La scrittura secondo Ghosh: una forma profonda di attenzione

Letteratura e crisi climatica. L’autore indiano nell’ultimo libro esplora “l’esistenza parallela di realtà multiple”. Una conversazione
7 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:39
Immagine di La scrittura secondo Ghosh: una forma profonda di attenzione

Amitav Ghosh (Foto Lapresse)

La cosa che colpisce maggiormente, incontrandolo, è il contrasto tra i modi squisiti e la fermezza delle sue idee. E’ un uomo naturalmente gentile, Amitav Ghosh, che stempera in un sorriso la forza delle proprie convinzioni: non c’è nulla di ipocrita in questo atteggiamento, né lui guarda mai nessuno dall’alto in basso, il suo sorriso è un invito a un confronto improntato alla serenità e la tolleranza.
E’ nato a Calcutta settant’anni fa e ha viaggiato sin da bambino a seguito del padre, diplomatico. Ha vissuto in Iran, si è laureato a Oxford, e prima del debutto nella narrativa ha lavorato come giornalista. In un percorso esistenziale caratterizzato da riconoscimenti letterari di ogni tipo e otto laure honoris causa, la scrittura rappresenta qualcosa di imprescindibile, ma non di esclusivo: i corsi di scrittura creativa che ha tenuto presso la Columbia University di New York hanno lasciato un ricordo entusiasta tra gli allievi, e anche come docente, la squisitezza dei modi è andata di pari passo con l’autorevolezza di convinzioni espresse con gentilezza e fermezza. Il successo planetario è arrivato con Mare di papaveri, del 2008, prima parte della Trilogia dell’Ibis, ma la critica aveva già celebrato il suo talento indubbio quanto originale in occasione di un romanzo del 1988 dal titolo conradiano: Le linee d’ombra. Da allora ha alternato la narrativa alla saggistica, con testi nei quali ha denunciato i danni irreversibili causati dai cambiamenti climatici. Oggi vive a Brooklyn insieme alla moglie Deborah Baker, apprezzata autrice di The Life of Lara Riding e The Last Englishmen: Love, War and the End of the Empire. Amitav e Debbie, originaria della Virginia, sono magnifici padroni di casa, e nella loro accogliente brownstone amano preparare prelibatezze bengalesi per l’aristocrazia intellettuale indiana di New York, della quale fanno parte Mira Nair e il figlio Zohran Mamdani: è stato Amitav a presentare la regista al marito ugandese Mahmood, storico del colonialismo e docente alla Columbia University, ed è padrino dell’attuale sindaco, che ammira per rettezza, coraggio e chiarezza. Del gruppo degli habituè fanno parte anche due punti di riferimento della più giovane cultura pakistana: il pittore Salman Toor, e la rockstar Ali Sethi. Ghosh parla correntemente cinque lingue, alle quali va aggiunto anche un po’ d’italiano, e l’elemento che caratterizza la sua intelligenza e la sua scrittura è la spiccata curiosità, come è evidente anche da L’occhio fantasma, appena uscito in Italia per Einaudi. Quando ha accettato di partecipare a queste serie di conversazioni, gli ho spiegato che le prime domande sono uguali per tutti. “Sono curioso di sapere le risposte dei miei colleghi”, mi ha risposto, prima di parlarmi del suo primo ricordo: “Direi che il più antico è di un ciclone a Dhaka, quando lo stagno dietro casa nostra straripò e allagò tutto il nostro vialetto”.
Posso chiederle quando ha deciso di diventare uno scrittore?
“Ho sempre voluto scrivere, ma suppongo che il momento in cui ho deciso di diventare uno scrittore sia stato nel maggio 1982, quando ho iniziato a dedicarmi al mio primo romanzo, Il cerchio della ragione”.
Come definirebbe cosa rappresenta per lei la scrittura?
“Una forma di attenzione profonda”.
Chi è il più grande eroe non celebrato della letteratura?
“Colui che sin dalla gioventù ho considerato un eroe non celebrato, e che continua a non essere sufficientemente apprezzato, è lo scrittore bengalese Sharadindu Bandyopadhyay”.
C’è uno scrittore che ammira pur non essendo d’accordo con le sue idee?
“V.S. Naipaul”.
La letteratura di genere è stata storicamente sottovalutata dalla critica: perché secondo lei?
“Perché i generi sono definiti da alcune convenzioni e aspettative, il che significa che gli scrittori di genere devono sottomettersi a certi vincoli. Tuttavia alcuni tra loro sono stati sottovalutati perché le etichette di genere sono state loro imposte anche se la loro opera trascende le solite convenzioni e aspettative. Mi vengono in mente ad esempio Octavia Butler e Ursula Le Guin”.
Come definirebbe in poche parole di cosa parla il suo ultimo romanzo, L’occhio fantasma?
“E’ un libro che ha per tema l’esistenza parallela di realtà multiple”.
Il personaggio di Varsha annuncia di non essere vegetariana e di essere la reincarnazione di una pescatrice bengalese. Questo accade nel 1969: c’è una relazione con l’allunaggio e la morte di Ho Chi Minh, citate nel libro?
“In realtà non c’è alcuna relazione tra questi eventi, se non nel fatto che avvengono appunto tutti nel 1969”.
Nei suoi libri precedenti sono già comparsi alcuni personaggi, come Tipu e Dinu: possiamo considerare la sua opera come un’unica saga dopo la Trilogia dell’Ibis?
“No, perché ho anche scritto molta saggistica dopo la Trilogia dell’Ibis”.
Questo nuovo romanzo tratta del soprannaturale: è corretto considerarlo un esempio di realismo magico?
“Per quanto mi riguarda, il romanzo non tratta né del soprannaturale né del magico. Il fatto che molti bambini ricordino vite passate è ampiamente documentato; questo è un fenomeno reale – non c’è nulla di soprannaturale o magico”.
Crede in Dio? Qual è il suo rapporto con la religione?
“Credo certamente che il mondo che percepiamo con i nostri sensi non sia l’unico che esiste”.
Quanto c’è di Amitav Ghosh nel personaggio di Dinu?
“Molto poco – Dinu non è affatto come me, se non per il fatto che anche lui è nato a Calcutta e vive attualmente a Brooklyn”.
Dal libro ho ricavato l’impressione che lei crede che un approccio realistico possa essere inadeguato per affrontare i pericoli del cambiamento climatico.
“Penso che aderire a certe convenzioni realistiche possa rendere difficile affrontare la crisi planetaria, semplicemente perché così tanti degli eventi che stiamo vivendo in questi giorni sono senza precedenti, e quindi quasi ‘irreali’”.
Varsha dice: “Vedo la gente morta”: è un riferimento pop al Sesto Senso?
“No”.
La reincarnazione è uno dei temi del romanzo: lei ci crede?
“La reincarnazione è un concetto metafisico riguardo al quale sono agnostico. Ciò che è incontestabile tuttavia è che molti bambini estremamente piccoli hanno ricordi dettagliati e accurati di vite passate. Ribadisco: questa non è una questione di credenza”.
Nel suo libro La grande cecità: il grande cambiamento climatico e l’impensabile aveva già affrontato la crisi climatica, della quale abbiamo visto gli effetti catastrofici quest’estate. In che relazione pone tutto ciò con la crisi politica?
“La crisi climatica, e gli orizzonti decrescenti dei giovani, sono lo sfondo delle molteplici crisi politiche che ora attanagliano il mondo”.
Qual è la sua lettura dell’ascesa del populismo e dell’estrema destra in tutto il mondo?
“Una causa importante di tutto ciò è la crescente vacuità della promessa di ‘progresso’ che è stata a lungo una caratteristica del liberalismo moderno. L’immigrazione è una delle questioni più impegnative per tutte le amministrazioni. Naturalmente i governi di destra rispondono diversamente da quelli di sinistra, tuttavia nessuno dei due sembra avere una soluzione al problema. Un immigrato bangladese in Italia una volta mi ha detto: ‘Il problema dell’immigrazione ha una soluzione molto semplice: chiudere Internet’. Se rifletti sull’impossibilità di realizzare ciò, capisci perché questo ‘problema’ non può essere ‘risolto’”.
Secondo lei Donald Trump rappresenta un’eccezione nella storia americana o una conseguenza inevitabile?
“L’ascesa di Donald Trump è un segno che l’arco storico delle Americhe sta raggiungendo gli Stati Uniti: è molto chiaramente un aspirante caudillo”.
Come interpreta gli attacchi di Trump al Papa?
“Per me è un segno lampante che Papa Leone ha ragione in tutto ciò che sta facendo e dicendo”.