Cultura
Lo spettacolo •
Il velo crepuscolare che avvolge “Le nozze di Figaro” e ancora commuove
All’Opera di Roma la regia di Claus Guth, che dopo vent’anni non invecchia. La poesia di certi momenti, come le piume che scendono dall’alto durante il “Non più andrai”, o la scena finale capovolta come la vita dei personaggi, è qualcosa difficile da descrivere, va proprio vista
19 SET 26

Foto Ansa
Di regola, nulla invecchia così in fretta come una regia d’opera. L’eccezione sono Le nozze di Figaro “di” Claus Guth (e anche un po’ di Da Ponte-Mozart, volendo) che furono presentate per la prima volta a Salisburgo nel 2006, praticamente nel pleistocene, e che l’Opera di Roma ha avuto la felice idea di riesumare. Sono quelle, famosissime, con il doppio di Cherubino che è Eros, impegnato a far scoppiare coppie e rovesciare macchine adulterine mentre sbuca da dove meno te l’aspetti e sparisce per porte segrete (scena quasi unica di Christian Schmidt, stupenda), lasciando come traccia le piume delle sue ali caravaggesche. Lo spettacolo non ha preso una ruga, forse perché il Cherubino-bis è incredibilmente lo stesso di allora, Uli Kirsch, e sempre acrobatico. La poesia di certi momenti, come le piume che scendono dall’alto durante il “Non più andrai”, o la scena finale capovolta come la vita dei personaggi, è qualcosa difficile da descrivere, va proprio vista (si replica fino al 23). Di sicuro poche volte è stato restituito in immagini quell’erotismo malinconico che è tipicamente mozartiano: omne animal post coitum triste, e in questo caso anche prima. Poi non è che non si rida, perché le gag della più bella commedia mai scritta restano infallibili, per esempio nel finale secondo quando i rapporti fra i personaggi diventano, nelle proiezioni, una mappa degli affetti o un geroglifico delle passioni, come quando si devono riassumere graficamente i libretti complicati. Però se questo spettacolo mi ha commosso come vent’anni fa è per il velo crepuscolare che lo avvolge come in un pulviscolo dorato (a proposito: luci di Olaf Winter, stupende anche loro).
Dal punto di vista musicale, l’interesse sta nella direzione di Emmanuel Tjeknavorian, il genietto della Sinfonica di Milano, alla sua seconda opera lirica dopo il Ballo in maschera un po’ interlocutorio di Firenze. Anche qui, il “Tjek” dà una curiosa impressione di incompiutezza. La Sinfonia è fantastica, veloce fino al virtuosismo, e lascia pregustare una journée davvero folle che invece non si concretizza; si ascolta, semmai, una direzione piuttosto classica, non sempre a piombo con il palcoscenico, con molti momenti molto belli, specie le oasi liriche nei Mozart piazza anche nei punti più frenetici, ma non tutta allo stesso livello. Insomma, che Tjeknavorian sia un grande direttore non c’è dubbio; che non sia ancora un grande direttore d’opera, nemmeno. Oltretutto, non è servito benissimo dalla compagnia, specie dalla coppia Contessa-Conte: Roberta Mantegna era in una serata chiaramente infelice; e piuttosto infelice, con la patata in bocca come si dice in gergo melomaniaco, mi è parsa anche la voce di Germán Olvera, che non avevo mai ascoltato.
Elmina Hasan è un buon Cherubino, anche perché non esistono cattivi Cherubino, ma certo avrei preferito ascoltare quello del secondo cast, Cecilia Molinari. Un po’ invecchiato ma sempre charmant, Erwin Schrott è un Figaro talvolta anarchico nei recitativi ma ancora di bella voce, ben cantante e con riserve, oggi rare, di carisma scenico. Detto che i comprimari sono molto alterni, resta il caso del giovin soprano Martina Russomanno, la rising star italiana, già beatificata in loco per una notevolissima Amenaide e poi all’Arena nella nuova Traviata taglia XXL. Qui fa Susanna e canta prevedibilmente benissimo, specie l’aria del quarto atto, che è incantevole. Ma, come diceva Stendhal, “canta da bionda” una parte da bruna che, cioè, vorrebbe più colore e calore timbrico e magari anche fisico. Dia retta a un cretino, signora: nelle Nozze, il suo vero personaggio non è Susanna, ma la Contessa. Ci saranno occasioni (spero, almeno).