Dall’intolleranza alla salvezza. Il rapporto tra cristiani ed ebrei nel dialogo fra un giornalista e un cardinale

Pubblichiamo ampi stralci della conversazione tra il giornalista e scrittore francese Jean Daniel (fondatore del settimanale Le Nouvel Observateur) e il cardinale Jean-Marie Lustiger, già arcivescovo di Parigi
18 SET 26
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Daniel nacque da una famiglia ebraica algerina, Lustiger da una famiglia di ebrei polacchi. Convertitosi al cattolicesimo, fu battezzato nel 1940, mentre sua madre e sua sorella venivano inviate ad Auschwitz, dove morirono. Questo dialogo, che compare sul nuovo numero di Vita e Pensiero (4/2026) , uscì sul Nouvel Observateur del 28 marzo 2000.
Jean Daniel: In un’opera che ormai non si legge più abbastanza, Il giudaismo antico, Max Weber mette più volte in luce le ragioni per cui, secondo lui, il popolo ebraico, portatore della rivelazione, sceglie d’isolarsi, di separarsi, insomma – e il termine è suo – di “ghettizzarsi”. L’iniziativa originaria verrebbe innanzitutto e soprattutto da lui, dal popolo ebraico. In un certo senso, è lui a portare la responsabilità di essersi messo in evidenza agli occhi degli altri, ma Max Weber non lo accusa affatto di questo. Ritiene semplicemente di poterlo constatare. Ne trae la conclusione che l’essenza del raggruppamento ebraico risieda nella volontà elitaria e aristocratica di una minoranza “eletta” per testimoniare (per essere esemplari, bisogna essere appartati). Mentre, sempre secondo Max Weber, l’essenza dell’orizzonte cristiano risiede nella possibilità di offrire a ciascuno e a tutti, ebrei o greci, uomini o donne, ricchi o poveri, di vivere la fedeltà, ma anche di portare la Buona Novella. Vale a dire di proseguire la missione paolina. Nonostante questa differenza, importante se non determinante, Max Weber sottolinea che tra l’ebraismo e il cristianesimo la continuità è evidente, totale. Si può dire che il Concilio Vaticano II e il pontificato di Giovanni XXIII abbiano confermato questa constatazione di continuità tra il messaggio ebraico e quello cristiano. Ma, oggi, due domande s’impongono. Il ritorno a questa continuità è determinato dal progresso delle ricerche storiche o dalla necessità di compensare i disastri causati dalla glorificazione della rottura? In altri termini, il cristiano si sente ebreo? E, seconda domanda, l’affermazione nuova o moderna del cristianesimo risulta più ascoltata quando si sottolinea la sua continuità con l’ebraismo, oppure quando si sottolinea la sua rottura con esso?
Jean-Marie Lustiger: Max Weber sottolinea giustamente il messaggio universalistico della rivelazione biblica e descrive non meno giustamente i motivi che rendono il popolo ebraico un popolo a sé stante. Poiché riceve la rivelazione da Dio, l’Unico e il Trascendente, deve rifiutarsi di scendere a patti con l’idolatria degli altri popoli. Questa separazione è necessaria non per preservare sé stesso, ma per essere fedele al dono ricevuto. Nondimeno, il popolo d’Israele riceve questa rivelazione solo in vista della salvezza di tutte le nazioni. In altre parole, questo messaggio particolare, che deve essere custodito come una fiamma preziosa, è destinato a tutti gli uomini. Dio dice ad Abramo: “In te si diranno benedette tutte le nazioni della terra”. Questo oracolo divino enuncia chiaramente la finalità universale della scelta singolare di Abramo. In definitiva, il Dio d’Israele si rivela Dio di tutta la terra, di tutti gli uomini; non è una divinità etnica o territoriale. La singolarità del popolo d’Israele annuncia l’universalismo della salvezza e ne è portatrice. Se il popolo ebraico dimentica l’orizzonte universalistico della propria vocazione, cade nella trappola dell’interpretazione che dà della propria situazione particolare; si “ghettizza” da solo, secondo l’espressione di Max Weber, mentre Dio lo “mette da parte” per una missione universale. Quando il popolo, stanco, chiede di essere una nazione come le altre, rinuncia al contempo alla propria unicità e all’universalismo. Da questo punto di vista, penso che l’universalismo di Paolo affondi le sue radici nell’universalismo della tradizione ebraica espresso dai profeti d’Israele.
Daniel: Lei non può, cardinale, essere paolino, cioè separarsi dall’ebraismo, per tentare una ridefinizione dell’ebraismo precedente a san Paolo. Da un lato, c’è la vocazione che lei ritiene di dover attribuire al popolo ebraico e, dall’altro, il modo in cui ha vissuto il proprio ebraismo.
Lustiger: Quando Paolo sviluppa il tema dell’universalismo, si basa su un elemento essenziale della vocazione del popolo d’Israele. Egli innova attraverso le conseguenze pratiche che ne ricava. Oggi, a venti secoli dalla nascita di Gesù – che i suoi discepoli riconoscono come il Messia, il Cristo –, ma anche a venti secoli dalla distruzione del Tempio e dalla dispersione del popolo ebraico, venti secoli di cristianesimo durante i quali la storia non si è fermata, ebrei e cristiani si sforzano di valutare in termini nuovi la loro situazione reciproca. La questione dell’ebraismo non è più solo quella di sopravvivere, ma anche di ridefinire la propria vocazione. Qual è il significato della sua esistenza? Si potrebbe definirlo in molti modi: politico, religioso, storico… Ma la sociologia non si pronuncia in merito. Molti hanno sperato che la creazione dello Stato d’Israele fosse la soluzione alla questione ebraica; sebbene essa modifichi il quadro politico, non è sufficiente a definire una vocazione. Allo stesso modo, una visione sociologica della diaspora ebraica, che la dipingerebbe come il pungolo per le altre nazioni e religioni, non risponde né alle domande che gli ebrei si pongono su sé stessi, né a quelle che i non ebrei si pongono di riflesso.
Daniel: Possiamo tornare al nostro argomento iniziale, ovvero il dibattito sulla continuità e la rottura? Le recenti scoperte della ricerca in questo campo dimostrano in modo inconfutabile che ciò che diventerà il cristianesimo è tanto più il prodotto della storia ebraica del I secolo in quanto è proprio lì che è nato, tra le sette ebraiche. Eppure, si tratta di una fonte che è stata rinnegata da numerosi scrittori e religiosi cristiani occidentali, spinti dal loro antisemitismo a inorridire all’idea che si potesse avere un qualsiasi debito nei confronti del popolo deicida. Alcuni, rinunciando a malincuore all’idea della colpa ebraica, sono arrivati persino a immaginare che la Passione fosse avvenuta altrove che sul Golgota…
Lustiger: Oggi, siamo giunti a un momento appassionante nella storia dei rapporti tra il popolo ebraico e i pagani, o ancora tra l’ebraismo e il cristianesimo. Gli studi recenti che restituiscono al Vangelo il suo contesto ebraico del I secolo non apportano alcuna nuova scoperta. In realtà, essi criticano i pregiudizi che impedivano di riconoscere che questo testo è un testo ebraico e che Gesù stesso è un rabbino ebreo, come lo definiscono i primi discepoli nel Vangelo. La nascita del “cristianesimo” all’interno dell’ebraismo appare quindi come una rottura interna all’ebraismo stesso.
Tuttavia, la società ebraica in cui emerge la prima Chiesa non solo è in contatto, ma pure in una situazione di scambio con le culture circostanti. L’ebraismo si era radicato nell’ellenismo, se non altro grazie alla traduzione della Bibbia in greco da parte dei Settanta, ad Alessandria, nel III e II secolo a. C. Allo stesso modo, a Roma, Berenice è stata probabilmente sul punto di diventare la prima imperatrice ebrea dell’Impero romano, se non ci fosse stata Poppea. I rapporti dell’ebraismo con l’antichità pagana non vanno concepiti sul modello delle relazioni degli ebrei dei ghetti dell’Europa centrale con la cristianità del XVIII secolo, o dei mellah del Marocco con il loro contesto musulmano. La situazione nell’antichità è più aperta. La predicazione di Gesù e la questione della sua identità provocano, all’inizio, non una rottura con l’ebraismo, ma un conflitto che verte sulla comprensione delle questioni interne all’ebraismo: l’escatologia, il destino del popolo e la sua missione, l’adempimento delle promesse divine. Il distanziamento e l’esclusione reciproca sono stati teorizzati, sia da parte ebraica che da parte cristiana, in una disputa di legittimità che ha alimentato l’antigiudaismo cristiano.
Daniel: Nel corso di questi due millenni, la rottura ha spesso mascherato la continuità. Ma ormai il saccheggio intenso e organizzato del patrimonio ebraico da parte dei cristiani – la pretesa, in sostanza, da parte di questi ultimi di appropriarsi dell’intero messaggio biblico – può far altro che alimentare nuove tentazioni di rottura?
Lustiger: Oggi, piuttosto che cancellare la rottura, è possibile renderla più leggibile. Dal Concilio Vaticano II, si impone uno sguardo diverso che valorizza, nella novità cristiana, la continuità del disegno divino. Il cristianesimo non può essere pensato senza l’ebraismo, anche se lo ha misconosciuto. Ecco perché, nei Vangeli come in Paolo di Tarso, il riferimento alla tensione tra Israele e le nazioni pagane è onnipresente. L’ebraismo ha appena iniziato a riconoscere nel cristianesimo una filiazione, forse persino uno specchio, un’immagine speculare che gli permette d’identificare ciò che porta in sé stesso. Il rabbinismo si era rinchiuso, per necessità di sopravvivenza, in una negazione del cristianesimo, il cui nome non veniva pronunciato. A parte alcune allusioni velate, nel Talmud non vi è alcuna menzione di Gesù. L’ebraismo ha creduto di poter fare a meno di questa parte di sé stesso per paura di scomparire. La continuità ritrovata dovrebbe consentire di collocare la rottura e la differenza nel luogo reale in cui devono trovarsi: nel disegno di Dio per la salvezza degli uomini, il destino spirituale dell’umanità.
Qui ritroviamo san Paolo. La rottura, almeno inizialmente, è provocata dalla fede in “Gesù, Messia, Figlio di Dio”, e in egual misura dalla questione dell’universalismo e dell’adempimento delle promesse. Come immaginare l’adempimento delle promesse fatte a Israele e quindi a tutta l’umanità? Bisogna attendere l’uscita dalla storia attraverso il suo compimento paradisiaco? L’ebraismo tradizionale risponde: sì, e quella sarà la fine dei tempi. Il cristianesimo condivide la stessa speranza. Ma crede che la storia sia ormai abitata dalla presenza nascosta del Messia morto e risorto, che attraverso i suoi discepoli porta avanti la redenzione del mondo diffondendo nei loro cuori lo Spirito di Dio.
Daniel: Mi sembra che lei tralasci il dibattito sulla persona di Gesù…
Lustiger: Sono l’escatologia e il messianismo a rimanere la questione chiave. E’ lì che si trova il punto di rottura che impedisce il confronto e lo scambio sul mistero stesso di Dio, l’Unico, che i cristiani adorano come mistero trinitario, Dio che è Amore donato agli uomini dal Verbo fatto carne. Per i cristiani che condividono la visione escatologica ebraica del compimento della storia, l’opera messianica è entrata nella storia, attesa e promessa nella pazienza e nella sofferenza d’Israele. Essa si compie nella persona, nelle parole e nei gesti di Colui che si è fatto il Messia di Israele per salvare il mondo. Gesù, il Messia, presenta del resto alcuni tratti del messia auspicato da alcune correnti del messianismo ebraico. L’ebraismo non è una religione dogmatizzata – esistono numerose correnti di pensiero –, ma non ha più né tempio né sommo sacerdote: la centralità storica che caratterizzava il periodo precedente alla distruzione del Tempio non è più garantita. La posizione ebraica è ricca e variegata; quella del cristianesimo, più frammentata.
Daniel: Il dibattito sulla salvezza e sul ruolo degli eletti nella sua realizzazione è una questione teologica e filosofica le cui conseguenze si fanno ancora sentire nel nostro mondo secolarizzato. Come lo definirebbe?
Lustiger: Queste questioni sono state secolarizzate dal dibattito filosofico e teologico del XIX e del XX secolo. L’occidente ne ha tratto ideologie politiche e sociali di cui constatiamo le conseguenze disastrose. Ma le questioni riemergono con ancora maggiore forza. Quale via conduce alla salvezza? Chi apre il cammino? Solo il popolo ebraico? Non sono forse, grazie a Israele, anche i cristiani? Queste domande metteranno in luce più chiaramente la differenza tra la tradizione ebraica e il cristianesimo: la continuità apparirà più fedele e la rottura più netta, non per cattiva volontà, né per incapacità di accettarsi a vicenda. A questo punto, sarebbe più corretto parlare non di rottura (poiché ciò evoca il conflitto delle origini e le sue conseguenze), ma di divario (a condizione di credere che sarà colmato alla fine dei tempi).
Daniel: Un giorno, chiesi a Papa Giovanni Paolo II se la Chiesa poteva davvero riservare un posto agli ebrei. Mi rispose di sì, perché è con loro che tutto è iniziato. Ma se i cristiani non sono altro che ebrei paolini, la questione rimane aperta per gli ebrei che rifiutano di essere paolini.
Lustiger: Nella sua struttura originaria, la Chiesa era composta da ebrei, eredi della Promessa, e da pagani privi di promessa ma designati da Dio per appartenere al suo popolo, composto da ebrei e pagani. Il “terzo uomo” è il cristiano, nome dato dai pagani ai discepoli di Gesù Cristo ad Antiochia. “Cristiano” significava “messianico”, e indicava gli ebrei e i pagani discepoli di Gesù, la maggioranza dei quali all’epoca erano ebrei. Il problema attuale del cristianesimo nella sua vocazione universalistica è quello di essere rischiarato sulla propria missione grazie al riconoscimento del popolo ebraico e della sua vocazione specifica. Ciò non può che portare i cristiani a una comprensione più corretta del Vangelo. Se vogliono comprendere le Beatitudini, non è inutile per loro considerare la sorte degli ebrei nel corso di questi due millenni. I cristiani impareranno a non essere solo membri di una religione trionfante, ma anche discepoli del Servo Sofferente e dei profeti perseguitati. “Beati voi quando gli uomini vi odieranno”, recita l’ultima delle Beatitudini. Nel suo discorso apocalittico, Gesù annuncia: “Sarete odiati da tutti”, mentre noi dobbiamo testimoniare l’Amore che perdona e riconcilia.
Daniel: E’ ridurre ciò che è fondamentale nella rottura. Prendete questa figura moderna che è Edith Stein, che continua a recitare le sue preghiere ebraiche anche dopo essere diventata carmelitana, che nel momento più intenso della sua conversione avverte lo strazio quando torna a casa il venerdì sera, che rispetta il sabato e si chiede: “È per alcuni o è per tutti?”. Dirà poi quelle parole terribili: che accetta di subire il destino che Dio le riserva “in espiazione per il rifiuto della fede da parte del popolo ebraico”. Espiazione? Significa quindi che la persecuzione condannava un peccato?
Lustiger: E’ proprio questa la questione che non va identificata con il dramma dello sterminio. Il peso delle disgrazie e delle persecuzioni è tale che la memoria ebraica è ancora a fior di pelle. Anche se la comprensione reciproca tra ebrei e cristiani fosse definitivamente raggiunta, rimarrebbe comunque il divario di cui ho parlato, che riguarda la natura della Salvezza di Dio. Perché il popolo ebraico deve volersi “separato”? Quale prezzo deve pagare per la sua separazione? Perché i cristiani sostengono che il Messia sia un Messia sofferente? Perché anche loro, per la salvezza del mondo, devono partecipare alla sofferenza del Messia? Le risposte non saranno necessariamente le stesse, ma né gli uni, né gli altri possono evitare di confrontarsi con la questione del destino del mondo affidato da Dio agli uomini attraverso il dono della sua Parola. Ebrei e cristiani condividono infatti una stessa visione salvifica che non prescinde dalla storia.