La contraddizione di Yayoi Kusama: voleva dissolvere l'io, ma diventò logo

L’artista che voleva cancellare l’io attraverso punti, specchi e ripetizioni è diventata una delle figure più riconoscibili dell’arte contemporanea. Da outsider radicale a icona pop, fino alle borse di Louis Vuitton: il paradosso di Yayoi Kusama è tutto qui

28 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 13:54
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Yayoi Kusama nel 2012 - foto via Getty Images

È morta a Tokyo a 97 anni dopo aver trascorso una vita a moltiplicare punti, reti, specchi, falli, zucche e soprattutto se stessa. Negli ultimi decenni bastava una superficie rossa coperta di pois bianchi, una zucca gialla maculata di nero o una stanza tappezzata di specchi perché il pubblico pronunciasse il suo nome prima ancora di sapere cosa stesse guardando. Una riconoscibilità globale, risultato raro nell'arte contemporanea. Il bello è che Yayoi Kusama aveva costruito tutto questo sulla cancellazione dell'identità, la chiamava self-obliteration, auto-annullamento. Può succedere che più vuoi nasconderti, più ti si nota. Fin da bambina raccontava di essere perseguitata da allucinazioni nelle quali fiori, punti e reticoli invadevano progressivamente gli oggetti, la stanza, il suo corpo, fino a cancellare la distinzione tra sé e ciò che la circondava. Fare arte per Yayoi Kusama significava una catarsi, riprodurre ciò che la terrorizzava per dominarlo, o almeno provarci.
Poche carriere permettono di osservare altrettanto bene la distanza che separa l'avanguardia del secondo Dopoguerra dall'industria culturale contemporanea.
Nata a Matsumoto nel 1929 in una famiglia che commerciava sementi e piante, nel 1957 lasciò il Giappone per gli Stati Uniti, poco dopo arrivò a New York. Aveva scritto a Georgia O'Keeffe chiedendole consiglio su come farsi strada in America. La risposta, in sostanza, fu: fatti vedere. La New York nella quale arrivò era dominata dall'espressionismo astratto, maschile, monumentale e piuttosto convinto della propria importanza. Kusama di suo, cominciò a dipingere gli Infinity Nets, enormi superfici ricoperte da minuscoli segni ripetuti, senza centro e apparentemente senza fine. Donald Judd fu tra i primi a capirli e anche tra i primi ad acquistare un suo quadro, pagandolo a rate. In quelle tele c'era già quasi tutto, ossessione, ripetizione, infinito e il tentativo di far sparire l'autore dentro il gesto. Ma la tela presto rivelò limitazioni, così cominciò a ricoprire sedie, scarpe, divani e altri oggetti domestici di protuberanze falliche cucite e imbottite. Nel 1965 realizzò Infinity Mirror Room – Phalli's Field, gli oggetti si moltiplicavano negli specchi finché lo spazio non sembrava più avere confini. Era nata la Infinity Room, mezzo secolo prima che qualcuno pensasse che la cosa più naturale da fare davanti all'infinito riflesso fosse fotografarsi con il telefono. Folle amore platonico (ricambiato) con Joseph Cornell, splendida improbabile coppia.
Negli anni Sessanta, Kusama non era l'artista rassicurante che sarebbe diventata più tardi. Organizzava happening con corpi nudi dipinti a pois, protestava contro la guerra in Vietnam, inventava matrimoni omosessuali, si proclamava sacerdotessa della propria “Church of Self-Obliteration”. Nel 1969 organizzò senza autorizzazione un'orgia nella fontana del giardino del MoMA, facendo assumere ai partecipanti nudi le pose delle sculture di Picasso e Giacometti. L'episodio più kusamiano avvenne però in Italia nel 1966. Non era stata invitata alla Biennale di Venezia, si presentò ugualmente e dispose davanti al padiglione italiano 1.500 sfere specchianti (Narcissus Garden), cercò quindi di venderle ai visitatori per due dollari ciascuna sotto un cartello: “Your Narcissism for Sale”. Gli organizzatori intervennero e fermarono il commercio.
Ventisette anni dopo, nel 1993, la Biennale la accolse, questa volta Kusama era stata invitata ufficialmente a rappresentare il Giappone. Tra i due episodi c'è una parte meno spettacolare della sua storia, tornata definitivamente in Giappone nel 1973, attraversò un lungo periodo nel quale il mondo internazionale dell'arte sembrò quasi dimenticarla. Dal 1977 scelse di vivere in un ospedale psichiatrico di Tokyo, uscendo regolarmente per lavorare nel suo studio poco distante. Dipingeva, scriveva romanzi e poesie, continuava a produrre. Poi, come succede non solo nelle favole, il movimento si invertì. A partire dagli anni Novanta, Kusama fu progressivamente riscoperta e nel XXI secolo la riscoperta divenne consacrazione, quindi fenomeno di massa. Le mostre cominciarono a produrre code chilometriche, zucche monumentali comparvero nei musei e negli spazi pubblici in tutto il mondo. Le Infinity Rooms divennero attrazioni capaci di competere con concerti e parchi tematici. Poi arrivò Louis Vuitton. Pois sulle borse, vetrine, robot con le sue sembianze, una gigantesca Kusama gonfiabile appoggiata sulla facciata degli Champs-Élysées tra pop e cringe. L'artista che voleva cancellare l'io era diventata un logo planetario.
E' facile liquidare questa trasformazione come la solita vittoria del mercato sull'arte, sarebbe semplicistico e ingiusto nei confronti di Kusama. Tutto era già presente fin dall'inizio, ripetere significa eliminare la gerarchia tra originale e copia. Un punto vale l'altro, una sfera riflette l'altra, uno specchio produce un altro specchio. L'immagine può continuare indefinitamente. Kusama aveva inventato un'arte potenzialmente virale molti decenni prima dei social network. Instagram non ha tradito le Infinity Rooms, ha semplicemente scoperto quanto fossero compatibili con la propria logica. Rimane naturalmente una contraddizione tragicomica. Entrare in una stanza di Kusama significa teoricamente perdere se stessi nell'infinito, nella pratica contemporanea significa invece aspettare il proprio turno, entrare per qualche secondo e assicurarsi che se stessi siano perfettamente visibili nella fotografia. Il self-obliteration è così diventato self-documentation.
L'io che Kusama cercava di dissolvere è tornato moltiplicato in milioni di immagini. Può andare anche così. Forse proprio questa contraddizione spiega la sua fortuna meglio dei pois. Kusama appartiene infatti a quella rarissima categoria di artisti capaci di essere contemporaneamente difficili e popolari, patologici e decorativi, radicali e commerciali. È stata outsider e superstar, dimenticata e onnipresente, residente volontaria di un ospedale psichiatrico e protagonista delle vetrine di una delle più grandi aziende del lusso mondiale. Soprattutto, ha avuto qualcosa che nessuna strategia di comunicazione può fabbricare retroattivamente: un'immagine del mondo interamente personale. Ha continuato a dipingere fino alla morte, ripetendo più o meno la stessa operazione, un punto accanto all'altro, poi un altro ancora e così via. Preso singolarmente, quasi niente, ripetuto abbastanza a lungo, l'infinito.