Giuseppe Culicchia: “Il woke all’italiana ha sedotto solo qualche élite”

Autore di un “dizionario delle ipocrisie” scaturite dal politicamente corretto (“E finsero felici e contenti”), lo scrittore resta coerente all’anticonformismo ironico ma serio: "La prudenza suggerirebbe di osservare gli sviluppi su un periodo più lungo. Se invece parliamo di noi, credo che il woke non abbia inciso granché"

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Il woke all’italiana? Un fenomeno elitario, ma lo scrittore Giuseppe Culicchia non giurerebbe che sia già archiviabile al di là delle ricusazioni fioccate, con tempismo orchestrale, dopo una battuta della dem americana Alexandria Ocasio-Cortez. Autore sei anni fa di un “dizionario delle ipocrisie” scaturite dal politicamente corretto (“E finsero felici e contenti”), Culicchia resta coerente all’anticonformismo ironico ma serio che nel milieu culturale fa ancora cifra dispari.
Se il woke non si porta più, cosa ne rimane?
Non credo proprio lo si possa già dare per spacciato negli Stati Uniti, dove i primi semi furono piantati sin dalla fine degli anni Sessanta. L’uscita di Ocasio-Cortez puntava il dito sulla fase ‘1.0’ del woke, ma non era un complessivo disconoscimento. La prudenza suggerirebbe di osservare gli sviluppi su un periodo più lungo, al di là delle reazioni manifestate a caldo per la fretta di commentare. Se invece parliamo di noi, credo che il woke non abbia inciso granché.
Cosa glielo fa pensare?
Se discetto di intersezionalità qui a Torino con un abitante di Barriera, o con un passante di Quarto Oggiaro a Milano, sono certo di suscitare un interesse molto flebile perché è gente che si pone ben altri problemi. Il pensiero woke ha fatto breccia negli ambienti accademici, nell’industria culturale, ma non tra i soggetti di cui avrebbe dovuto principalmente occuparsi. È il solito distacco tra avanguardie della rivoluzione e presunti protagonisti della medesima. Chi vive in condizioni di disagio o precariato non si è mai posto il problema se usare lo schwa, mentre negli Stati Uniti gli effetti sono stati devastanti: persino chiedere “da dove vieni” poteva costituire una microaggressione. La gente camminava sulle uova ed è tra le ragioni per cui è stato rieletto Donald Trump.
La controvirata riguarda anche la Cancel culture?
Da noi mi pare abbia attecchito più che altro sulla povera statua di Indro Montanelli. Altrimenti, a rileggere il passato con gli occhiali del nostro Zeitgeist, avremmo dovuto buttar giù l’architettura fascista più l’innumerevole patrimonio eretto da papi inquisitori, depravati signorotti rinascimentali e crudeli imperatori romani. Saranno boutade, ma chi diceva che la poesiola letta da Amanda Gorman all’insediamento di Biden nel 2021 non poteva essere tradotta da persone bianche era serissimo, come chi ha messo i neri nella serie tv “Bridgerton”, producendo un falso storico e facendo credere per giunta che il razzismo nella nobiltà inglese di inizio Ottocento non esistesse.
Qualcuno parla pure di “wokismo giudiziario”. Per esempio nel caso dell’uomo accusato di violenza sessuale nel minimarket di Torino, che non è stato messo in carcere.
Se fosse stato un bianco occidentale la vicenda avrebbe suscitato proteste assai più accese. Ci sono sensibilità acutissime negli ambienti progressisti, ma si eclissano improvvisamente a seconda dei casi. È giusto rispettare tutte le culture, ma ci sono paesi dove impiccano gli omosessuali e impera il patriarcato: questa è la dissonanza cognitiva che si preferisce ignorare, con una buona dose di ipocrisia applicata ormai da anni alla quotidianità. Più in generale, che viga una doppia morale è sotto gli occhi di tutti: ciò che vale per alcuni non vale per altri.
Qualche circostanza?
Al Salone del Libro del 2023 i manifestanti impedirono alla ministra Roccella di parlare. Se la protesta fosse stata organizzata da ragazzi di destra verso una ministra di sinistra non sarebbe stata giudicata dissenso, ma squadrismo.
Ricorre pure la polemica sulla presenza di certi editori alle fiere e c’è stata la proposta poi abortita di un patentino antifascista. Prima non succedeva?
Al Salone ospitammo gli stand di Sensibili alle foglie e delle Edizioni di Ar. Questa è la democrazia. Il paradosso è che andava così finché non c’era la destra al governo. Non è un caso che a Roma la strada a Paolo Di Nella, attivista missino assassinato, poté intitolarla Veltroni perché era un sindaco di sinistra, malgrado lo criticassero.
È vero che chi vota a destra è meno colto, come dice Bonaccini?
Però il ragionier Montale prese il Premio Nobel.
Dunque è un luogo comune?
I luoghi comuni spesso riflettono la realtà: che la sinistra vinca nelle Ztl e non più in periferia è un dato consolidato. Così, perso l’elettorato di riferimento, ci si attacca al woke perché sembra una cosa di sinistra, ma con clamorose conseguenze: la parte politica protagonista delle lotte d’una volta contro l’Italia bacchettona che censurava “Ultimo tango a Parigi” finisce poi per esecrarlo lei. Per sopravvenuto moralismo.
È una battaglia più di forma o di sostanza?
Molte volte è di parole. Si tende da tempo alla ripulitura del linguaggio: abbiamo sostituito la parola licenziamenti con esuberi; le vittime civili di una guerra sono danni collaterali. Si anestetizza la realtà, che però resta uguale sotto altro nome: l’acronimo Gpa, Gestazione per altri, non cambia il fatto che sia un utero in affitto. Se l’intenzione lessicale servisse a modificare le cose, tante brutture non ci sarebbero più, ma il politically correct rasenta l’operazione di facciata o la moda passeggera. Come gli asterischi, o la “resilienza”, perché il linguaggio fortunatamente non viene cambiato dall’alto ma dal basso.
Il woke ha fatto anche cose buone?
Nessun dubbio che il mondo abbia notevoli margini di miglioramento, però ci lascino leggere in santa pace “Cuore di tenebra” e l’“Iliade”, tacciati di razzismo e maschilismo tossico.