Rachel Bespaloff, che nel poema della guerra scoprì la forza della vulnerabilità

La traduttrice Cristina Guarnieri racconta “sull’Iliade”: l'eroismo tragico dell'essere umano e le sue infinite contraddizioni interne, ritratti con una lingua poetica che sa estrarre dal caos una forma

17 SET 26
Immagine di Rachel Bespaloff, che nel poema della guerra scoprì la forza della vulnerabilità

Foto ANSA

Sull’Iliade di Rachel Bespaloff è uno dei grandi libri del Novecento, perlomeno nell’opinione di chi scrive, eppure è un testo molto breve (segnale a tutti gli scrittori o aspiranti tali: quando si ha qualcosa da dire, e lo si sa fare bene, lo si può dire quasi sempre brevemente), e soprattutto ancora troppo poco conosciuto. Quindi è un’eccellente iniziativa quella di Cristina Guarnieri, direttrice editoriale di Castelvecchi e traduttrice, tra le altre cose, di raccontarlo al Festivalfilosofia di Modena. Sta per uscire in libreria una nuova edizione di Castelvecchi che restituisce per la prima volta il testo originale francese pubblicato nel 1943 a New York. Le edizioni europee in circolazione si basano infatti su un dattiloscritto a cui Bespaloff apportò numerose modifiche durante l’esilio americano. La nuova edizione, tradotta e curata da Guarnieri, riporta alla luce il testo corretto segnalando tutte le varianti.
Per prima cosa chiediamo a Guarnieri di raccontarci qualcosa in più sulla figura di questa filosofa così poco conosciuta. “Rachel Bespaloff – ci dice – è stata pianista, ballerina, direttrice d’orchestra e infine filosofa. Di origine ebreo-ucraina, ha attraversato da esule gli anni della Seconda guerra mondiale e la persecuzione nazista. In realtà, tutta la sua vita è stata segnata dall’esodo: nata in Bulgaria, è cresciuta a Ginevra dove si forma nella danza e nella musica. Nel 1918 si trasferisce a Parigi, il solo luogo che ha sentito come una patria. All’Opéra Garnier insegna Musica ed Euritmica e contribuisce con le sue coreografie a sovvertire il canone della danza classica. Intanto scrive testi filosofici su Kierkegaard, Nietzsche, Šestov, che le valgono l’ammirazione di intellettuali come Jacques Maritain, Jean Wahl e Gabriel Marcel. L’occupazione nazista della Francia la obbliga all’esilio: nel 1942 si imbarca dal porto di Marsiglia per gli Stati Uniti. L’America ospiterà la sua personale catastrofe (si suicida nel 1949), ma è anche il luogo in cui pubblica Sull’Iliade e insegna letteratura francese in un college del Massachusetts”.
Nel libro di Bespaloff, la guerra, protagonista dell’Iliade, non è semplicemente un male da condannare, ma una realtà che sembra appartenere alla struttura stessa dell’esistenza umana. Allora chiediamo a Guarnieri se non stia proprio in questo uno degli aspetti più radicali dell’interpretazione di Bespaloff. “In Sull’Iliade – ci risponde la curatrice – la guerra è polemos, un conflitto ineludibile, intrinseco all’esistenza. Non si tratta di assolverla o condannarla – come fa Simone Weil. Nel saggio scrive una frase folgorante: ‘La guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si canta; non la si giudica, non più del destino’. In Omero Bespaloff trova un’etica, un metodo per affrontarla, non una morale. E’ vero che l’Iliade è un ‘poema della forza’, la forza bruta di cui Omero mostra bene i limiti e l’esito autodistruttivo. Ma lei vi scopre anche un’altra versione della forza: la forza della vulnerabilità. Una forza incarnata da Priamo, che bacia la mano di chi ha ucciso suo figlio. Invocando il diritto alla pietà, questo re supplice non solo ottiene il corpo di Ettore, ma risveglia in Achille l’umanità, la tenerezza. ‘L’Uccisore ridiventa un uomo carico d’infanzia’ scrive Rachel. Appare qui, per lei, ‘il prestigio della debolezza’. Mentre la forza bruta innesca un processo distruttivo, questo diverso paradigma della forza spezza l’automatismo della violenza, inaugura qualcosa di inatteso e crea le condizioni per una ‘tregua sacra’. E’ questa per me la sua modernità”.
Nel libro c’è un contrasto molto forte tra gli uomini, esposti al dolore e alla morte, e gli dèi, eternamente al sicuro. E’ come se proprio la vulnerabilità rendesse gli uomini più grandi e gli immortali, paradossalmente, più poveri. Almeno così ci è sembrato. “Sì”, ci dice Guarnieri: “Agli dèi manca la finitezza. Non conoscono la morte, e neppure il rischio, che rende autentica una vita. Con loro lo stile tragico scompare, entriamo nel comico. Bespaloff li rappresenta come personaggi da operetta, protagonisti di una farsa: sono dèi ridicoli che assistono indifferenti alle sofferenze umane. Il registro comico ha quindi un fondo oscuro: la condizione umana non è garantita né preservata e su questa radicale mancanza di protezione sorge l’eroismo tragico degli umani. Nell’assenza del divino si fa largo il poeta, che per Bespaloff è il vero erede del dio assente. Con il suo canto, il poeta assicura la tragedia umana all’eterno”.
Alla fine del libro sembra emergere un’idea molto forte: condannare o assolvere la forza significherebbe quasi condannare o assolvere la vita stessa. Chiediamo allora se sia questo il punto in cui la lettura dell’Iliade di Bespaloff diventa anche una riflessione universale sulla condizione umana. “La lettura del libro di Bespaloff – dice Guarnieri – ci invita a una meditazione sulla condizione umana in generale ma, allo stesso tempo, ci sposta da questa prospettiva. Perché fa dell’esistenza un’arte del particolare che si articola attraverso i nomi propri: Ettore, Teti, Elena, Priamo, Achille. Ciascuno di loro è una risposta singolare al caos del mondo. Ettore, che prima dell’addio ‘stringe in un ultimo sguardo’ gli esseri a lui cari, è una rappresentazione potente di quel che ciascuno di noi vive quando perde le cose più amate. Ecco: la poiesis greca ricongiunge il pensiero alla concretezza della vita. Ci mostra che ragionare sul senso non è sufficiente. La filosofia non è sufficiente e, se pretende di elevarsi al di sopra delle contraddizioni umane, diventa addirittura un’impostura. La poesia, invece, non ci esime dall’urto con il reale, ma sa estrarre dal caos una forma. Così, attraverso la lingua poetica, Bespaloff riesce a cogliere quegli istanti che sono il vero epicentro della sua filosofia. L’istante è il tempo dell’incontro, dell’amicizia, dell’ospitalità. Il tempo capace di opporre alla violenza, a ogni forma di empietà, la forza di un’avversativa: ‘eppure’. L’Iliade per Bespaloff è disseminata di questi istanti che interrompono l’automatismo della forza, pause in cui gli uomini smettono di essere barbari l’uno per l’altro e ritrovano la loro umanità”.
“Sull’Iliade” di Rachel Bespaloff è il tema della conferenza che Cristina Guarnieri terrà domani alle 11.30 in Piazza Grande a Modena nell’ambito del Festivalfilosofia.