Cultura
Acqua passata •
Caravaggio, la pioggia e la zuppa. Quel vetro che difende dal clima e da chi protesta per il clima
L'acqua si infiltra agli Uffizi e bagna il "Bacco". Il dipinto si salva grazie a una di quelle teche che negli ultimi anni ha protetto i capolavori anche dai lanci di cibo e vernici degli ambientalisti. Un vetro separa l'arte da un mondo sempre più difficile da tenere a distanza

La teca del Bacco di Caravaggio prima e dopo essere stata colpita dalla pioggia agli Uffizi (Maurizio Degl'Innocenti per gentile concessione Corriere Fiorentino via Ansa)
Giovedì pomeriggio su Firenze sono caduti più di 45 millimetri di pioggia in un'ora. Agli Uffizi l'acqua si è infiltrata sotto il lucernario della sala che ospita sette dipinti del Seicento, tra cui il Bacco di Caravaggio. Gli schizzi hanno raggiunto il vetro esterno della teca che protegge il dipinto. Il museo ha fatto sapere che, dopo le verifiche, nessuna delle opere ha riportato danni. La sala è stata riaperta stamattina.
Quelle teche hanno una storia che precede di molto il clima impazzito. Nei musei le lastre trasparenti davanti ai capolavori sono arrivate per difenderli dagli uomini, oltre che dalla luce, dalla polvere, dagli urti e dagli incidenti. La Gioconda, per esempio, fu colpita nel 1956 prima da un sasso e poi da un attacco con acido. Sopravvisse, ma non senza conseguenze.
Negli ultimi anni, però, i vetri dei musei sono diventati anche il bersaglio di una nuova categoria di visitatori: gli attivisti per il clima. Nel luglio 2022, proprio agli Uffizi, tre attivisti di Ultima Generazione si incollarono con le mani al vetro della Primavera di Botticelli. Nell'ottobre dello stesso anno, alla National Gallery di Londra, due militanti di Just Stop Oil, al grido di "Cosa vale di più, l'arte o la vita?", lanciarono zuppa di pomodoro contro i Girasoli di Van Gogh. Il quadro era protetto da un vetro e non riportò danni. Pochi mesi prima, al Louvre, un giovane aveva lanciato una torta contro la teca della Gioconda, chiedendo ai visitatori di pensare alla Terra. Anche lì il vetro aveva parato il colpo. La zuppa, la torta, la colla: le opere nei musei iniziano così a essere utilizzate come bacheche pubbliche. E quelle barriere trasparenti, intrinsecamente invisibili, diventano il punto in cui la protesta si fa vedere.
Dettaglio curioso: nel dipinto, Caravaggio ha messo in primo piano un calice di vino e una caraffa trasparente. Nel riflesso della caraffa gli studiosi hanno individuato quello che potrebbe essere un minuscolo autoritratto del pittore al cavalletto. Un'immagine dentro l'immagine, un uomo riflesso in un oggetto che sembra quasi non esserci. Quattrocento anni dopo, un altro vetro ha fatto da confine tra Caravaggio e il mondo.
Giovedì, quel diluvio universale evocato dagli attivisti attraverso fotografie, slogan e provocazioni spettacolari è arrivato davvero dentro uno dei musei più importanti del mondo, anche se in dose omeopatica. Coincidenza suggestiva, che accompagna una lezione meno romantica. La minaccia climatica al patrimonio culturale è concreta. Una bomba d'acqua può entrare in un museo, mettere a rischio le opere e rendere evidente la fragilità di edifici costruiti in epoche in cui i fenomeni atmosferici avevano un'altra intensità. Stavolta è bastata una teca, ma ciò non significa aver messo in sicurezza il museo. A Palazzo Pitti, intanto, l'acqua è arrivata sui pavimenti della Galleria Palatina e della Galleria d'arte moderna. Nei musei, la conservazione è fatta anche di manutenzione, controlli, interventi tempestivi e protocolli. Sono attività poco fotogeniche, che non producono immagini virali e non finiscono sui cartelli delle manifestazioni. Ma è anche attraverso quelle attività che un capolavoro attraversa il tempo. Da qualche parte prima o poi bisogna cominciare. Magari da un lucernario.