”. Ne viene una decrescita per niente felice. “L’altera Cloe, che per il vivere distinto / a depredare lo Stato lo sposo aveva spinto, / ora al mercato la mobilia vendeva / per cui le Indie saccheggiato aveva”. La condizione spartana dell’alveare si adatta solo alla piccola dimensione: l’alveare corrotto era grande e popoloso, in quello onesto sono rimasti in pochi. Una divisione del lavoro estesa, del tipo che si incontra in una grande società, richiede un po’ di tolleranza verso quei vizi. Nella Prefazione, Mandeville lo spiega con l’immondizia: a Londra per forza le strade sono sporche. Le attività commerciali, il lavoro di cucine e taverne che servono a sfamare un grosso centro, le necessità dei cavalli che tirano le carrozze, tutto cospira affinché le strade immacolate non possano esserlo. Ma la sporcizia è “un male necessario inseparabile dalla felicità di Londra”.
Un alveare corrotto prospera come l’Inghilterra settecentesca: tutti si lamentano, finché Giove elimina le frodi. Ne deriva una decrescita poco felice
L’edizione di Kaye era finita nelle mani di due economisti, John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek, a cui piaceva per ragioni diverse. Keynes trovava in Mandeville un alleato nel sostenere il paradosso del risparmio. Più in generale, la Favola serviva all’autore della Teoria generale per dare una stoccata all’idea che un Paese somigli a una grande famiglia, perlomeno nella gestione delle finanze pubbliche. “Ciò che è prudenza nella condotta di ogni famiglia privata, difficilmente può essere follia in quella di un grande regno”: l’aveva scritto Adam Smith, e lo pensavano e lo pensano i sostenitori di ogni forma di rigore dei bilanci pubblici. A interessare Hayek era tutt’altro: arruolò Mandeville fra i “darwiniani prima di Darwin”. Ciò che lo interessava era appunto la dinamica con cui si mettevano a punto le regole morali. Mandeville aveva partecipato a due polemiche che attraverseranno il Settecento: la querelle fra antichi e moderni e il dibattito sul lusso. Aveva difeso i moderni, le loro società più popolose, il loro tenore di vita, sostenendo che il catalogo delle virtù degli antichi non sarebbe stato granché utile a garantirlo. E aveva difeso il lusso, non solo perché anche le Ferrari fanno pil, ma perché la produzione di beni di lusso mette in moto forme sempre diverse di creatività e lavoro umano. Chi “inventa le manifatture più elaborate” è il migliore amico della società. In qualche modo a Mandeville s’ispireranno Adam Smith, quando metterà al centro della Ricchezza delle nazioni la divisione del lavoro, e David Hume, che come lui rivaluterà il lusso come vettore di progresso. Per Mandeville la civiltà è quello stato nel quale ciascuno lavora per sé stesso ma anche per gli altri, e viceversa. E’ quella società, dirà Smith, in cui “ciascuno diventa mercante”, e diventando mercante diventa magari anche un po’ ruffiano: il sarto ha bisogno di compiacere la sua cliente, il cameriere non commenta il girovita degli avventori, e di traffico in traffico magari non ci vogliamo tutti più bene, ma perlomeno ci facciamo un po’ meno male.
L’opera, nella sua edizione più importante, finì nelle mani di due economisti, Keynes e Friedrich von Hayek, a cui piaceva per ragioni diverse
Le buone maniere sono una forma di autoinganno. Un grande biologo evoluzionista, Robert Trivers, sosteneva che ci autoinganniamo perché, dal punto di vista evolutivo, è importante saper ingannare gli altri. Due secoli e mezzo prima, Mandeville pensava che noi ingannassimo gli altri, mostrando loro le persone che vorrebbero vedere, per non disingannarci su noi stessi. Da principio sembra pensare che siano stati dei saggi legislatori a convincere l’umanità che con le buone azioni si può titillare l’orgoglio. Nel 1729 lo descrive come un fenomeno acefalo e spontaneo, in una sorta di parallelo fra il modo in cui funzionano i commerci e quello in cui funzionano le istituzioni. In un caso e nell’altro, a contare di più sono le conseguenze inattese: non il tornaconto immediato del mercante, ma gli ingranaggi che ha messo in moto. Scrivere bene è un limite per un pensatore. La vanità di Mandeville si nutriva col bello stile e con il massimo dei lussi: non dar mai l’impressione di prendersi troppo sul serio. Nel breve termine ne trasse il piacere di doversi spiegare e rispiegare. Nel medio, è stato considerato meno di chi sapeva mettersi la marsina del filosofo. Il più malvagio dei libri della lingua inglese alla fine regala al lettore il balsamo dello scettico: siete piccoli e meschini, e il mondo non finirà per questo. Ma proprio il meccanismo dell’autocompiacimento illuminato da Mandeville spiega perché questo messaggio non piace a nessuno. “L’uomo non è un animale razionale, è un animale razionalizzante”. L’ha scritto un romanziere di fantascienza, Robert Anson Heinlein. Mandeville l’ha senz’altro pensato. E’ una maledizione che si può solo prendere con filosofia.