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Le fate di Scilla
Il ponte sullo Stretto alla prova del mito. Illusioni ottiche, violenza e bellezza, D’Arrigo e Consolo, e il “Panegirico” di Giulio Ferroni
31 AGO 26

Particolare con Scilla e Cariddi dalle “Storie dall’Odissea” affrescate da Alessandro Allori a Palazzo Portinari Salviati a Firenze, 1575-76 (Wikipedia)
Cocciuto e felice nel suo intento, il domenicano Antonio Minasi per parecchio tempo si svegliò molto presto, in modo da raggiungere un punto “erto” di Reggio Calabria proprio quando i raggi del sole formavano sul mare dello Stretto un angolo di 45 gradi. Da lassù poteva assistere, nelle giornate terse e senza vento, a spettacoli meravigliosi “come in un teatro catottrico”: vedeva pilastri, archi, castelli, colonne – e questo è niente. Perché poi gli apparivano “grandiose torri, superbi palazzi in molti balconi e fenestre partiti, lunghissimi alberi, vaghi campi co’ loro greggi, eserciti d’uomini a piedi e a cavallo armati, e molte altre bizzarre immagini co’ nativi loro colori e proprie azioni rappresentate, le quali l’une dopo l’altre succedendosi scorrono rapidamente in quella superficie di mare”. Fra Minasi non era un esaltato ma il più attento studioso di fata morgana, l’illusorio fenomeno ottico di cui è prodigo il mare fra Scilla e Cariddi. Lui lo classificò in tre categorie in un trattatello del 1773 per cui ancora qualcuno lo ricorda: Dissertazione prima sopra un fenomeno volgarmente detto Fata Morgana: o sia apparizione di varie, successive, bizzarre immagini, che per lungo tempo ha sedotti i popoli, e dato a pensare ai dotti.
Quel braccio d’acqua che separa la Sicilia dal continente, dove Tirreno e Ionio s’incontrano e si scontrano, dove nei giorni scorsi le cronache dall’ombrellone hanno segnalato la presenza del “batterio mangiacarne”; quel mare per cui sono forse già transitate le tavole di Antonello da Messina trafugate a Ferragosto; quel luogo mitico, dove gli spettatori dell’Odissea di Nolan hanno rivisto Ulisse sulla nave nera, è arcinoto ispiratore di leggende e intricatissimi destini, di tragedie, commerci e capolavori letterari che ne hanno amplificato le dimensioni geografiche: “Nella realtà, lo Stretto di Messina, il suo breve spazio, ha sempre racchiuso un profondo oceano di tempesta e di strazio: qui sono avvenuti i fatidici terremoti e maremoti che hanno annientato più volte Reggio e Messina; sulle sue acque corrono i venti tempestosi di Eolo, succedono calmerie stregate, sorgono allucinatorie Fate Morgane, altri prodigi che hanno acceso le fantasie dai primordi della storia”. Così ne scrisse Vincenzo Consolo, tra gli autori citati dal professor Giulio Ferroni in un libro appena uscito e concepito nel “furore agostano” di un anno fa: Tra Scilla e Cariddi. Panegirico per lo Stretto, edito da Laterza, illustra il “no” convinto del letterato alla realizzazione del ponte. E’ una “perorazione umanistica” per scongiurare la “ben evidente offesa” che l’infrastruttura “recherebbe alla natura: non solo e non soltanto al suo equilibrio e alla sua bellezza, ma anche alla sua implacabile disposizione di ‘matrigna’, di cui del resto la storia dello Stretto è ben consapevole, con la lunga serie di terremoti e maremoti”.
“Tra Scilla e Cariddi” è la “perorazione umanistica” di Ferroni per scongiurare la “ben evidente offesa” che il ponte “recherebbe alla natura”
Lamentando la laconicità dei colleghi classicisti circa il progetto del ponte, Ferroni la compensa con il ricorso alle voci di chi, dai greci antichi agli arabi, dai visitatori stranieri agli scrittori italiani, ha celebrato lo Stretto quale “luogo cruciale” di “bellezza severa che in esso si disegna, sfuma e si avvolge su se stessa”. Il suo non è, precisa, un mero appello ecologista, ma un richiamo alla difesa di quei posti dalla smania “predatoria”. Rovesciando la prevedibile accusa di nostalgismo, Ferroni giudica il progetto “solo un tardo residuo dei tempi del boom economico, di una visione di trionfale sviluppo tutta novecentesca”, in cui “è facile scorgere un’eco della stessa pretesa accumulatoria dell’ultracapitalismo che domina l’orizzonte contemporaneo: insomma un residuo che si accorda con quella frenesia piena di risentimenti che sta spingendo il mondo verso la catastrofe e che, nell’atto stesso di portare distruzione su ogni forma di habitat umano e naturale, suggerisce illusorie facilitazioni e amplificazioni dell’esistenza, grazie agli esiti risolutivi delle sempre nuove tecnologie, alla proiezione della digitalità verso le performances dell’intelligenza artificiale non solo generativa, ma agente (e chissà con quali ulteriori sviluppi)”.
Non è questione di Reggio e di Messina, perché “affacciarsi sullo Stretto e sul suo destino è come affacciarsi sul destino del mondo”
C’è però un livello ulteriore per cui lo storico della letteratura si spende e che ne accende la perorazione, ed è la millenaria epopea che fa dello Stretto di Messina “un tracciato antropologico, che in una linea originalissima connette l’eredità mitica, la fantasia affabulatrice, allo spazio fisico, al fronteggiarsi delle terre, alla mobilità delle acque, alle forme e agli esiti del lavoro umano, al suo costituirsi, tra collaborazione e conflitto. Il mito e la fiaba, in modi diversi, sullo specchio dello Stretto hanno impresso figure del rapporto dell’umano con l’alterità della natura, dell’ardire che porta a superare le sue situazioni estreme e incontrollabili”. Sono righe che alludono tanto alla poesia di Omero quanto alla leggenda popolare messinese di Cola Pesce, il ragazzo che si tuffava su ordine del re (o di un governatore o della regina, a seconda delle versioni) per esplorare il fondo degli abissi fino a non farne più ritorno. Sono righe che rimandano anche alle fitte narrazioni contenute nel capolavoro di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, forse il più bel romanzo italiano del Novecento, nella fluidissima e fluviale prosa imbastita in un ventennio laborioso dall’autore siciliano: un libro monstre in cui le vite ordinarie traslano dalle funzioni reali a quelle mitiche attraverso la trasfigurazione fantastica dell’esistenza di pescatori e “femminote” dello Stretto, che è tutta una lotta contro le ineffabili forze della natura, una contesa per il pesce spada contro gli instancabili e malevoli delfini (le fere) e la luttuosa “orcaferone”; ma è anche lotta con la Storia perché le bombe e i divieti della guerra impediscono ai “ferribò” di collegare le due sponde e ai “pellisquadra” di salpare per il proprio sostentamento.
Il viaggio terminale nel “Gattopardo”. Poi i marinai cariddoti che soffrivano “quel diocenescampi di fetore” in “Horcynus Orca”
Se Ulisse dovette sfuggire alla voracità del mostro Scilla e al ferale gorgo di Cariddi, gli uomini d’oggi ormai si muovono, verseggiava D’Arrigo nel Codice siciliano, “sui prati, ora in cenere, d’Omero”. Il ritorno può essere dettato da lusinga di Sirena che riconvoca i figli “da quella ringhiera di odori, gelsomino o basilico, in Sicilia”; o può essere, ricorda Ferroni, il viaggio terminale spezzato dallo Stretto che nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa riporta il principe in treno per morire nel 1883: “Trentasei ore rintanato in una scatola rovente, soffocato dal fumo delle gallerie che si ripetevano come sogni febbrili, accecato dal sole nei tratti scoperti, espliciti come tristi realtà, umiliato dai cento bassi servizi che aveva dovuto richiedere al nipote spaurito; si attraversavano paesaggi malefici, giogaie maledette, pianure malariche e torpide…”.
Quanto più dolce fu due anni dopo il passaggio di quel mare per Guy de Maupassant: si godeva la traversata da turista con una disposizione sensoriale ben diversa dai marinai cariddoti che soffrivano “quel diocenescampi di fetore, unico al mondo”, della gigantesca “orcazza”; al contrario, il francese appuntò sul diario che “le rive di Sicilia e le rive della Calabria esalano un odore così potente di aranci fioriti che lo Stretto tutto intero ne è profumato come la stanza di una donna”, mentre la cima dell’Etna al chiarore della luna piena gli appariva rivestita d’argento. Nessuna meraviglia: a ciascuno la sua fata morgana carezzevole o castigatrice, perché “Scilla e Cariddi continuano a vivere nella verità della finzione, a segnare la stessa realtà dello spazio dello Stretto, dei suoi sfondi solari e tempestosi, dei suoi pericoli e delle vite molteplici che vi scorrono”, osserva Ferroni. “Mettono in scena non solo la violenza della natura, ma la bellezza del suo immergersi in essa, oltre alla memoria della storia passata su di essa, la lunga ostinata difesa dell’umano, le sue sconfitte e le sue acquisizioni, il lavoro delle generazioni che vi sono trascorse, nel bene e nel male, nella fraternità e nell’odio”. Simili riflessioni riecheggiano nel volume La Sicilia è un sentimento. Viaggio sul limite dello Stretto di padre Antonio Spadaro, messinese, pubblicato la scorsa primavera per il Touring Club: “Il sorso di spazio tra Scilla e Cariddi” dischiude a una “potente metafora filosofica per esprimere la condizione umana di continuo movimento tra opposti, tensioni e incontri. Questa filosofia si ispira direttamente al paesaggio geografico dello Stretto, segnato da correnti contrapposte, da un dinamismo tra due terre vicine eppure irrimediabilmente separate, e lo trasforma in un paradigma della stessa esperienza dello spirito”.
Fu dolce il passaggio di quel mare per Guy de Maupassant: “Le rive di Sicilia e le rive della Calabria esalano un odore così potente di aranci fioriti…”
Nei tempi supplementari della contemporaneità, il donchisciottesco ma consapevole Ferroni lancia con il suo Panegirico un appello a difesa dell’ambiente, non soltanto fisico ma mitico, archetipico, fiabesco. Se questo viene messo a rischio da ciò che definisce “ultracapitalismo”, è vero pure che per tutto il Novecento anche opposte ideologie hanno operato per la dissacrazione degli spazi umani e naturali, e nel nome di un messianico progresso della Storia hanno tacciato di irrazionalismo chi evocava qualsiasi dimensione trascendente.
Ora sarà difficile, poi non si può mai dire, che la difesa del “Bosforo di Sicilia” (così Quasimodo) assurga a emblema “della difesa del mondo dal destino disegnato dai poteri distruttivi che oggi lo fanno deragliare”. Sarà difficile che quel mondo immaginale su cui aguzzava lo sguardo padre Minasi dalle alture reggitane possa inibire le mille contrarie ragioni sciorinate a favore del ponte da annose valutazioni giunte ormai alla fase realizzativa (intanto c’è qualche sceneggiatore che si è persino divertito a immaginare il crollo dell’opera, nella serie tv The Bad Guy distribuita su Prime Video a fine 2022). Se però è vero il nesso tra i luoghi e la coscienza umana avallato da Ferroni, il mutamento di una topografia tanto ricca di mito e di storie avrebbe i suoi riflessi culturali collettivi. Chissà allora se “quel braccio di mare, quel fiume salmastro” che Consolo vedeva quale “metafora dell’esistenza” sarà ancora percepito come “lo stretto obbligato, il tormentato passaggio in cui l’uomo può perdersi, può perdere la ragione, imbestiandosi, o la vita contro lo scoglio o dentro il vortice di una natura maligna, mostruosa e feroce; o salvarsi, uscire dall’orrido caos, dopo il passaggio cruciale, e approdare, nell’Itaca della realtà e della storia, della ragione e degli affetti”. Chissà se il ponte offuscherà la memoria del portentoso attraversamento dello Stretto sul mantello per cui san Francesco di Paola fu eletto a protettore dei pescatori minacciati dalle tempeste, come Giovanni Verga ne I Malavoglia raccontò. Chi può dire se scemerà d’incanto anche la mezza maga Ciccina Circé, che traghettò di notte il protagonista del romanzo di D’Arrigo, ‘Ndrja Cambrìa, per ricondurlo a casa ammaliando le fere con l’ininterrotto tintinnio di una campanella. Chi può sapere se quel ponte dalla mole immane dissuaderà il fantasma della poetessa Maria Costa dall’indugiare ancora sulla battigia del borghetto messinese per esortare lo spirito di Cola Pesce a riemergere dall’acqua, come se lei ne fosse l’accorata madre.
Sono argomenti tanto suggestivi quanto fragili: Ferroni lo sapeva prima di cominciare il libro come lo sa chiunque scriva nel 2026, però ha voluto dire malgrado tutto che quel paesaggio “va difeso per come è, nella sua evidenza vivente, nell’alito del vento e del mare, di tutto ciò che lì si muove, di umanità e di oggetti, navigli e manufatti, vita brulicante sulle coste e sullo specchio del mare, nell’alterna vicenda dei giorni e delle stagioni, delle bonacce e delle tempeste”. Per diversi lettori le sue 153 pagine e mezza risulteranno “solo lo scatto necessario di un vecchio professore che si è occupato tutta la vita di letteratura”, ma “ha sempre pensato che la letteratura riguardasse la vita (e la vita di tutti)”. Non è questione di Reggio e di Messina, o non soltanto, perché “affacciarsi sullo Stretto e sul suo destino è come affacciarsi sul destino del mondo”. “Forse” conclude “per salvarci dalle mitologie artificiali, digitali, plastificate che oggi ci assediano, occorrerebbe saper ritrovare il legame tra i luoghi e i miti costitutivi, racconti, parole, nomi in cui essi si sono identificati e che hanno alimentato la percezione del tempo, le speranze e le paure, i successi e le sconfitte, l’intreccio delle esistenze che vi sono passate”. Gli umanisti ragionano così.