Il nuovo disordine mondiale

Le guerre ibride, la sfida del cambiamento climatico, gli spazi globali che si sono ampliati, i nuovi poteri digitali, che non hanno radici pubbliche. Tutti i rischi di un presente instabile e del logoramento delle democrazie mature
14 SET 26
Ultimo aggiornamento: 09:05 AM
Immagine di Il nuovo disordine mondiale

Resting, c. 1880-1890. John Singer Sargent (foto Getty)

“Nuovi record di temperatura sono stati stabiliti e battuti quest’estate, la terra è arsa dalla siccità e gli incendi boschivi imperversano. Il debito delle economie avanzate si sta avvicinando a livelli storicamente alti. I tagli agli aiuti medici e alimentari, soprattutto da parte degli Stati Uniti, hanno causato morti evitabili e favorito la diffusione di malattie, una delle quali, prima o poi, potrebbe trasformarsi in una nuova pandemia. L’intelligenza artificiale continua la sua ascesa rapida e non regolamentata, minacciando posti di lavoro, sicurezza e, nelle proiezioni più cupe, la stessa esistenza umana. Le potenze revisioniste calpestano regole e norme impunemente. Gli elettorati sono arrabbiati e volatili. Una diplomazia lenta, ponderata, necessariamente discreta, che costruisce fiducia e comprensione, ha lasciato il posto a uno stile performativo e sfacciato, più adatto all’attenzione assuefatta a TikTok o a un cortile di scuola. L’Uppsala Conflict Data Program ha registrato lo scorso anno 65 conflitti basati sugli Stati, il numero più alto dal 1946. Le grandi potenze si ritrovano impantanate in guerre asimmetriche con paesi che stanno sfruttando al massimo le nuove tecnologie. La guerra del presidente russo Vladimir Putin in Ucraina, che avrebbe dovuto essere vinta nel giro di pochi giorni, sta arrancando nel suo quinto anno. L’Iran, utilizzando droni economici prodotti in serie per attaccare le forze e gli alleati americani, ha conquistato il controllo, forse permanente, di un corridoio cruciale del commercio mondiale, riducendo drasticamente le scorte di missili statunitensi e intrappolando il presidente Trump in una guerra da lui stesso voluta. Una guerra mondiale non è inevitabile, ma la minaccia di un conflitto catastrofico tra potenze grandi e ben armate è più vicina di quanto non lo fosse da decenni”.
Questa è la diagnosi fatta da una storica canadese, Margaret Macmillan, che ha insegnato sia all’Università di Toronto che all’Università di Oxford, e ha studiato numerose fasi di crisi nel mondo, pubblicata sul New York Times il 3 settembre scorso, primo di una nuova serie, “Il disordine del nuovo mondo”, nella quale quel giornale esaminerà la dissoluzione del sistema internazionale post-bellico e il modo in cui i vari paesi si stanno adattando, mentre l’America si fa da parte.
Non ignorare i segnali di allarme
La prima raccomandazione fatta dalla studiosa canadese, ma ripetuta da tutti gli studiosi della materia, è quella di non ignorare i segnali di allarme. Bisogna saper riconoscere i segni che indicano il nuovo disordine, ma – aggiungo – bisogna anche sapere quali sono gli aspetti positivi del nuovo disordine e se da questo può derivare un nuovo ordine, e quale esso sia.
Ha spiegato molto bene, numerosi anni, fa un noto economista, non troppo scherzosamente, che vi sarebbe stata una nuova crisi economica mondiale quando sarebbero usciti di scena coloro che avevano vissuto quella che cominciò con il crollo di Wall Street (1929-1933). La crisi aperta nel 2008 sta a dimostrare che quella previsione era corretta.
Un secondo motivo che consiglia di individuare i sintomi giusti e fare poi la diagnosi corretta è costituito dal fatto che il nuovo disordine si accompagna con una forte imprevedibilità e incertezza, un fattore che non riguarda solo il maggiore protagonista della vita del mondo, gli Stati Uniti d’America, dove i poteri pubblici, che sono stati di esempio al mondo per almeno due secoli, sembrano governati da comportamenti contraddittori, arbitrari, imprevedibili.
Il disordine tra gli Stati
Bisogna innanzitutto distinguere tra disordini che si registrano tra gli Stati e disordini che si verificano all’interno degli Stati, e fenomeni antichi che si presentano con modalità nuove e fenomeni nuovi che si presentano con modalità antiche. Un esempio è quello delle guerre. La storia del mondo è punteggiata da guerre, ma queste oggi si svolgono in modi diversi dal passato. Una volta si facevano con le armi, ora si fanno anche mediante la manipolazione dell’informazione, per esercitare pressione sulle opinioni pubbliche. Una volta le guerre si svolgevano su un campo, tra persone, oggi si svolgono tra organizzazioni belliche “unmanned”.
Il secondo sintomo importante è quello indicato dal fallimento nel compito più urgente, quello ambientale, che può essere affrontato dagli Stati soltanto insieme, ma per il quale le economie emergenti dànno la colpa a chi ha usato l’ambiente per svilupparsi e sostengono che è venuto il loro turno, a cui non vogliono rinunciare. Quindi l’equilibrio nel mondo richiede molte rinunce e molte concessioni.
Un terzo fattore di crisi è costituito dalla modificazione dei rapporti tra i protagonisti mondiali. Quello che sarebbe successo nei due secoli passati era stato previsto nel 1835 da Alexis Tocqueville che aveva scritto: “Vi sono oggi sulla terra due grandi popoli che, partiti da punti differenti, sembrano avanzare verso lo stesso scopo: sono i Russi e gli Anglo-americani. Entrambi sono cresciuti nell’oscurità; e, mentre gli sguardi degli uomini erano occupati altrove, essi si sono posti tutt’a un tratto in prima fila tra le nazioni, e il mondo ha appreso, quasi nello stesso tempo, la loro nascita e la loro grandezza. Tutti gli altri popoli sembrano aver raggiunto pressappoco i limiti che la natura ha loro tracciato, e non avere che da conservare; ma gli Americani e i Russi crescono, mentre tutti gli altri sono fermi o avanzano solo con mille sforzi; solo essi marciano con passo facile e rapido in una strada di cui l’occhio non può ancora scorgere il termine. L’americano lotta contro gli ostacoli che la natura gli oppone; il russo è alle prese con gli uomini. L’uno combatte il deserto e la barbarie, l’altro la civiltà rivestita di tutte le sue armi: così le conquiste dell’americano si fanno con il vomere dell’agricoltore, quelle del russo con la spada del soldato. Per raggiungere il suo scopo, il primo si basa sull’interesse personale e lascia agire, senza dirigerle, la forza e la ragione degli individui. Il secondo concentra, in qualche modo, in un solo uomo tutto il potere della società. L’uno ha per principale mezzo d’azione la libertà; l’altro la servitù. Il loro punto di partenza è differente, le loro vie sono diverse; tuttavia, entrambi sembrano chiamati da un disegno segreto della Provvidenza a tenere un giorno nelle loro mani i destini di una metà del mondo” (A. Tocqueville, La democrazia in America, in Id., Scritti politici, a cura di N. Matteucci, II, Torino, Utet, 1968, pp. 483-484).
Modificati i rapporti tra i protagonisti mondiali. America e Russia sembrano chiamate “da un disegno segreto della Provvidenza a tenere un giorno nelle loro mani i destini di una metà del mondo” (Tocqueville nel 1835)
Ora la situazione è radicalmente cambiata, per tre motivi: perché anche gli Stati Uniti hanno come principale mezzo d’azione la servitù e concentrano in un solo uomo tutto il potere della società; perché ambedue le potenze imperiali si scontrano, in aree diverse del mondo, con poteri estremamente più ridotti senza riuscire ad avere successo nei loro confronti; perché gli spazi mondiali si sono ampliati e nuove forze sono entrate in campo, come osservato da ultimo da Branco Milanovic: “Il disordine mondiale parla di questi due sviluppi che hanno segnato l’apogeo e il declino del neoliberalismo nel mondo: l’ascesa dell’Asia, e della Cina in particolare, e l’affermazione di nuove élite plutocratiche negli Stati Uniti e in Cina. Queste nuove classi dominanti devono la propria esistenza, e il proprio potere, al neoliberalismo globale, ed è stato il loro stesso successo a creare le condizioni per il loro declino. Le azioni di un Trump o di uno Xi Jinping, e di molti altri leader, sono, nonostante quello che probabilmente pensano loro e anche i loro sostenitori, reazioni contro i vincitori della globalizzazione neoliberale e i loro eccessi. Queste reazioni hanno messo fine a un periodo storico e ne hanno aperto un altro, di cui solo ora si cominciano a intravedere vagamente i contorni” (Branco Milanovic, Il disordine mondiale. Stati Uniti, Cina e il nuovo capitalismo, Roma-Bari, Laterza, 2026).
Il quarto motivo di crisi è questo: per la prima volta nella storia del mondo, si sono sviluppati poteri mondiali che non hanno radici pubbliche, le Big Tech, organizzazioni private, nate come poteri universali, che esercitano funzioni che una volta venivano svolte dagli Stati, e talora operano d’accordo con gli Stati, come mostrato dal caso Guillou. I loro progenitori sono le compagnie delle Indie. Questo sviluppo ha anche un aspetto positivo perché i grandi poteri digitali hanno bisogno di un mondo pacifico, senza barriere, piatto.
Le Big Tech, organizzazioni private, nate come poteri universali, esercitano funzioni che una volta venivano svolte dagli Stati, e talora operano d’accordo con gli Stati, come mostrato dal caso Guillou. Un aspetto positivo: i grandi poteri digitali hanno bisogno di un mondo pacifico, senza barriere, piatto
Luisa Torchia ha osservato che il potere digitale ha tre caratteristiche. “In ragione della materia prima che utilizza e degli strumenti mediante i quali la ‘lavora’, il potere digitale può essere definito, in primo luogo, come un potere riduzionista, perché l’aggregazione dei dati è finalizzata a ridurre le differenze e a ricondurle entro uno schema generale il cui valore dipende in larga misura dal fatto che le variazioni siano per quanto possibile soppresse o comunque irrilevanti (con un conseguente effetto di enfatizzazione e polarizzazione fra poche alternative). I meccanismi di profilazione posti alla base dei sistemi di raccomandazione – e quindi di pubblicità e di indirizzo verso beni o servizi da acquistare – sono appunto finalizzati a ricondurre a uno specifico profilo la varietà individuale e a inserire ciascun individuo in una casella che ne registra, ma anche definisce, gli orientamenti, le preferenze, le scelte. […] Si tratta, in secondo luogo, appunto di sistemi basati sulla capacità di misurare e classificare i dati senza entrare nel merito della loro qualità o del loro significato, con la duplice conseguenza di attribuire lo stesso peso a dati verificati come a dati privi di attendibilità e, al contempo, di offrire la presunzione di una – ipotetica e non dimostrata, anzi spesso illusoria – oggettività ai risultati ottenuti. Scelte politiche, pregiudizi, opinioni vengono così ‘mescolati’ e ammantati di una neutralità e oggettività che è solo apparente, come è emerso ripetutamente quando si è cercato di prendere decisioni politiche con strumenti automatizzati (per citare solo i casi più famosi, esaminati in un successivo capitolo: a chi fornire determinati servizi, come individuare la pena per un reato, come individuare persone pericolose o prevenire possibili reati). Il potere digitale enfatizza, in terzo luogo, la sua unicità e diversità e pretende un trattamento differente rispetto a qualsiasi altra industria, categoria di imprese, tipo di prodotto o servizio, basandosi sulla differenza fra la vita online e la vita offline. Comportamenti che nella vita reale costituiscono reato, o almeno hanno conseguenze significative in termini di responsabilità, dovrebbero essere, invece, liberi da ogni vincolo o controllo nella sfera digitale, sottraendosi così al diritto come alla morale e all’etica” (Luisa Torchia, Potere digitale, Bologna, Il Mulino, 2026, pp. 20-21).
L’ultimo segnale di crisi è quello costituito dalla rottura di quell’unità che chiamiamo Occidente, che aveva conquistato una base atlantica, univa l’Europa e l’America attraverso l’Atlantico, così come l’impero romano univa l’Europa al Nord Africa attraverso il Mediterraneo, e che aveva ramificazioni in paesi lontani come Giappone, Canada e Australia.
Il disordine negli Stati
Ai fattori di crisi tra gli Stati si uniscono quelli all’interno degli Stati. Il primo è costituito dal logoramento delle democrazie mature, prodotto all’incapacità delle classi dirigenti di comprendere che lo Stato pluriclasse produce, per sua natura, una pluralizzazione del potere e richiede una capacità di coordinamento che le classi politiche non riescono ad assicurare, con conseguente disaffezione del “paese reale”.
Nello stesso tempo, le basi stesse degli Stati diventano più precarie. Una volta si diceva che lo Stato è l’insieme di una popolazione, un territorio e un potere sovrano. Oggi le popolazioni sono sempre più instabili. Basti pensare che il numero degli italiani all’estero è di 6.604.000, mentre il numero degli stranieri in Italia è di 5.560.000.
Un altro segnale è costituito dalla incapacità delle classi dirigenti di orientare la società e di fornire ad essa obiettivi, cercando, nello stesso tempo, di conservarne il consenso, anche perché ormai è superato il punto di vista che veniva espresso da Giuseppe Bottai negli anni Trenta del secolo scorso, quando osservava che “la crisi dello Stato moderno non è superabile senza la unificazione economica, politica e morale della società nello Stato: ciò è stato realizzato dallo Stato fascista” (G. Bottai, Esperienza corporativa (1929-1934), Firenze, Vallecchi, 1934, parte I, marzo 1930).
Le basi stesse degli Stati diventano più precarie. Oggi le popolazioni sono sempre più instabili. Basti pensare che il numero degli italiani all’estero è di 6.604.000, mentre il numero degli stranieri in Italia è di 5.560.00
Un quarto segnale è indicato dall’economista Acemoglu, secondo il quale “la produzione manifatturiera di massa ha perso terreno, è aumentato il peso dei servizi, sono arrivate le nuove tecnologie digitali. Insieme alla globalizzazione, queste tecnologie hanno spezzato il legame tra crescita delle imprese e crescita delle retribuzioni, rendendo più difficile una prosperità condivisa. La trasformazione più pervasiva è stata la crescente rilevanza della conoscenza, ossia delle competenze cognitive acquisite attraverso l’istruzione superiore. Per me la crescita del potere sociale dei ceti istruiti ha giocato un ruolo cruciale nell’innescare la crisi” (Daron Acemoglu, La democrazia ce la farà, colloquio con Maurizio Ferrera, in Corriere della sera, La lettura, 6 settembre 2026).
Un quinto segnale di crisi interna è quello indicato da Cass Sunstein, secondo il quale le minacce gravi vengono da un governo privo dei vincoli della separazione dei poteri. Questo, egli osserva, è un concetto-ombrello che contiene sei separazioni distinte, ciascuna con la propria logica e le proprie violazioni tipiche: il legislativo non può esercitare il potere esecutivo; il legislativo non può esercitare il potere giudiziario; l’esecutivo non può esercitare il potere legislativo; l’esecutivo non può esercitare il potere giudiziario; il giudiziario non può esercitare il potere legislativo; il giudiziario non può esercitare il potere esecutivo. Le sei separazioni non proteggono tutte lo stesso bene: alcune presidiano la libertà individuale (nessuno deve essere punito se non da un giudice, in base a una legge che non è stata scritta per lui), altre l’autogoverno (le regole generali le fa l’assemblea rappresentativa, non il capo), altre ancora l’efficienza e la responsabilità dell’amministrazione. E soprattutto le minacce non sono simmetriche: ogni epoca vede prevalere violazioni diverse – ci sono stati tempi in cui il pericolo era un legislativo invadente, altri in cui erano corti troppo ambiziose – e la nostra epoca ha un colpevole principale (Cass R. Sunstein, Separation of Powers. How to Preserve Liberty in Troubled Times The MIT Press, febbraio 2026).
Come uscirne
La soluzione individuata dalla studiosa canadese da cui sono partito è quella di iniziare un laborioso processo di costruzione di qualcosa di nuovo, valendosi di quelle che chiama potenze medie come il Canada, l’Australia e il Giappone, a cui forse occorre aggiungere l’Unione europea. Ma in questi paesi gli intellettuali sono solo specialisti che vivono ciascuno chiuso nella propria torre d’avorio?
Il percorso è lungo, e per farlo bisogna ascoltare anche altre voci, come quelle di Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente, Roma, Fazi, 2026 e di Alexander Stubb, Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale, Venezia, Marsilio, 2026.