Cultura
Dis-influencer •
La nuova generazione di tiktoker e affini che sa fare i Ferragnez molto meglio dei Ferragnez
Siamo già nella terza èra degli influencer. Prima bastava essere belli e mostrarlo, poi ha vinto l’onnipresenza: filmare tutto, sempre, fino a trasformare la vita privata in una diretta continua. Oggi non basta più nemmeno quello
3 SET 26

Ce la ricordiamo bene, l’èra degli influencer quando erano vacche grasse per tutti. La Ferragnità era fatta di look of the day, di supercute!, di feste a Los Angeles, servitù e vestiti di tulle regalati, sfilate a Parigi, grandi alberghi che facevano la fila per averti, ristoranti quattrostellati supplied gifted “ci sono dieci pacchi Prada in portineria per me!”. Inizio anni Dieci, esordio dell’Instagram di massa, sponsor e pubblicità e banconote lanciate con l’elicottero. Cosa doveva fare l’influencer? Poco e niente. Essere bella, postare foto in costume, di faccia e di culo, colazione chic in piattini decorati stile confetteria o casa di bambola, tramonti, mani ben smaltate che reggevano tazzine di caffè. E i soldi arrivavano gratis: con un bel viso e un corpo magrolino facevi scala reale pure con le carte sbagliate. Pareva un miracolo e infatti lo era: ti pagavano al minimo sforzo, e le più scaltre capitalizzarono in quel periodo, pensando poi di campare con rendita d’inerzia. Non sbagliavano perché andò così per un po’. Quel che successe negli anni successivi, tanto da cambiare il mercato, fu l’ascesa della fotocamera. Si assottigliarono i confini dell’invasione dei follower, i recinti del privato caddero e cominciarono le prime lotte per la sopravvivenza. La gente voleva le riprese della tua vita. Non tutte erano brave, in video. Bisognava impacchettare e vendere i fatti propri, svelare e nascondere furbamente, dare indizi di telenovela sentimentale. C’era un po’ di pudore. Poi si capì che della decenza e del contegno non fregava a nessuno, la nuova deviazione del mercato prevedeva: fatti vedere tutto il giorno, tutti i giorni, anche dentro al letto d’ospedale.
Mi ricordo che i Ferragnez erano sui giornali online sempre e ovunque, anche quando sceglievano il parquet o compravano il cane nuovo. Apparentemente insensibili al problema della saturazione del mercato. Si filmavano di continuo. Tanto che ci si chiedeva: ma se non c’è nessun gioco di privazione, per il pubblico, come fanno a mantenersi interessanti? E’ che i social – con le fotocamere – avevano mandato in tilt una legge dell’economia: utilità marginale decrescente. i.e.: cerchi una cosa (e la apprezzi) per questioni di rarità.
E allora un ingranaggio dell’interesse nel sistema umano doveva essere cambiato. Il personaggio più interessante non è il più bello, ma quello che è ovunque. Sottrarsi e farsi preziosi non funziona più. Ma com’è possibile? – mi domandavo. Qual è questa nuova legge psicoeconomica? Capite che “più ne vedo più ne voglio” è innaturale?
Sono passati altri anni, ci siamo abituati alle dirette di 24 ore, ed è arrivata l’èra della buona condotta. Siamo alla terza evoluzione, signori si cambia di nuovo! E all’improvviso si doveva vendere in ambiente immacolato: vuoi farmi comprare i formaggini? Esibisci la patente di brava persona.
L’influencer contemporaneo è in affanno: deve mostrare di avere molto senza dare l’impressione che sia troppo. Viaggiare sì, ma anche un po’ scomodo, già al Quisisana di Capri sei odioso, figurati al Mandarin di New York. Dovrà, l’influencer di fine anni 20, ricevere e sponsorizzare prodotti selezionati ed ecologici, vivere benissimo, ma dichiarando che la vita è difficile per tutti. Importantissimi i piantini con telecamera in faccia. Le più pudiche interromperanno il video dopo essersi fatte vedere con gli occhi lucidi. Meglio se hai qualche malattia (curabile) che t’affligge e sei habitué dallo psicologo. La televendita con moralismo commerciale è chiaramente un trappolone, chi è che può garantire una vita da paladino perenne?
Il quadro insomma non è rosa. E quando si pensava – poveri influencer first mover, generazione zero – che peggio non potesse andare, sono arrivati il socialismo prestazionale online da una parte (Mamdani guida la crociata) e i micro-comedian dall’altra. C’è una pletora di ragazzini fenomenali, su TikTok, che da nativi performativi si fanno venire idee e le realizzano, sono freschi di crudeltà anagrafica, autori-attori certi bravini, altri eccellenti. Sono l’avanguardia, pieni di forze e si spremono le meningi. Come faranno a prenderli? Ed ecco che l’influencer quarantenne scopre che esiste l’età: troppo giovane per fare la vecchia gloria e troppo vecchio per fingersi spontaneo. C’è un problema di progressione di carriera, da “persona famosa per essere famosa” bisogna trasformarsi in qualcuno a cui serve un motivo per mantenercisi (famoso).
Riconosciamo almeno a quella generazione un merito: ha inventato un mestiere dal nulla e poi ha avuto la sfortuna di assistere alla nascita di chi quel mestiere lo fa dieci volte meglio e senza neanche chiamarlo mestiere (e autoproclamandosi sfortunati boicottati dal sistema delle vecchie élite).