Michel Houellebecq: "Il futuro arriva sempre tardi, soprattutto in questo mondo dove la sinistra è diventata ultra cattiva"

Alla 27esima edizione di Pordenonelegge abbiamo incontrato lo scrittore francese tra poesia, politica, fantascienza e intelligenza artificiale: "Io profeta? Mi viene da ridere, ma forse è stato così"

20 SET 26
Ultimo aggiornamento: 17:30
Immagine di Michel Houellebecq: "Il futuro arriva sempre tardi, soprattutto in questo mondo dove la sinistra è diventata ultra cattiva"
"È vero che questo mondo in cui respiriamo male / spira ormai su di noi solo un disgusto manifesto, / una voglia di fuggire senza voltarsi indietro / e non leggiamo più i titoli dei quotidiani”.  Lo scriveva Michel Houellebecq diversi anni fa in una poesia intitolata Confronto (Confrontation). A Pordenone, dove alla ventisettesima edizione di Pordenonelegge presenta Si perde sempre, l’opera omnia poetica che riunisce la sua produzione in versi e nuovi testi pubblicata da La Nave di Teseo, quella poesia sembra arrivare da un tempo appena precedente al nostro. 
Houellebecq appartiene alla rara categoria degli scrittori ai quali il presente continua a dare ragione senza che questo li renda più soddisfatti. La sua letteratura ha seguito per decenni il deterioramento dei legami, la mercificazione del desiderio, la solitudine dell’individuo, la trasformazione tecnologica e la progressiva perdita di un linguaggio comune. Uno dei suoi libri più conosciuti, Le particelle elementari, aveva già messo in scena nel 1998 una società nella quale la rivoluzione sessuale e l’individualismo producevano una forma nuova di desolazione. Sottomissione, diciassette anni dopo, avrebbe invece portato lo sguardo sulla Francia e sulla sua fragilità politica e culturale. Quel romanzo del 2015, diventato bestseller internazionale, immaginava una Francia del 2022 trasformata dall’ascesa elettorale di un partito musulmano e raccontava l’adattamento delle istituzioni e delle élite culturali al nuovo ordine. Il libro è stato letto come una profezia. “Io profeta?”, ci dice. “Mi viene da ridere ma forse è stato così (ride per davvero, ndr). Preferisco però ridimensionare il titolo di profeta, perché i profeti sono quelli della Bibbia, capaci di dedicarsi per ore a immaginare ogni genere di disgrazia. Ne ho immaginata meno e comunque predico disgrazia solo per opprimere la modernità, ma sono meno severo ed educativo di Ezechiele. La mia  profezia, in fondo, consiste nel prendere sempre sul serio le tendenze prima che diventino evidenti".
Anche per questo lo scrittore ama la fantascienza, "mia grande passione, in particolar modo a quella degli anni Settanta, ingiustamente dimenticata". «Da giovane - aggiunge - la leggevo molto e mi definivo persino un grande esperto del genere, una competenza che richiedeva lavoro. Oggi alcuni di quegli scenari immaginati proprio dalla fantascienza cominciano a entrare nella realtà, dall’intelligenza artificiale in avanti". "Il futuro? Ha spesso il difetto di arrivare con qualche anno di ritardo rispetto ai miei romanzi". Parlando poi della Francia odierna e dell’avanzata delle destre, Houellebecq osserva una dinamica che considera ormai europea. "Una delle conseguenze, secondo me, riguarda la sinistra, che è diventata ultra cattiva". "Quando ero giovane - racconta - la sinistra disponeva di un dominio culturale così vasto da potersi permettere una certa libertà di comportamento. Il mutamento degli equilibri e la contestazione di quel predominio l’hanno resa, a mio giudizio, più attenta al controllo e alla sorveglianza".
"Sul ballottaggio tedesco evita di costruire scenari apocalittici e guardo all’Italia con una certa curiosità. Non ho la sensazione che il paese stia andando verso il fascismo, ma altri possono naturalmente avere un’opinione diversa dalla mia". È un modo, questo, tipicamente houellebecqiano di stare dentro la politica, una frase netta, subito accompagnata dalla consapevolezza della sua parzialità. Poi torna la letteratura. "Ogni libro nasce anche dagli errori scoperti nel libro precedente. Lo scrittore coltiva l’illusione di arrivare un giorno al libro perfetto e quindi di poter smettere per sempre. Poi però riemergono i buchi, le mancanze e le voragini. Alcuni territori mi restano ancora difficili come la relazione con il padre". "La motivazione della scrittura, dice, è cambiata. La poesia, invece, segue una traiettoria più misteriosa. La poesia mi appare come una lingua spontanea, mentre il romanzo richiede un’altra disciplina".
È questa una distinzione importante per comprendere Si perde sempre, il libro che lo riporta oggi al centro della poesia francese contemporanea. "Si perde sempre: tutto è destinato a finire, ogni slancio porta con sé la propria dissoluzione", tiene a precisare. "Eppure, dentro questa certezza, la vita insiste e anche se è rara, la felicità rimane comunque un orizzonte possibile". "Si perde sempre e si perde dall’inizio", aggiunge citando un’altra sua poesia. "La battaglia definitivamente perduta però è quella contro la morte. Allora mi chiedo: che senso ha combattere? La risposta che mi sono dato è perché, probabilmente non sappiamo fare altro. La rassegnazione alla morte, però, mi sembra un’idea sciocca e soprattutto gli dà sui nervi". "Uno dei rimedi è il buddismo", suggerisce, "mi piacciono i monaci buddisti, esistono ancora, accolgono i visitatori nei monasteri e spesso hanno un’aria felice". "l mondo digitale offre invece l’opposto, basta collegarsi alla rete ventiquattr’ore su ventiquattro per essere investiti da un forte disgusto. Del resto, la mia letteratura ha sempre avuto un rapporto stretto con questa saturazione del presente e la troppa informazione, i troppi stimoli, troppi desideri e troppa solitudine. Resta allora in me il desiderio di un’immagine della natura più rassicurante". Nel frattempo pensa e scrive, "si, ma più romanzi che poesie, perché per la poesia non si davvero da dove arrivi l’ispirazione". Eccolo, allora, che il presunto profeta torna a essere semplicemente uno scrittore, perché se il profeta pretende di sapere cosa arriverà, il poeta aspetta che qualcosa arrivi e lui - con le sue scarpe pitonate bianche e marroni e una giacca sgualcita, non proprio il massimo dello stile - sembra ancora sospeso fra queste due condizioni: con un occhio è rivolto alla catastrofe che intravede e con l’altro alla frase che, improvvisamente, riesce a dire.