Eva Caianiello: “Mio padre, pioniere della cibernetica tra gli Stati Uniti e Napoli”

Precursore degli studi sull’Intelligenza artificiale, il napoletano Eduardo Renato Caianiello impresse notevole sviluppo alla fisica italiana nel secondo Novecento. "La casa di Posillipo in cui sono cresciuta era un crocevia di scienziati da tutto il mondo". Intervista

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Pioniere della cibernetica, precursore degli studi sull’Intelligenza artificiale, studioso della teoria quantistica dei campi, il napoletano Eduardo Renato Caianiello fu anche un organizzatore culturale che impresse notevole sviluppo alla fisica italiana nel secondo Novecento. Decisivo per lui, nell’immediato dopoguerra, il completamento della formazione negli Stati Uniti, dove da vincitore di una borsa di studio al Mit di Boston soggiornò per circa tre anni: un cospicuo epistolario con la moglie Carla Persico e con i famigliari rimasti a Napoli, riordinato dalla figlia secondogenita Eva, ha vinto il Premio Pieve Saverio Tutino nel 2025 ed è di prossima pubblicazione per il Mulino (“Dovunque la fisica fosse Fisica. Lettere 1948-1951”).
La corrispondenza non ritrae solo l’intimità di Caianiello, ma lumeggia le differenze tra due mondi e due accademie lontanissime, l’euforia degli incontri con grandi scienziati, la malinconia della distanza dalla città dove il giovane fisico sceglierà di tornare. Eva, docente di matematica e antropologa, ha ricomposto con la cura del carteggio anche tasselli di memoria personale.
Perché suo padre preferì il ritorno a una facile carriera in America?
La ragione privata fu l’attaccamento alla famiglia e la difficoltà di trasferirla oltreoceano, ma anche il rispetto per mia madre che teneva molto al proprio lavoro di insegnante e doveva prendersi cura delle loro due figlie, che poi sarebbero diventate quattro. Ci fu però anche un’altra ragione che lo convinse: lui si sentiva un uomo della Magna Grecia, voleva sviluppare le sue ricerche su dimensione internazionale ma mantenendo il centro a Napoli.
Nel 1955 vince il concorso e occupa la cattedra di fisica teorica a Napoli, rimasta vacante salvo un breve periodo dalla morte di Ettore Majorana. Poté contare, in un ambiente accademico piuttosto asfittico, sull’appoggio di un genio quale Renato Caccioppoli.
Era un rapporto di stima e affetto reciproci. Caccioppoli era stato testimone di nozze dei miei genitori e aveva incoraggiato la permanenza americana di mio padre perché la riteneva importante per la sua formazione, anche se per motivi ideologici non amava gli Stati Uniti.
Già nel ’56 Caianiello riesce a beneficiare di un congruo finanziamento per il neonato Istituto di fisica teorica, dove ospiterà anche scienziati stranieri.
Ottenne un consistente contributo dal governo americano e aprì una nuova sede per la scuola di perfezionamento in fisica teorica e nucleare, con Werner Heisenberg che andò a tenere la lezione introduttiva. Si adoperò per realizzare costanti scambi di conoscenze a livello internazionale e perseguì l’obiettivo di un linguaggio comune tra le discipline scientifiche. Era rimasto colpito dal lavoro di Norbert Wiener e animò un progetto in cui coinvolse il neuropsichiatra Valentino Braitenberg, dedicato alle reti neurali, che scaturiva dall’interesse per il funzionamento del cervello umano. Fu un organizzatore instancabile: nel 1968 avrebbe inaugurato il Laboratorio di cibernetica del Cnr, autonomo dall’università; nel 1981 fondò lo IIass (International Institute for advanced scientific studies); nel 1989 contribuì alla nascita di Siren, la Società italiana di reti neuroniche di cui fu presidente fino alla morte nel 1993.
Il carteggio con sua madre rivela uno scienziato che dava peso all’educazione umanistica. Parla con entusiasmo dei libri che acquista, consiglia la lettura in originale di Jonathan Swift, addirittura confida: “La mia passione per la poesia cresce ogni giorno… sta diventando più forte del mio interesse per la fisica, e spesso mi sono chiesto se ho, o non ho, sbagliato strada”.
Per lui gli studi classici erano fondamentali: nei momenti di solitudine si confortava con Shakespeare e i pensatori greci. Nutriva una spiritualità di cui non so in quanta misura oggi dispongano gli ingegneri che sviluppano l’Intelligenza artificiale. Al contempo riteneva importante, per gli umanisti, una formazione scientifica di base con cui corroborare le valutazioni che si fanno nella vita.
Come ha ritrovato il carteggio?
Alla morte di mia madre, svuotando casa, mia sorella Orietta ha raccolto l’epistolario che ho poi esaminato e risistemato in ordine cronologico. Ero incerta sulla sua destinazione finché ho saputo dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano.
Che effetto le ha suscitato la lettura?
Formativo, emozionante. Mi ha colpito anche l’epistolario precedente al periodo americano, che riguardava il rapporto di Eduardo e Carla prima del matrimonio. Si scrivevano tantissimo pur abitando nella stessa città: ogni lettera un’analisi reciproca densa di considerazioni psicologiche.
Quando si erano conosciuti?
All’università, poi mio padre era partito volontario per la guerra. Sopravvisse a El Alamein però si fratturò una gamba in Tunisia e riuscì a essere imbarcato sull’ultima nave ospedale diretta a Napoli, dove fu ricoverato e rincontrò mia mamma che faceva la crocerossina.
Un suo personale amarcord?
La casa di Posillipo in cui sono cresciuta: era un crocevia di scienziati da tutto il mondo in una città che viveva gli anni Sessanta all’insegna della vivacità culturale, mentre già maturavano i semi della contestazione giovanile. Mio padre si confrontò serenamente con i suoi studenti perché non era un algido professore: aveva appreso dagli americani quella “informality” allora così rara negli atenei nostrani e che era diventata un suo tratto distintivo. Detestò sempre il servilismo accademico e la politica piegata a meri fini personali.