Curare il corpo per salvare lo spirito. I consigli per la felicità del saggista francese Alain

Per lo scrittore la felicità passa dal corpo: ginnastica, sorriso, buona educazione e perfino uno sbadiglio possono aiutare a tenere a bada i mali dello spirito. La ricetta ironica e pragmatica del maestro di Simone Weil contro malinconia, noia e cattivo umore

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Alain, chi era costui? Tra fine Ottocento e primo Novecento, Alain (pseudonimo di Émile-Auguste Chartier) è stato uno dei maggiori e più originali saggisti-giornalisti francesi. Il suo genio umoristicamente pragmatico ha fatto di lui un filosofo morale che diffida dei sistemi e delle idee, a cui oppone ragionamenti argutamente attenti al dettaglio concreto e fisico. Un filosofo, perciò, accessibile al grande pubblico, che osserva i fatti della vita quotidiana e ne rovescia i pregiudizi.
Un paio di anni fa, nelle edizioni La Vita Felice, è stata riproposta una bella raccolta di articoli o microsaggi con il titolo "Sulla felicità", che si conclude con una riflessione intitolata "Il dovere di essere felici" e datata 16 marzo 1923. L'anno prima erano uscite opere famose, ambiziosissime e fatali come "Ulisse" di Joyce, "La terra desolata" di Eliot, "Charmes" di Valéry, mentre l'anno dopo sarebbero stati pubblicati sia il "Manifesto del Surrealismo" sia "La montagna incantata" di Thomas Mann e "Il processo" postumo di Kafka. Che modestia e che tradizionalismo negli esercizi e consigli virtuosamente utili a tutti che Alain propone. Nei quasi cento articoletti dedicati alla virtù dell'essere felici, Alain inizia con "Irritazione", "Nevrastenia", "Malinconia", "Immaginazione" e "Mali dello spirito" per osare poi riflessioni terapeutiche sul sorriso e la morte, la ginnastica e le preghiere, la volontà e il destino, la pace domestica e la coppia, la noia e la speranza, l'agire e il viaggiare, lo stoicismo e il buonumore, per avviarsi a concludere con l'amicizia, il saper vivere e l'arte di star bene.
Ho sempre trovato incredibile che un tale filosofo morale sia stato il primo maestro di Simone Weil, un vero e proprio pedagogo socratico, il cui metodo e stile di pensiero erano fondati sull'improvvisazione. Ma questa era solo un'apparenza, perché Alain spingeva a scrivere il più possibile, persuaso com'era che "imparare a scrivere bene significa imparare a pensare bene".
Da Alain si imparava il pensiero come lavoro: e il lavoro come ciò che ci rivela a noi stessi e che rivela quanto il corpo e la materia siano importanti per il pensiero, la vita mentale e lo spirito. Del resto, in tutte le foto della Weil è chiaramente leggibile, più che il sorriso di circostanza o l'intenzione dell'autocontrollo, quella "scelta della felicità" che il suo primo maestro le aveva insegnato. Niente di psicologistico, per esempio, nell'articolo sulla nevrastenia: "In realtà le cause della gioia e della tristezza sono irrilevanti: tutto dipende dal corpo e dal suo funzionamento (…) Uno spirito sottile trova sempre abbastanza motivi per essere triste se è triste, e per essere allegro se è allegro. Pascal, malaticcio, era terrorizzato dalla moltitudine delle stelle e il terribile brivido che lo scuoteva, guardandole, era sicuramente dovuto al freddo che prendeva senza accorgersene stando alla finestra".
Nell'articolo dedicato alle passioni si fa dire a un interlocutore: "Vedo tutto nero, ma gli avvenimenti non c'entrano; i miei ragionamenti non c'entrano; è il mio corpo che vuole ragionare; e sono opinioni di stomaco".
Vero? Falso? Spesso Alain esagera e con gli ipotetici personaggi che mette in scena nei suoi ragionamenti fa ridere o sorridere: un risultato, questo, che può far sparire il malumore, come per esempio con la seguente osservazione: "La condizione di una persona in buona salute che ha paura di morire è quasi ridicola".
Comunque, un talento di consigliere come quello di Alain fa pensare a un'arte filosofica senza esserlo. Contro i mali dello spirito ha più fiducia in altri e più umili rimedi: la buona educazione, perché ci fa sorridere al prossimo; la ginnastica, perché non ci permette di irrigidirci; e lo sbadiglio, che mette in fuga noie e preoccupazioni.