Cultura
“Cultura” woke •
C’è quella woke e c’è quella del formaggio. Meno cultura c’è in Italia, e più la si spalma
La scrittrice Chiara Valerio, su Repubblica, ha detto di avere imparato molto dalla “cultura” woke. Viaggio nel paese dove tutto, dal cibo alla legalità, dalla sconfitta al pareggio, è diventato cultura. Parola spugna che assorbe tutto
25 AGO 26

Chiara Valerio durante la 36esima edizione del Salone del Libro a Torino (Alberto Gandolfo / LaPresse)
La scrittrice Chiara Valerio, ieri – su Repubblica – ha detto di avere imparato molto dalla “cultura” woke, un’espressione caduta sul suolo nazionale come cade un seme di robinia sulla scarpata di un’autostrada, cioè attecchendo all’istante. La cultura del traffico. La cultura della sconfitta. La cultura della vittoria. La cultura del pareggio. Non si rispettano le leggi? Per forza: difettiamo di “una cultura della legalità”. In compenso, abbondiamo di “cultura dell’illegalità”. Evviva! Come che sia, sempre colti siamo. Di “cultura”, in Italia, non manchiamo. Che Valerio abbia imparato non lo mettiamo in dubbio, e che ci fosse da imparare nemmeno. E’ il sostantivo “cultura”, quel sostantivo lucido e riposante che nel nostro paese tiriamo fuori dal cassetto buono come una posata d’argento la vigilia di Natale, a meritare qualche minuto di rispettosa perplessità. In Italia abbiamo la cultura delle indagini, la cultura d’impresa, la cultura della manutenzione, la cultura fiscale, la cultura del riuso, la cultura del digitale, la cultura dell’analogico, la cultura dell’effimero, la cultura rurale, la cultura del mare, la cultura fluviale e la cultura lacustre, manco a dirlo, già – figurarsi – con Alessandro Manzoni, quindi con Piero Chiara e Andrea Vitali, infine, che vende più della Valerio. E poi ancora la cultura dell’accoglienza, la cultura del merito, la cultura della sicurezza sul lavoro, la cultura della prevenzione sanitaria, la cultura del vino e naturalmente, trionfante su tutte, la cultura nazionale del cibo. Bel Paese, del resto, oggi è soprattutto un formaggio. E se tutto è cultura, l’egemonia culturale, va da sé, diventa lo scettro magico del potere. Sui muri di Parigi, nel maggio del Sessantotto, comparve la frase più esatta mai scritta sull’argomento, e cioè che la cultura somiglia alla marmellata: meno se ne ha e più la si spalma.
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.
