Il presente senza passato. Il mito della modernizzazione tra Scilla e Cariddi

Che cos’è il presente senza il suo passato? E quale mai futuro possono anticipare? Natura offesa, vita offesa: l’ultimo saggio di Giulio Ferroni

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Che cos’è il presente senza il suo passato? E quale mai futuro possono anticipare? La sempre più diffusa cancellazione di senso storico è uno dei fenomeni culturali più tipici e allarmanti degli anni Duemila. Se c’è una svolta nella storia della civiltà mondiale, occidentale e orientale, Europa, Americhe, Cina e India, questa svolta è dovuta alla distruzione della memoria storica.
L’ultimo saggio di Giulio Ferroni, Tra Scilla e Cariddi. Panegirico per lo Stretto (Laterza, 154 pp., 16 euro), si apre così: “Questo tempo di presentificazione assoluta comporta un oblio della storia: le immagini del passato, moltiplicate dai media, sono svuotate della loro distanza, della loro alterità, trascinate a dire il presente”. Come se le modalità della vita attuale dovessero essere imposte distruggendo culturalmente e anche fisicamente l’ambiente naturale e culturale. La percezione presente del passato è un valore in sé, vale perché il passato è passato, non perché preannunciava il presente. Il ponte sullo Stretto è modernizzazione distruttiva che cancella ogni coscienza della necessità dei limiti dello sviluppo, dominata dalla tecnologia cioè dalla “rapacità” degli interessi economici che impongono l’applicazione delle più diverse tecniche a tutti gli ambiti della vita individuale e collettiva. Il senso della storia è sostituito dal martellamento della pubblicità commerciale, che è ormai la più diffusa e dominante delle ideologie: l’ideologia dell’omologare, che non tollera diversità e alterità. Si parla di rapporto umano con la natura solo in quanto pubblicità di un turismo anch’esso distruttivo in nome dell’interesse economico. La natura è vista come una realtà da dominare, sottomettere, manipolare grazie ai poteri acquisiti con lo sviluppo tecnico. Il panorama problematico in questo senso è vario e mondiale, ma è bene anche focalizzare uno dei suoi aspetti, come il progetto di eliminazione dello Stretto di Messina per velocizzarne il traffico. Comodità, velocità, economia saranno i vantaggi del futuro ponte di cui ci si augura che verrà glorificato in tutto il mondo.
La ragione esibita di questa impresa è per l’ennesima volta l’ubbidienza all’inesauribile mito della modernizzazione, in verità piuttosto ritardata, se si pensa che gli storici hanno parlato di post-modernità già nell’ultimo ventennio del Novecento. Ma poi dove andrebbe a finire il mito pubblicitario vendibile e venduto dell’Italia come “luogo della bellezza”, della poesia, dell’arte, del paesaggio naturale e storico?
Al mito classico e letterario dello Stretto di Scilla e Cariddi è dedicata gran parte del libro, prendendo avvio dall’Odissea e dall’Eneide per attraversare secoli di storia, con Ovidio e Seneca, Dante e Petrarca, Cervantes e Manzoni, Goethe, Schiller e Nietzsche. Per non parlare, infine, di autori più prossimi come Pirandello, Vittorini, Tomasi di Lampedusa. Senza risparmio di forze e di erudizione, Ferroni storico della letteratura ci accompagna fino al presente e ai suoi prodromi più prossimi.
Libro a due facce, questo di Ferroni offre un’esauriente storia mitologica e letteraria del famoso mito di Scilla e Cariddi, i due mostri arcaici divoratori dei naviganti, e conclude con un esasperato pamphlet critico in due capitoli attualizzanti intitolati “Natura offesa” e “Vita offesa”.
Qui la più lucida denuncia e diagnosi delle attuali mostruose realtà fra cui viviamo risponde alla domanda Ma che cosa è successo?, quando e come si è superato il limite oltre il quale la distruzione sostituisce e supera l’innovazione e il presunto miglioramento progressivo? Il nuovo pontefice, con la sua enciclica, ha capito bene che il criterio più sicuro con cui giudicare lo sviluppo tecnologico e i suoi effetti è la misura di ciò che si perde e si distrugge dell’umano e del suo terrestre habitat. “Sono convinto”, dice Ferroni, “che il ponte sullo Stretto sia un’offesa alla natura e alla vita, al mito, alla storia e alla cultura, e come tale non sia tanto lontana dalle infinite offese e danni che infestano i nostri giorni. Perché fare un tale ponte in un territorio che geofisici e vulcanologi di prim’ordine hanno identificato come pericoloso per le faglie di movimenti tettonici tra Europa e Africa, che difese e strutture antisismiche non possono certo neutralizzare?” Mentre la già attiva “dittatura digitale” controlla tutti gli aspetti della nostra vita.
Vita offesa? Già. Eppure nessuno che appaia e si senta offeso, né dall’intelligenza artificiale né dalle nuove tecnologie belliche. Se non sappiamo più che cos’è la natura e che cos’è la vita non capiremo più che cosa significa danneggiarle e offenderle. Abituati alla finzione, alla menzogna, all’intrattenimento che istupidisce, alla bugia pubblicitaria, all’irreale mediatico, al trucco, alle chirurgie estetiche, all’indifferenza e indistinzione fra vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, vita e morte.
Conclude Ferroni: “Qualcuno potrà sorridere a sentir parlare di offesa all’immaginario mitico, nel nostro tempo in cui il mito antico non sembra parlarci più, in cui è caduta ogni continuità con la tradizione che ce l’ha portato fino a noi – a chi può importare un’offesa ai luoghi del mito, tra tutte le tensioni e i conflitti di questo presente in cui è tutto il mondo a essere offeso? (...) Ancora una perorazione umanistica? Quando ci stiamo allontanando dall’umano?”.
Da queste parole di un amico di una vita come Ferroni, conosciuto sui banchi di liceo, mi viene in mente un fratello maggiore già scomparso come Piergiorgio Bellocchio, che nel 2020 pubblicò i suoi saggi sul romanzo, quasi scusandosi, con questo titolo: Un seme di umanità. Che altro devono essere memoria e cultura?