Cultura
uno sguardo sociologico •
Multiculturalismo e patriottismo qualche volta possono andare d’accordo
Un ricordo di Orwell nel saggio di Yascha Mounk, che contiene spunti preziosi per le democrazie multiculturali e multietniche di oggi
19 SET 26

Foto ANSA
Se interessano ancora i destini della destra e della sinistra in Europa e nel mondo, cioè lo stato di salute della democrazia e ciò che la minaccia, il fattore decisivo sono gli effetti delle migrazioni, con il fenomeno del multiculturalismo. Se le destre sono in crescita, guadagnando quote sempre maggiori di elettorato, questo si deve non solo alla retorica allarmistica o truce di demagoghi spregiudicati e moralmente irresponsabili, si deve anche al fatto innegabile che le democrazie monoetniche e monoculturali di un tempo si sono trasformate irreversibilmente in democrazie multiculturali e multietniche. Comunque sia, è ormai in corso da tempo un grande esperimento: quello di realizzare società democratiche capaci di governare, se non neutralizzare, i conflitti che il multiculturalismo provoca o può provocare.
“La politica è importante, ma la società lo è ancora di più”: leggo questa frase nel libro di Yascha Mounk Il grande esperimento (Feltrinelli), un libro che ovviamente e giustamente dedica allo studio sociale tutta l’attenzione, presupponendo tra l’altro che i fatti della politica non sono che i prevedibili effetti di cause sociali. Generalmente ragionando, sembra ormai acquisito che le grandi migrazioni degli ultimi tre decenni hanno provocato la crescita delle destre. Le nostre società democratiche sono state destabilizzate dalla multiculturalità che in varia misura ne caratterizza il tessuto: “Siamo destinati a essere divisi per sempre da categorie come razza e religione? Quali sono i modi principali in cui le società eterogenee sono andate in pezzi in passato? E quali insegnamenti possiamo trarre da tutto questo per le democrazie multiculturali di oggi, perché possano fare meglio in futuro?” (p. 32).
Il libro di Mounk è saggisticamente interessante anche perché l’autore non esclude di usare argomenti autobiografici, a cominciare dall’incipit della Prima parte: “Mia madre odia gli assembramenti. Quando ero bambino, spesso allungavamo parecchio la strada per evitare le vie più affollate. Gli stadi, dove decine di migliaia di persone fanno il tifo per la propria squadra e inveiscono contro quella avversaria, la mettevano particolarmente a disagio”. E questo per ricordare, come disse Orwell, che “in fondo ognuno è un po’ lunatico” e che non è un peccato antidemocratico essere a volte e in certe circostanze un po’ misantropi e disturbati dalla folla, specie se urlante, sovreccitata e violentemente faziosa. Lo stesso Orwell, in una Londra bombardata dalla Wehrmacht, scrisse un saggio in difesa e a favore del patriottismo, da contrapporre all’aggressivo nazionalismo politico. Nel patriottismo c’è amore e simpatia per il proprio paese, le sue tradizioni, abitudini e caratteristiche idiosincratiche: è questa una giusta difesa della propria diversità innocua e nonviolenta.
Così, con l’aiuto di Orwell, l’autore del libro propone, come risorsa positivamente multiculturale, tre forme di patriottismo: l’ottimo patriottismo civico, il patriottismo culturale e quello dello stile di vita. Oggi, però, imperversano le mode. Più sono invasive, fanatiche e insensate, meno sono sopportabili. Insomma: giudico male chi esibisce tatuaggi illimitati e anelli metallici sulle labbra. Non parlo dei cellulari sempre accesi: questo è antropologicamente mostruoso e non ci sarà rimedio.