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Voleva che fossero prediche, non saggi. La voce di Oriana vent’anni dopo
L’11 settembre e le “due Fallaci”: il memoir di Alessandro Gnocchi nel ventennale della morte della giornalista e scrittrice
15 SET 26

Foto ANSA
Se digitate Oriana sul pc, non fate in tempo a scrivere Fallaci che Google suggerisce una ricerca: “era di destra o di sinistra”. Basterebbe per capire come mai, nel ventennale della morte (era il 15 settembre 2006), Alessandro Gnocchi le ha dedicato un libro che è un pamphlet, un memoir, un omaggio: Oriana ad alta voce. Perché abbiamo ancora bisogno della Fallaci (Foglio edizioni, 150 pagine, 16 euro). Il titolo va recepito alla lettera: l’autore conobbe solo di voce “la Signora”, sulla linea telefonica Milano-New York, per lavorare ai pezzi che lei donava a Libero di Vittorio Feltri. Chiuso in “una sorta di gabbia di vetro” montata in redazione, Gnocchi s’adattò al fuso orario, agli umori e alla meticolosità dell’interlocutrice, che poteva indugiare sino allo sfinimento su un sommario che non le suonava: la maggioranza dei lettori non ci avrebbe fatto caso, ma a Oriana interessava “non aver lasciato qualcosa di sciatto nel mondo”, virgole comprese.
Gli articoli, presentati come estratti dalla Trilogia inaugurata con La rabbia e l’orgoglio dopo l’attentato alle Torri Gemelle, “in realtà erano testi riscritti quasi per intero”. Lei non aveva inteso fare saggistica ma – “se lo metta bene in testa, Gnocchi” – “una vera predica, da pronunciarsi a voce alta davanti a un pubblico”, che “deve muovere e commuovere”. Il futuro bestseller, ricorderete, era apparso in prima stesura sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001: se il calendario cela un senso recondito, festa di san Michele l’arcangelo guerriero. Fu il terminus post quem la venerata maestra del milieu progressista, l’icona femminista, la paradigmatica inviata venne rovesciata nel suo opposto. Fu la data che spiega l’algoritmo di Google e la vulgata delle “due Fallaci” come riassume Gnocchi: “Una grande giornalista e scrittrice fino all’11 settembre 2001, poi qualcosa si ruppe e i libri della Trilogia furono il prodotto di una mente non più lucida, di una vecchiaia amara, di un rancore che aveva preso il posto del giudizio. Colpa della malattia e della solitudine”. Xenofoba. Razzista. A processo per islamofobia. Settembre 2001 è il punto in cui ficcare il “ma” se si riparla di lei, quello in cui scatta il grilletto della frase avversativa: avviene “nelle fiction della Rai, negli spettacoli teatrali, persino nella biografia ufficiale, dove gli ultimi anni occupano venti pagine su trecento”. Subì una poderosa character assassination, tanto per rilegittimare il senso di una locuzione che ora fiorisce sulle labbra dei narcisisti televisivi.
Cosa giustificava tale virulenza? “La Trilogia” secondo Gnocchi “ha prodotto qualcosa di unico nella storia culturale italiana del dopoguerra: il primo (e ultimo, per ora) dibattito di portata nazionale su immigrazione di massa, politicamente corretto e identità europea”. Denunciava l’occidente che nega la realtà, il pacifismo a senso unico, l’erosione di valori favorita dal conformismo, ma non sciacquava le parole con l’ammorbidente che regola le procedure di indignazione nel sistema culturale italiano, soggetto a “una pressione sociale che non ha bisogno di leggi per funzionare perché agisce attraverso l’emarginazione e l’autocensura. La Fallaci aveva scelto di superare il limite”. Le si applicò pertanto la consumata tattica di “delegittimare la personaanziché confutarne le idee”: era “una mente indebolita dal cancro”. Falso, come il giornalista nella “gabbia di vetro” poté constatare; falso, perché quando la malattia colpì Terzani e Murgia se ne ritagliarono silhouette tra il sapienziale e il parareligioso. Uno strabismo di cenere (non è un refuso) che annienta nel rogo solo chi non la pensa comme il faut.
Non c’è un’Oriana 1 e 2, la progressista e la reazionaria. Fallaci lo “scrittore” (così pretese sulla sua lapide) non fece il ribaltone nel 2001: già nel 1961 aveva dichiarato ne Il sesso inutile che le donne musulmane sono “le più infelici del mondo”; dieci anni dopo raccontò le esecuzioni di massa in Bangladesh; nel 1979 intervistò Khomeini e dedusse che “l’islam politico non è una deviazione dall’islam, è una delle sue caratteristiche intrinseche”; con Insciallah nel ’90 sostenne la “impossibilità di risolvere con strumenti occidentali un conflitto che ha radici in un sistema di credenze tale da non riconoscere gli strumenti occidentali come legittimi”; di lì a poco, durante la Guerra del Golfo (quando la “Nuvola Nera” del petrolio in fiamme le s’insinuò nel corpo), colse nelle moschee le prediche contro gli alleati americani piuttosto che contro Saddam. Anche un certo Osama bin Laden le ascoltava attentamente.
Gnocchi immagina adesso di telefonare alla “Signora” per commentare i giornali: certe sue iperboli non lo sono più; certa sinistra si rivela ancora “autocratica, totalitaria”; l’antisemitismo travestito da antisionismo che smascherava nel 2002 ha guadagnato terreno; nel nome della pace si assolvono “da una parte sola l’odio e la bestialità”. Forse non sempre le risposte di Oriana furono giuste, ma le domande sì: e “in un sistema culturale che preferisce non porle è già straordinario”. Rimane attuale di lei “non la profezia avverata, non il trionfo postumo, ma la dimostrazione che il rifiuto di ascoltare le domande difficili” ha “un costo politico, culturale, umano. Pagato da tutti. Anche da chi l’aveva condannata”. Il dibattito italiano le ha negato il fact-checking: per darle ragione ci voleva coraggio, per darle torto ancora di più.