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Le quote e il merito: lo “scandaloso” Cofnas ci ricorda che sono logiche opposte
Ha scoperchiato il calderone di Jason Arday e online circolano petizioni per farlo licenziare. Eguaglianza delle opportunità ed eguaglianza dei risultati rispondono a logiche opposte. Dopo quarant’anni che abbiamo fatto finta di dimenticarlo, lui ce lo ha ricordato
11 SET 26

Foto Getty
Razzista, oscurantista, darwinista sociale, sionista suprematista. Sono le qualifiche con cui nei giorni scorsi la comunità accademica di mezzo mondo ha gratificato Nathan Cofnas, il ricercatore dell’Università di Gand che ha scoperchiato il calderone di Jason Arday. Se è vero che Arday si è suicidato, ci sono molti che considerano Cofnas il mandante morale. Online circolano petizioni per farlo licenziare. Una delle frasi incriminate risale a un blog del 2014, dove Cofnas scrisse che con un sistema basato soltanto sul merito le persone nere non avrebbero raggiunto molte delle posizioni che adesso occupano all’università. Le petizioni omettono di dire che Cofnas stava commentando uno studio interno di Harvard secondo cui, con un’ammissione in funzione esclusiva delle prove e della carriera scolastica, la percentuale di studenti afroamericani scenderebbe dal 14 allo 0,7 percento, e quelli d’origine asiatica schizzerebbero dal 18 al 43 per cento. Stiamo scoprendo l’acqua calda: le quote riservate alle minoranze esistono apposta per favorire l’ingresso di chi altrimenti sarebbe rimasto fuori. La domanda da fare non è se sia così, ma se l’intero meccanismo non rappresenti un clamoroso equivoco da parte del progressismo accademico.
I sostenitori delle quote confondono due cose diverse: eguaglianza delle opportunità ed eguaglianza dei risultati. La prima garantisce lo stesso punto di partenza per tutti: può competere per un posto chiunque abbia i requisiti. La seconda pretende di correggere il punto di arrivo, anteponendo al valore del singolo l’appartenenza a un gruppo, perché l’esito rispecchi una proporzione decisa a tavolino. La prima è una regola sacrosanta. La seconda, un’aberrazione. Sopito da tempo, il dibattito ha in realtà radici antiche: inaugurate nell’America degli anni Sessanta, le quote per minoranze vennero subito contestate da chi pensava non si conciliassero con la selezione per merito. Sono state oggetto di satira in Soul man, film del 1986 su uno studente bianco e squattrinato che si finge nero per ottenere una borsa di studio a Harvard. Fedele al principio jeffersoniano della “natural aristocracy” di talento e virtù, Milton Friedman spiegava nel libro Free to choose (1980) che mettere in secondo piano l’individuo è mortificante per la libertà, e frena la spinta a eccellere. Riconoscere a chicchessia lo status di studente o studioso non per ciò di cui è capace, ma perché appartiene a un gruppo etnico, è cattiva pedagogia. Così il livello dell’istituzione si abbassa anche per quelli che le quote dovrebbero aiutare.
Eguaglianza delle opportunità ed eguaglianza dei risultati rispondono a logiche opposte. Dopo quarant’anni che abbiamo fatto finta di dimenticarlo, Cofnas ce lo ha ricordato. E’ soprattutto questo che i colleghi sparsi agli angoli del globo non riescono a perdonargli.