Cultura
FACCE DISPARI •
Piero Onorato, libraio in un campanile di Palermo
Rarità, modernariato, editoria di qualità sono le proposte principali della "stanza" di Onorato: "Non tratto i titoli che si trovano nelle classifiche, tranne qualcosa per esempio di Sellerio. C’è chi viene perché cerca un volume particolare e magari ne trova anche un altro"
20 SET 26

Per quel che si sappia, è l’unica libreria al mondo ospitata nel campanile di una chiesa: La stanza di carta - libri & arte si trova in via Giuseppe D’Alessi, nel centro di Palermo. L’ora più suggestiva per visitarla è mezzogiorno in punto, quando pochi metri più su rintocca la campana grande di San Giuseppe dei Teatini. Piero Onorato è un libraio di lungo corso, che per una decisa somiglianza con “l’ignoto marinaio” di Antonello da Messina preferisce usare l’immagine del quadro invece della sua su Facebook e WhatsApp.
La base del campanile già accolse una libreria scolastica e universitaria dal 1920 al 1999, poi restò vuota finché a giugno 2019 Onorato aprì la “stanza” dopo un lunghissimo trascorso nel settore. Rarità, modernariato, editoria di qualità sono le sue proposte principali. Una scala di legno che ha quasi un secolo di vita gli serve per accedere ai volumi degli scaffali più remoti, a sei metri d’altezza.
Chi frequenta il campanile?
Non consumatori di libri ma lettori, palermitani e forestieri: c’è chi viene in città una o due volte l’anno per ragioni disparate e fa immancabilmente tappa qui. Non tratto i titoli che si trovano nelle classifiche, tranne qualcosa per esempio di Sellerio, ma libri stampati negli ultimi cento anni che sono quasi tutti come nuovi e acquisisco da biblioteche di privati. C’è chi viene perché cerca un volume particolare e magari ne trova anche un altro: da me, come dice lo scrittore britannico Mark Forsyth nel libriccino “L’ignoto ignoto”, “puoi trovare ciò che neppure pensavi di cercare”. I miei consigli impliciti sono nelle vetrine e sul tavolo centrale. In più c’è spazio per l’arte con le opere di Bartolomeo Manno alias Bartman, esponente storico dell’avanguardia artistica palermitana, il quale ha compiuto novantott’anni con una freschezza mentale invidiabile. Se sono libraio lo devo a lui.
A un pittore?
Lui fu un protagonista dei movimenti artistici negli anni Sessanta e l’ideatore della libreria Nuova Presenza, dove cominciai a lavorare. Alla fine del ’69 avevo diciannove anni e avevo letto molto poco. Mi ritrovai per caso in quel locale che era già stato una galleria d’arte, dentro un palazzo liberty del Basile in via Enrico Albanese. La libreria per opera di Manno crebbe a poco a poco e io con lei: aveva disegnato scaffalature modulari per sistemare i volumi in modo che se ne vedessero sempre le copertine anziché i dorsi e davano colore alle pareti bianche. Bartolomeo è uomo di grande intelligenza e di cultura e fece della libreria una fucina di intellettuali, il punto di riferimento frequentato, per fare solo qualche nome, da Ignazio Buttitta, Roberto Andò, Marcello Sorgi, ma anche da un giovane amico che si chiamava Ninni Cassarà.
Quanto tempo rimase a Nuova Presenza?
Diciassette anni. Quando cambiò la proprietà, nel 1985, Manno diventò socio di minoranza e i nuovi vollero cambiare impostazione, così lasciai. Avrei persino cambiato mestiere, ma mi chiamò un’edicola negozio che vendeva anche libri: si chiamava Mercurio, in via Marchese di Roccaforte. In breve la trasformai in una libreria che vendeva anche giornali: una bella esperienza che durò tre anni, poi andai per altri tre a dirigere la libreria Sellerio e quindi, per nove anni, la Flaccovio. Infine aprii con le mie figlie la libreria dello spettacolo Broadway, con un magnifico allestimento scenografico, poi purtroppo chiusa. Sarà stato per l’imprinting di Nuova Presenza, ma ho cercato sempre di organizzare spazi che non replicassero i soliti cliché.
La sua “stanza” ha un catalogo?
Nella mia testa. Nessun sito. Non voglio farmi schiavizzare dal computer, mi ruberebbe troppo tempo. So dove cercare le cose e mi basta la scala.
C’è un cliente tipo?
Forse la sorprenderò: i miei clienti per tre quarti hanno meno di quarant’anni, e anche se in questo campanile passano lettori da tutto il mondo non voglio dire che sia un’isola felice. Ma se ripenso a Palermo di cinquant’anni fa, quando i morti per mafia si contavano ogni giorno, ricordo una città culturalmente assai più viva, tra giornali, riviste, teatri off, cinematografi. È una constatazione senza nostalgia, un sentimento che non m’appartiene.
È diventato più difficile il lavoro di libraio?
Non amo alimentare la retorica stucchevole sui librai indipendenti. Il mestiere è difficile senza bisogno di appuntarsi le medaglie in petto. Consideriamo la realtà: i numeri attestano che si legge sempre meno ma si stampa sempre più, prolificano fiere, convegni e presentazioni, per non parlare dei social, dove da mane a sera pullula gente che somministra consigli di lettura. Se non bastasse, anche chi si autopubblica senza filtro editoriale vorrebbe l’opera in libreria. È evidente che più di qualcosa non va.
Cosa bisognerebbe fare?
Pubblicare meno e meglio, lasciar parlare le persone serie, non dire di ogni libro quant’è bello. La gran parte delle uscite è paccottiglia che ritorna indietro ma sommerge i libri buoni: se dopo tre settimane un titolo è già vecchio non è possibile valorizzarlo. Sarebbe tempo di tornare un po’ tutti con i piedi per terra.