Un ottocento di fame e colera.Come eravamo dopo Garibaldi, Cavour e i mille

Altro che tempi gloriosi e favolosi. L’Italia unitaria voleva conoscere meglio sé stessa e scoprì un disastro: un paese povero, ammalato e afflitto dalla mortalità infantile. Le due grandi inchieste sulla vita dei contadini e sulle condizioni igienico-sanitarie dei Comuni
31 AGO 26
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Teofilo Patini, "Vanga e latte", 1883 (via Wikipedia)

Che tempo, l’Ottocento. Noi leggiamo la storia, e così ecco i moti insurrezionali, e il 1848; e il Risorgimento, e Cavour e Mazzini e Garibaldi e i Mille; e l’Unità d’Italia, e Porta Pia e la Chiesa; e i plebisciti e le capitali d’Italia, fino a Roma 1870: un rosario di eventi e date da cui sparisce, sopraffatta, la vita comune della gente comune. Chi ce la insegna quella vita? Che ne sappiamo? Non c’erano le statistiche, non si conoscevano i morti: quanti e di quali morbi e malattie. Tutto all’ingrosso, molto all’ingrosso, semmai. Primo decennio unitario, prime statistiche di una qualche attendibilità. Alla prima misurazione del tasso di mortalità infantile, nel 1863, si riscontrarono 232 morti nel primo anno di vita ogni 1.000 nati. Oggi i morti nel primo anno di vita sono 2,5 ogni 1.000 nati, praticamente cento volte di meno. Basterebbe questo, per avvertirci di quel che troveremmo addentrandoci un po’ in quei tempi che per molti versi appaiono favolosi ma che per le condizioni dell’Italia e degli italiani sono piuttosto da considerarsi, decimale in più decimale in meno, disastrosi.
Dopo l’Unità si aprì, non appena il Regno d’Italia si fu assestato, un periodo durante il quale, giustamente, un’esigenza sembrò prevalere sulle altre, quella di conoscere meglio, almeno per certi aspetti fondamentali, la situazione del paese e dei suoi abitanti – quegli italiani che si diceva dovessero essere ancora fatti, ora che fatta era l’Italia. Non che costasse tutta quella fatica anche soltanto a immaginare cosa fosse l’Italia di allora, in quale stato versasse: bastava guardare alla fittissima cronologia della diffusione delle ondate epidemiche, tra le quali spiccavano quelle di colera, morbo epidemico-contagioso più d’ogni altro forse rivelatore di miserabili condizioni igienico-sanitarie di ambienti, alloggi e persone. Il colera arrivò in Italia nel 1835 dalla Francia, dopo che, endemico da tempo immemorabile nella regione tra Gange e Brahmaputra, a seguito di movimenti militari e commerciali degli inglesi nella regione ne varcò i confini, propagandosi inesorabile in ogni direzione. In Italia imperversò secondo questa successione di epidemie: 1835-37; 1849; 1854-55; 1865-67; 1873; 1893, ciascuna fece oltre 100 mila morti. Dopodiché tracimò, ma con minor fortuna e meno morti, nel Novecento.
Nel 1863, alla prima misurazione, si riscontrarono 232 morti nel primo anno di vita ogni mille nati. Oggi i morti sono 2,5 ogni mille
Condizioni igienico-sanitarie di comuni e centri abitati; sistemi di approvvigionamento e controllo della potabilità dell’acqua; estensione e qualità della rete fognaria: il vibrione del colera, trasmettendosi generalmente attraverso l’ingestione di acqua e altre sostanze contaminate, con la sua diffusione e la sua mortalità, raccontava – senza soluzione di continuità da un decennio all’altro – di un’Italia in cui tutto, a partire da quei tre fondamentali, era carente, mancante, difettoso, pericoloso. Niente che funzionasse, niente che fosse come avrebbe dovuto essere, niente su cui si potesse fare un qualche affidamento. E dal momento che quella era l’Italia, gli italiani seguivano.
E così, per questo stridore così avvertibile di denti, pochi dubbi che, almeno a grandi linee, chi stava ai vertici dell’Italia post-unitaria immaginasse quella realtà. Ma un conto è immaginare, un conto è sapere, e un altro conto ancora è un sapere fondato su una documentazione ampia e oggettiva fino ad allora lontana dall’essere non soltanto acquisita, ma pure pensata. Ed è giusto lì, nel pensare che si dovesse ricavare una documentazione sulla quale ragionare e in base alla quale cercare di impostare le azioni risanatrici dell’Italia di allora, che si misurò il primo salto di qualità dell’Italia post-unitaria. Due grandi inchieste a livello nazionale gettano una luce potente sull’Italia del dopo Unità. Cominciamo dalla prima.
L’Inchiesta Jacini subì molte critiche. Sembrò risolversi in uno studio, per quanto approfondito, sulla situazione tecnica dell’agricoltura italiana
Varata nel 1877 durante il governo di Agostino Depretis, esponente della sinistra storica, e presieduta dal 1881 da Stefano Jacini, conservatore illuminato, la Giunta parlamentare per l’“Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola”, meglio conosciuta appunto come “Inchiesta agraria Jacini”, pubblicò negli anni 1883-86 una robusta documentazione che non risparmiò all’Inchiesta molte critiche. I parlamentari della sinistra radicale avrebbero voluto una puntuale ricognizione delle condizioni materiali di vita dei contadini, mentre l’Inchiesta sembrava risolversi troppo in uno studio, per quanto approfondito, sulla situazione tecnica e strutturale dell’agricoltura italiana. In verità già nel “Proemio agli Atti dell’Inchiesta” lo stesso Jacini commentava amaramente: “Nessun altro paese dell’Europa occidentale presenta una parte aliquota così estesa di spazi improduttivi. 5.600.000 ettari circa sopra una superficie totale di 29.600.000; e dei rimanenti 24 milioni di ettari la denominazione di terra produttiva è, per una metà almeno, un modo di dire piuttosto che una realtà”. E continuava: “La media produzione di frumento è di 11 ettolitri per ettaro in Italia, mentre ascende a 32 ettolitri per ettaro in Inghilterra, a 22 in Olanda, a 20 nel Belgio, a 15 in Francia, a 23 nell’Impero germanico, paesi tutti verso i quali, dal più al meno, il sole si mostra cotanto avaro. L’Italia, con una popolazione di tre quarti della popolazione francese e una superficie di più della metà di quella della Francia, produce per tre miliardi annui di derrate agricole, mentre quella nazione ne produce 12 miliardi”. Per infine concludere: “Insomma, da qualunque parte ci rivolgiamo, l’Italia agricola ci si presenta come un ammalato cronico e canceroso, in uno stato estremo, per salvarla dal quale occorrerebbe un miracolo di energia, di operosità e di saggezza in tutti gli italiani, un miracolo piuttosto desiderabile che possibile”.
“Ammalato cronico e canceroso, in uno stato estremo, per salvarla dal quale occorrerebbe un miracolo”. Cosa avrebbe dovuto scrivere di più e di più radicale ancora Stefano Jacini per non essere accusato, come invece fu ripetutamente, di eccessiva timidezza di giudizio?
Tutto contribuisce a determinare il quadro fosco che esce dall’Inchiesta: arretratezza dei sistemi di coltivazione, rigidità di contratti agrari zeppi di vincoli a carico dei fittavoli; peso delle imposte; miseria e relativa debolezza fisica dei contadini. Se poi si pensa che l’Italia del tempo dipendeva in massima parte dall’agricoltura, che l’industria forniva uno striminzito 20 per cento del prodotto interno lordo e occupava una analoga percentuale di popolazione attiva, e che il primo modesto boom dell’industria degli anni 1881-87 coincise con l’aggravamento della crisi agricola la cui produzione passa, espressa in lire del 1938, da 28,3 a 25,9 milioni, si capisce bene come uno stato di povertà pressoché generalizzato avvolgesse le campagne e, con esse, la stessa Italia. Uno stato di povertà che tutto comprende, niente risparmia: dal vitto al vestiario, dalle abitazioni alla salute.
La minestra del contadino comasco contiene “riso e legumi della peggiore qualità, legumi vecchi e guasti, verdure non lavate, un po’ d’olio o di lardo” e, insieme a “pane di granoturco mal cotto, umido e rancido”, costituisce lo scarso pasto di chi lavora da mattina a sera su campi del “fittabile”.
Dal nord al centro, in Umbria nutrimento fondamentale dei coloni sono i legumi e il granoturco, scarso il consumo della carne, raro il vinello, praticamente sconosciuto il vino. Nelle famiglie la farina di granoturco viene resa più appetibile cuocendola in focacce insaporite col sale. “Nelle famiglie più comode tanto la mattina che la sera aggiungono a queste pizze anche un piatto di fagioli o di fave (…) ma generalmente il più delle volte accade che la mattina si mangia soltanto la torta di granturco”.
Dal centro al sud. Ai contadini pugliesi il massaro somministra ogni giorno, per conto del padrone “un pane nerastro e schiacciato di peso di un chilogrammo che si chiama pan tozzo”. I contadini sbocconcellano il pan tozzo durante il breve riposo delle dieci e alla sera, dopo che il massaro ha fatto bollire un gran pentolone d’acqua con un poco di sale e qualche goccia d’olio, si concedono “l’acqua-sale”, vale a dire la zuppa confezionata col pan tozzo avanzato dalla colazione e l’acqua condita in quel modo.
L’apparizione della carne sulle mense delle famiglie contadine e delle altre che, pur non essendolo, sono comunque povere (vale a dire la grande maggioranza delle famiglie che abitano anche i centri urbani), scandiva allora il ritmo delle circostanze particolari o eccezionali: dalle grandi festività religiose della Pasqua e del Natale al battesimo e alla cresima dei figli, dai matrimoni alle morti.
Nell’Italia di allora toccava mediamente un chilo di carne (tra bovina, suina, ovina, caprina ed equina) al mese a italiano. Ma le disparità erano enormi. E se già andava meglio per le famiglie di operai, per le famiglie contadine era piuttosto uno scivolare dal pane e dalla polenta, dai legumi e dalle patate, dalle castagne e dalla (rara) frutta giù giù fino alle ghiande, all’orzo, al miglio, alimenti per animali il cui impiego nell’alimentazione umana distingueva le famiglie poverissime da quelle soltanto povere. Uova, latte e formaggi facevano parte dei consumi “ricchi” che si potevano consentire le famiglie più “comode”. Il pesce appariva sporadicamente solo sulle mense dei benestanti, giacché con i suoi mille e mille chilometri di coste l’Italia era tutt’altro che un paese di pescatori. Cosicché le sostanze nutritive (proteine, grassi) e le calorie erano allora, oltre che poche, quasi esclusivamente di origine vegetale.
Eppure, per nutrirsi come si nutrivano, male se non peggio, le famiglie contadine spendevano fino al 90 per cento del loro reddito in quella alimentazione così miserevole, mentre un italiano dirottava sui consumi alimentari mediamente i due terzi delle sue entrate.
Povera di carne e di proteine, scarsa di grassi, monocorde, qualitativamente scadente, l’alimentazione degli italiani fino alla soglia del Novecento sembra studiata apposta per fiaccare la resistenza dell’organismo anziché rinsaldarla. Non per niente gli accertamenti sanitari sui coscritti dell’epoca registrano, sui nati dal 1843 al 1856, una percentuale notevolissima di riformati per cause sostanzialmente derivanti dalla scarsità e mediocrità dell’alimentazione. Il 40 per cento di quanti furono visitati andò infatti riformato con motivazioni quali la deficienza toracica, la gracilità e la magrezza eccessiva e per quello che veniva allora definito “difetto di statura”. Stabilito che per essere accettati nell’esercito non si dovesse scendere sotto la soglia prefissata di un metro e 56 centimetri, il 12,1 per cento dei coscritti fu scartato per non aver raggiunto quella soglia. Tra i nati del 1854, che dunque raggiunsero l’età per il servizio militare attorno alla metà del decennio 1870-80, l’altezza media si fermò a un metro e 62 centimetri, che collocava quello italiano tra i popoli bassi dell’area mediterranea, a sua volta lontana quanto a statura media dall’Europa continentale e del nord.
L’Ottocento è il secolo del colera, ma anche della malaria, tipicamente italiana: aria cattiva, malsana, paludosa, infestata dalle zanzare
Piccoli di statura, gracili di costituzione, deboli e affamati gli italiani hanno alle spalle una storia di malattie alquanto ricca e differenziata, che non è tutta e solo il prodotto di una alimentazione che, invece di ergersi a scudo contro di esse, ne facilitava l’aggressione a organismi congenitamente debilitati. Abbiamo detto del colera. L’Ottocento italiano è il secolo del colera. Ma anche della malaria, così tipicamente italiana: aria cattiva, malsana, paludosa, infestata dalle zanzare che inoculano il germe della malattia, aria che dalle valli e dal delta del Po discende fino alla Maremma toscana, si spinge nei dintorni di Roma, si apre lungo le aree costiere. Ma anche della tubercolosi. Che ci perseguiterà fino a tempi ben più recenti dei due dopoguerra mondiali.
Si nasceva molto, nell’ottocento, 36-37 nati annui ogni 1.000 abitanti – nemmeno comparabili con gli appena 6 di oggi. Certo che si nasceva molto, perché si moriva ancora di più. In un tempo in cui le previdenze e le assicurazioni delle età avanzate, dei genitori che invecchiavano, erano rappresentate sostanzialmente dai figli, per avere la certezza di un figlio che arrivasse all’età adulta non bastavano due figli, ce ne volevano tre. L’Inchiesta agraria Jacini aveva fatto il punto sullo stato dell’agricoltura e l’alimentazione dei contadini, ma aveva appena sfiorato le condizioni igieniche dei comuni e delle abitazioni di allora, altro formidabile fattore, con l’alimentazione, di uno stato di minorità degli italiani del dopo Unità che si trascinerà ben oltre l’Ottocento, che sarà una cifra anche degli italiani dei primi due decenni del novecento e che il fascismo sostanzialmente non debellerà.
L’inchiesta della Direzione generale di Statistica del 1885 riporta alla memoria tempi lontani, ma in realtà mai passati
Ed ecco infine scendere in campo la cavalleria. Non sotto le sembianze dell’Istat, che penserà ancora mezzo secolo ad arrivare, bensì nella forma della Direzione Generale della Statistica che, a ruota, se non proprio in concomitanza con l’Inchiesta agraria Jacini, pubblica nel 1885 i “Risultati dell’inchiesta sulle condizioni igieniche e sanitarie nei Comuni del Regno”. Una roba da rabbrividire. Che riporta alla memoria tempi passati in realtà mai passati.
Nel suo libro “I pidocchi e il granduca, Carlo Maria Cipolla, economista dotato di un divertente humor nero, grande studioso dell’impatto delle epidemie sulla società italiana del Cinque-Seicento, raccontando dell’epidemia di tifo petecchiale del 1621 nella città di Firenze, si dilunga sulla funzione dei “votapozzi”, ovvero di coloro che si preoccupavano, dietro compenso, di vuotare i pozzi neri delle abitazioni. Dato che non c’erano sistemi di fognature, i votapozzi provvedevano a riciclare ai contadini dei dintorni la “materia soda”, buona per ricavarne concime per i campi, e a scaricare in Arno senza tanti complimenti la “materia tenera”, comunemente denominata “acquastrone”. Ma gli individui “poveri e meschini che non possono mettere insieme con che vivono” non potendosi permettere il prezzo dello svuotamento lasciavano che i pozzi neri traboccassero, “acconciandosi a vivere in questi fetori”. C’era forse da meravigliarsi del tifo petecchiale?
Ma sono passati due secoli e sessantaquattro anni, quando l’Inchiesta sulle condizioni igieniche e sanitarie dei Comuni del Regno arriva alla conclusione. E, a proposito di fognature, ecco il quadro: “Si trovano, per tutto il Regno, 541 comuni che hanno in tutto o in parte le vie munite di fogne, le quali servono anche per il trasporto delle materie immonde, e 1.313 comuni ne quali i condotti sotterranei servono esclusivamente per raccogliere le acque meteoriche o provenienti da usi domestici o da fontane; 6.404 comuni mancano di qualunque sistema di fognatura. La popolazione complessiva della prima categoria di comuni è di 5.523.614 abitanti; quella della seconda di 8.055.291; quella della terza di 14.580.205”.
Negli anni Ottanta dell’Ottocento, circa un italiano su dieci usufruisce di un sistema fognario appena degno di questo nome
Se consideriamo che nella seconda categoria i “condotti sotterranei” servono solo al deflusso delle acque la percentuale dei cittadini italiani che possono dire di essere serviti da un sistema di fognature non supera il 20 per cento; mentre più di un italiano su due non sa neppure alla lontana cosa sia una fognatura. Ma nella prima categoria, in realtà, “si trovano solamente 97 comuni (popolazione 1.545.611) i quali dicono di avere una fognatura estesa a tutte o alla massima parte delle vie”, cosicché, fatti un po’ di conti, tutt’al più un italiano su dieci usufruisce negli anni Ottanta dell’Ottocento di un sistema fognario appena degno di questo nome. I nove decimi degli italiani erano ancora alle prese – col tutt’altro che piccolo – problema dello smaltimento degli escrementi che due secoli e mezzo prima i votapozzi fiorentini distinguevano, con affaristica perspicacia, in “materia soda” e “acquastrone”. Mestiere, questo dei votapozzi, che non deve aver conosciuto declino alcuno visto che: “383 comuni rimuovono gli escrementi fuori dal centro abitato, valendosi delle fogne e, in via secondaria, di altri sistemi di rimozione; 98 si servono di apparecchi a sistema inodoro; 622 li rimuovono per mezzo di botti o di recipienti chiusi più o meno imperfettamente; 5.870 per mezzo di mastelli, di cesti, cioè di recipienti quasi sempre scoperti; e finalmente in 797 comuni gli escrementi si depongono nelle vie e viene lasciata ai venti, alle piogge e ai maiali la cura di sgombrarle da questi fomiti continui di infezione”.
Ma quello dello smaltimento era comunque, come dire, un problema che si poneva “dopo”, perché il problema del “prima”, il primo problema, per rimanere su questo terreno, era pur sempre quello della dotazione di servizi igienici delle abitazioni. E a questo proposito già il vocabolario è sintomatico: quei servizi si concentrano nella presenza o meno delle “latrine”. Ed ecco il quadro: “Soltanto 908 comuni che hanno complessivamente 4.220.481 abitanti dichiararono che tutte le abitazioni sono provviste di latrina; per 2.428 comuni (popolazione 10.734.145) la maggioranza delle case non hanno latrine; e finalmente in 1.286 comuni (popolazione 2.762.081) le latrine mancavano in quasi tutte le abitazioni. In quest’ultima condizione si trovano specialmente i comuni dell’Italia meridionale e delle isole, e molti comun del Veneto”.
Non si va lontano dal vero, poggiando su queste cifre, a stimare nel 60 per cento la proporzione di italiani che non avevano in casa una pur misericordiosamente non meglio specificata “latrina”.
La Relazione della Direzione Generale della Statistica continua a disporre, come le tappe di un doloroso calvario che si trovi costretta a percorrere suo malgrado, le cifre di un disastro igienico che non raramente sfocia nella descrizione di condizioni subumane. Si vedano questi passi della Relazione: “In 966 comuni i contadini hanno l’abitudine di passare nelle stalle le serate d’inverno, e in 4.701 comuni vi sogliono passare non solamente le serate ma anche le notti, respirando in comune un’aria umida, pregna di miasmi nocivi, con grave detrimento della salute. Nell’Italia meridionale, nello stesso ambiente nel quale vive la famiglia, molte volte si tengono riparati di notte i maiali, l’asino o altro animale domestico (…) Vi sono poi 1.124 comuni i quali dichiararono che parte delle abitazioni, soprattutto quelle isolate in campagna, hanno i focolari sprovvisti di camino e di cappa fumaria, di guisa che il fumo occupa tutta la stanza, e si disperde uscendo per la porta o per le finestre o per un buco praticato nel tetto”.
Una sottolineatura merita il dato di 4.701 comuni, vale a dire il 57 per cento dei comuni italiani, dove i contadini passano non solo le sere ma anche le notti nelle stalle, con gli animali. In quali condizioni igieniche, e con quali ripercussioni sulla salute, è perfino inutile aggiungere.
Ma non è inutile aggiungere che negli anni delle due grandi inchieste di cui abbiamo detto (a) un italiano su due moriva entro i primi 5-6 anni di vita (b) quanti superavano la falcidia delle morti della prima infanzia potevano contare su una vita media di 55-56 anni (c) mentre nel complesso la vita media o speranza di vita degli italiani alla nascita, e dunque senza la distinzione tra gli anni dell’infanzia e i successivi, passò dai 34 anni del decennio 1870-1880 ai 37 del decennio 1881-1890.
Nonostante un aumento della speranza di vita, anche nel 1881-90 l’Italia continua ad accusare un distacco serio rispetto ai paesi più sviluppati
Ma nonostante il non indifferente aumento da 34 a 37 anni della speranza di vita, anche nel 1881-1890 l’Italia continua ad accusare un distacco serio rispetto ai paesi più sviluppati nei quali il processo di transizione demografica verso tassi di natalità e soprattutto di mortalità più contenuti era già cominciato dagli inizi dell’ottocento, se non addirittura dagli ultimi due decenni del settecento, mentre in Italia si dovrà aspettare il secondo decennio post unitario, il 1881-1890, per cogliere i primi seri segnali di un rallentamento dei tassi di mortalità che si tradurranno anche nel primo balzo in avanti della vita media degli italiani. E infatti i nostri 37 anni di speranza di vita alla nascita del decennio 1881-1890 fanno pur sempre dell’Italia il fanalino di coda in fatto di lunghezza della vita che ci si aspetta di vivere, imparagonabile non solo rispetto a quella di paesi come la Svezia, la Norvegia e la Danimarca (50 anni), antesignani della transizione demografica, ma anche rispetto a quella dell’Inghilterra e del Belgio (45 anni), dell’Olanda e della Svizzera (44 anni), della Francia (43 anni): quest’ultima la più vicina, ma pur sempre di 6 anni, quasi il 20 per cento, superiore alla nostra speranza di vita.
Parlando in termini del tutto generali, l’Italia paga un chiaro ritardo di civiltà che i risultati delle due grandi inchieste degli anni ottanta da un lato riflettono e dall’altro spiegano. Ritardo nella rivoluzione industriale, ritardo nello svecchiamento delle strutture e dei rapporti nell’agricoltura, ritardo nel miglioramento delle condizioni disastrose dei comuni e dei livelli di vita specialmente delle masse rurali e del Mezzogiorno, ritardo nella vita politica (alle elezioni del 1882 ebbero diritto al voto poco più di due milioni di cittadini) e socio-culturale (al censimento del 1881 gli analfabeti risultarono essere oltre il 60 per cento degli abitanti con più di 6 anni), ritardo infine nel processo di unificazione reale del paese, che si sarebbe trascinato si può ben dire fino ai giorni nostri.
Un ritardo di civiltà che finisce per concentrarsi nel persistere in Italia di alti tassi di mortalità che faticano ad abbassarsi in modo continuo e deciso per il persistere di due caratteristiche della mortalità italiana, figlie entrambe di un regime demografico naturale che ce ne metterà a svecchiarsi e farsi moderno: l’altissima mortalità infantile e l’abnorme quota della mortalità dovuta alle malattie infettivo-contagiose. Le due grandi inchieste degli anni Ottanta dell’Ottocento non erano inchieste sulla mortalità degli italiani, ma su aspetti fondamentali della vita degli italiani. E tuttavia proprio la vita degli italiani che contribuirono a svelare e illustrare dice molto delle azioni e delle misure che si sarebbero dovute perseguire, che le classi dirigenti a tutti i livelli dell’Italia post unitaria avrebbero dovuto perseguire, se si intendeva colmare quel ritardo di civiltà e superare l’inaccettabile miserevolezza della vita degli italiani di allora.