Il romanzo di Pilar Quintana, tra Colombia e natura

Inghiottiti dalla giungla e dalla letteratura. Il libro della scrittrice colombiana premiata a Roma apre un’altra strada nella narrativa sudamericana, lontana dal realismo magico di Gabriel García Márquez e dai suoi eredi

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(Foto Ansa)

Nata a Cali nel 1972, selezionata già nel 2007 tra i 30 scrittori latinoamericani sotto i 39 anni più promettenti e dopo aver vinto nel 2021 il prestigioso Premio Alfaguara de Novela, Pilar Quintana riceve a Roma il Premio Iila-Letteratura dell’Istituto Italo – Latino Americano per il suo romanzo “Los abismos”, uscito in italiano nel 2023 col titolo “Gli abissi” per La tartaruga (320 pp., 20,00€), proprio mentre esce in italiano il suo ultimo libro Notte nera” (La tartaruga, 224 pp., 20,00€). “Una voce originale capace di esplorare con sensibilità la condizione femminile e le dinamiche familiari” è il riconoscimento della giuria su un romanzo la cui protagonista è una bambina di otto anni alle prese con le trasformazioni della sua famiglia. Ma l’ultimo romanzo torna a un tema classico della letteratura delle Americhe, attraverso il racconto di quattro giorni di Rosa, una donna sola nella selva amazzonica. “Ho vissuto nove anni nella giungla, quindi era inevitabile che scrivessi della giungla”, ci spiega. La presentazione italiana del libro fa riferimenti a Stephen King, Edgar Allan Poe e “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, ma a chi conosce un minimo la letteratura colombiana è difficile non ripensare subito a “La voragine”. Il romanzo pubblicato da Eustasio Rivera nel 1924 i cui protagonisti alla fine scompaiono nella giungla. “La selva se li inghiottì”, è il famoso finale. “Certo. C’è tutta una tradizione di romanzi latinoamericani e colombiani ambientati nella giungla. Solo che, in Rivera come in altri, sono avventure di uomini. Questa è invece l’avventura di una donna, che come un uomo si mette gli stivali e afferra il machete per affrontare gli elementi, ma deve anche affrontare sfide specifiche del suo genere, dal momento che viene molestata da alcuni vicini maschi. E non solo parte per un’avventura, ma deve anche lavare, pulire, cucinare, lavare i piatti. E’ una domanda che a volte ci si pone in queste storie, nella letteratura o nel cinema, con uomini che partono per avventure indossando sempre gli stessi vestiti. Non li hanno lavati? Cosa mangiano? Chi ha preparato il cibo? Qui abbiamo l’avventura nella giungla di un personaggio esperto nella natura, all’aperto, ma anche impegnato nelle piccole faccende domestiche che contribuiscono a che il mondo vada avanti”.
E’ una metafora molto potente, che inizia un po’ con “Facundo o Civiltà e Barbarie” dell’argentino Domingo Faustino Sarmiento, dove si osserva come la immensa natura delle Americhe possa cambiare e addirittura imbarbarire l’europeo che ne viene inghiottito. E’ tutto un filone che sta in molti racconti di Jorge Luis Borges, su tutti “Il vangelo di Marco”. Ma lo troviamo anche negli Stati Uniti, da Lovecraft a film come “Non aprite quella porta” o “Un tranquillo week-end di paura”. D’altra parte c’è poi il realismo magico di Miguel Ángel Asturias. Alejo Carpentier o Gabriel García Márquez, che invece questo rapporto con una natura immensa lo rovescia in chiave positiva. “Sì, ci sono tantissimi spunti, che possiamo forse riassumere in un’unica idea: volevo indagare su cosa accade all’essere umano quando si trova nella natura. Cosa accade all’essere umano quando lo allontaniamo dalla società, dalla città, e lo lasciamo nel mondo naturale? Forse una risposta è sfidare la nostra idea di sentirci separati dalla natura, e comprendere noi stessi non solo come parte della natura, ma come la natura stessa”. Ma alla fine è una minaccia, è una opportunità, o può essere entrambe le cose? “Credo che sia entrambe le cose. Rosa convive con la minaccia, ma capisce che se non scatena la sua violenza – diciamo, la bestia, il terribile animale che vive dentro di lei – la giungla la divorerà. Deve trovare la sua violenza, non come un valore negativo, ma come il valore positivo che, in quell’ambiente, le permette di sopravvivere. In città possiamo fingere di non essere animali e ci crediamo, ma nella giungla dobbiamo tornare all’animale che siamo”.
La letteratura colombiana continua a essere molto identificata con Gabriel García Márquez, cosa di cui molti autori in qualche modo soffrono. “In Colombia abbiamo una letteratura ricca e diversificata, ma dopo García Márquez effettivamente l’establishment letterario ha teso a favorire una letteratura molto conservatrice. Quella che raccontava la storia, che parlava di violenza e della realtà politica colombiana. Ma credo che negli ultimi anni, con la crescita degli editori indipendenti, la scena letteraria colombiana abbia ampliato la sua prospettiva, dando una rappresentazione più variegata del nostro paese letterario”.