Enzo Bianchi, il monaco colto e tagliente che non disdegnava la mondanità spirituale

Ha incarnato per anni il volto più mondano del cattolicesimo progressista. La sua storia, dal successo di Bose alla rottura con Francesco, racconta insieme il fascino e i limiti di quella stagione

1 SET 26
Ultimo aggiornamento: 18:41
Immagine di Enzo Bianchi, il monaco colto e tagliente che non disdegnava la mondanità spirituale
Ho letto della morte di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, riaccendendo i miei device di ritorno dal funerale di una persona cara, ieri mattina. Un funerale di rito ambrosiano, che più ambrosiano non si potrebbe. E nel pensiero di un istante ho augurato anche a Enzo Bianchi di poter avere un funerale ambrosiano. Il che non sarà, il rito sarà celebrato a Castel Boglione, in provincia di Asti dov’era nato 83 anni fa, dunque col rito romano. Rispetto al quale, mi prendo la libertà di dire, l’ambrosiano possiede una significativa bellezza e profondità in più. Nel rito di Ambrogio e Carlo la salma del defunto viene accolta in chiesa e subito aspersa con l’acqua benedetta, in segno di purificazione, e poi circonfusa d’incenso, per onorare il corpo che seppur mortale è destinato alla risurrezione. Non che questo non accadrà anche nella chiesa dell’Astigiano, ma soltanto alla fine del rito. Invece quell’immediato abbraccio che la chiesa ambrosiana offre al fedele defunto dice che è accolto da Dio quale che sia stata la sua vita, quale che sia la sua anima, porta in sé una commozione speciale. E un che di magnanimità – sarà poi Dio a giudicare – verso l’imperfezione dei battezzati che a volte, quando pontificava (cristianamente) dai giornali che lo adoravano, fratello Enzo Bianchi non ha avuto. Soprattutto quando col suo eloquio tagliente aveva da sferzare i suoi avversari antropologici e anche politici (tra tutti Berlusconi, che pure ebbe un santo funerale ambrosiano). E come del resto dimostrano le mute diatribe e le liti interne alla sua comunità che hanno distillato veleni nei suoi ultimi anni. Fino alla rimozione e alla cacciata dall’Eden.
Enzo Bianchi non è mai stato la nostra tazza d’acqua santa preferita, se così si può dire. Non solo per la lingua di raffinato studioso di monachesimo orientale, che di evangelico aveva il filo tagliente ma non però la dolcezza; non per lo sguardo che si spazientiva prima delle parole. Ma per quel molto di pretenzioso e profetico che aveva in comune con tanto cattolicesimo detto progressista del post Concilio. Quello sempre pronto a giudicare le mancanze della povera Chiesa (non chiesa povera) e ad assolvere generosamente il mondo. La sua comunità di Bose la fondò nel 1965, a Concilio appena concluso, in una cascina del Biellese. Vangelo sine glossa, celibato preghiera e lavoro. Molto ecumenismo come era in voga allora. Divenne una celebrata “voce del dialogo”, ma soltanto con chi piaceva a lui e come lui la pensava. Enzo Bianchi è stato un monaco laico, non solo perché preferiva parlare e ossequiare le idee dei laici, da quelle bioetiche in giù (o in su), ma anche per una propensione mondana, compiaciuta del successo. Il saggista, il conferenziere ubiquo, le collaborazioni sulla grande stampa laica. Un monaco orientaleggiante ma prediletto dal mondo, spirituale ma non umile. Ha sempre amato fustigare non tanto gli infedeli, che volgarità, quanto i fedeli di sensibilità diverse dalle sue. Si era dato la missione di castigare lo stile di vita degli altri. Uh, il berlusconismo, uh le ricchezze. Uh, che palle i “valori non negoziabili” che piacevano così poco ai progressisti. Mai amato san Giovanni Paolo II, il professor Ratzinger invece fu curioso delle sue raffinatezze di biblista ed esegeta, lo chiamò come esperto sinodale. Poi finalmente Francesco, il suo caro Papa pauperista e progressista che lo nominò consultore del pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Eppure fu proprio Francesco, coi suoi modi bruschi, ad allontanarlo da Bose per una mal conduzione troppo carismatica e temperamentale della comunità. “Sì Bose è una sconfitta, nel senso che il mio progetto ha avuto un rigetto”, disse. Un filo egocentrico.
Quando morì Ruini, scrisse poco caritatevole sul suo account: “Anche il card. Ruini è morto! Un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella Chiesa. Alla Chiesa ha dato il volto della matrigna, il volto della Chiesa che cerca autorità, influenza e il seggio tra i potenti”. Detto da lui, che per tutta la vita non ha disdegnato l’omaggio della gente che conta. Buffo soprattutto che a bastonarlo per la sua mondanità spirituale, per il suo uso di piccolo potere che stava rovinando il suo monastero, sia stato proprio Francesco. Ora lo accolga Dio, ma subito subito, come vuole la chiesa ambrosiana.