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La profezia di un’impresa. Una mostra al Meeting di Rimini
Storia e intuizioni (realizzate) di Léon Harmel, imprenditore francese e pioniere della dottrina sociale della Chiesa. Dal tempo della Rerum novarum all’oggi di Leone XIV
22 AGO 26

Pubblichiamo ampi stralci dal catalogo della mostra “Léon Harmel – La profezia di un’impresa”. Promossa dalla Fondazione Costruiamo il Futuro e dalla Compagnia delle Opere e curata da Ubaldo Casotto e Francesco Cassese, la mostra è esposta al Meeting di Rimini, dove oggi sarà in visita Papa Leone XIV.
Léon Harmel (1829-1915) industriale francese della lana, è stato il primo industriale ad applicare la dottrina sociale della Chiesa, anticipandone molti temi con la realizzazione della “Corporazione cristiana” nell’insediamento industriale del lanificio di famiglia in Val-des-Bois (Marna). Di lui il cardinale Alessandro Lualdi, arcivescovo di Palermo, che lo aveva conosciuto quando era rettore del Seminario lombardo disse: “Ai miei occhi era il realizzatore nella pratica delle dottrine sociali di Leone XIII”. Il quale, lo si può con certezza affermare, nello scrivere l’enciclica Rerum novarum aveva ben presente l’opera di Harmel, il cui “laboratorio sociale” inizia negli anni Settanta dell’Ottocento. L’enciclica di Papa Vincenzo Gioacchino Pecci esce nel 1891.
Luigi Giussani, che conosceva l’opera di Léon Harmel, nelle sue lezioni in Università Cattolica parlava della “questione sociale” di cui trattò l’enciclica: “Quando Leone XIII ha scritto la Rerum novarum, anticipava così i tempi che la stampa liberale parlò di Papa socialista, eversivo e l’enciclica fu praticamente seppellita, per essere dissepolta ben dopo. Se i cattolici industriali di allora invece oltre che regalare i campanili o le panche alle chiese avessero preso sul serio la Rerum novarum, può darsi che il rapporto tra la Chiesa e la mentalità comune sarebbe stato profondamente diverso”.
Di Léon Harmel si può a ragion veduta dire che la fede è stata la sorgente di tutto il suo agire. In lui la fede non è rimasta confinata solo in certi ambiti devozionali e moralistici, ma ha dato forma a tutta la vita come coscienza di ogni azione pubblica o privata.
Realizzò nella Val-des-Bois, dove era insediato il Lanificio HarmelFrères, una “corporazione cristiana” che è stato un modello di gestione cooperativistica di un’azienda e del suo welfare, un esempio in anticipo di decenni della responsabilità sociale di impresa. “Harmel – come dice Catia Eliana Gentilucci – può essere considerato il predecessore della responsabilità sociale d’impresa, la cui teoria ha trovato il suo culmine nel pensiero di Robert E. Freeman”.
Scrive l’economista Marco Martini: “La dottrina sociale e i suoi principi trovano fondamento nell’avvenimento di Cristo uomo-Dio che rivela all’uomo la sua stessa umanità e lo libera, ricreando un uomo nuovo. La sensibilità nuova che l’avvenimento di Cristo ha generato ha fatto percepire come problemi fatti che apparivano come indiscutibili. Valga per tutti l’esempio della schiavitù”. Perché – come ha costantemente ripetuto don Luigi Giussani – il cristianesimo è innanzitutto una storia, che veicola in sé poi tutte le conseguenze antropologiche, cosmologiche e morali.
Harmel, che secondo certi schemi può essere definito un cattolico tradizionalista, vive nel pieno della seconda rivoluzione industriale, e trova insopportabile la situazione degli operai e delle loro famiglie. Definisce la povertà che vede: “la ferita orribile che divora la società”.
In Francia la legge Le Chapelier (14 giugno 1791) aveva posto le basi per il liberismo più sfrenato, abolendo tutti i corpi intermedi (corporazioni, associazioni di mestiere) e il diritto di sciopero, vietando le cooperative operaie, e proibendo di fatto i sindacati in nome della libertà d'impresa. L’operaio era così lasciato solo di fronte a un capitalismo senza limiti e regole da una parte e allo Stato dall’altra. Il lavoro diventa merce, l’offerta è molto superiore alla domanda, i salari sono da fame. “La fabbrica – scrive Harmel – ha reso l’operaio più povero di Lazzaro, l’ha precipitato in una miseria senza rimedio, in una indigenza morale sconosciuta nei secoli passati”. Spenderà la sua vita perché venga riconosciuta la dignità degli operai, il loro diritto a essere primi protagonisti nella risposta alle loro esigenze, nella rappresentanza dei loro diritti, nella gestione delle opere generate per il soddisfacimento dei loro bisogni e dei “loro interessi”. Ai suoi figli diceva: “La felicità dei nostri operai sarà l’oggetto della vostra sollecitudine”.
Abbandonò il paternalismo caritatevole degli imprenditori cattolici del tempo. Non voleva fare del bene per gli operai, voleva lavorare con gli operai. Parlava di “emancipazione cristiana delle classi popolari grazie alle istituzioni che ne favoriscono l’ascesa sociale”. Scrive Rosanna Marsala, storica delle dottrine e istituzioni politiche, che la fiducia di Harmel nell’iniziativa popolare ne ha fatto un vero applicatore del principio di sussidiarietà. Il suo motto era: “Il bene dell’operaio, per mezzo dell’operaio e con lui, mai senza di lui e a maggior ragione mai malgrado lui”. Per Harmel promuovere l’iniziativa degli operai è una responsabilità educativa e un’imitazione di Cristo: “Non vi chiamo più servi, vi ho chiamati amici” (Gv 15, 15). Agli industriali cattolici francesi che lo criticavano rispondeva: “Gli operai amano molto occuparsi dei loro affari, e hanno ragione”.
Léon inizia ad affiancare il padre nel 1853 e nel 1854, a venticinque anni, assume la direzione della fabbrica, E’ infaticabile, scrive trenta lettere e fa dieci riunioni al giorno: “Alla stanchezza io non ci credo”. Nel 1870 gli muore la moglie, che lo lascia con otto figli. Nel 1887 diventa segretario generale aggiunto dell’Opera dei circoli, lascia l’azienda ai figli per poter girare la Francia come conferenziere e, dal 1891, come promotore della Rerum novarum. Il figlio Felix, che gli era subentrato nella guida, muore nel 1899 e Léon, a settant’anni, torna in azienda. La guiderà fino al 1911. Muore di polmonite a Nizza nel 1915.
La sua opera è sintetizzabile nella formula “corporazione cristiana”, (“Associazione religiosa ed economica formata dalle famiglie dei padroni e degli operai”), un’istituzione legalmente riconosciuta che riuniva intorno alla fabbrica opere religiose, caritative ed economiche: Harmel “volle creare una comunità di lavoro in cui ogni persona, uomo e donna, potesse sviluppare le sue competenze professionali nel rispetto della libertà e della dignità della persona e dove gli stessi operai dirigessero un insieme di opere sociali” (Rosanna Marsala).
Introdusse novità che ai tempi sembravano assurde. Villette a schiera per le famiglie degli operai nei pressi della fabbrica, ognuna col suo appezzamento di terra per coltivare l’orto, assegni familiari, cassa mutua per l’assistenza, servizio sanitario, società cooperative di consumo, banche popolari, agevolazioni previdenziali, pensioni, un centro di studi sociali, aiuti per organizzarsi in sindacati, strutture, sociali, scuole, un teatro e un “centro sociale” con sala biliardo, biblioteca e bar, consigli di gestione e forme di compartecipazione agli utili. Il tutto condotto da una organizzazione democratica di tipo cooperativo, la citata “corporazione cristiana”. Fondò la Confraternita Notre Dame de l’usine a Reims (7.000 iscritti): uno sportello di aiuto agli operai basato sul volontariato e sulle consulenze gratuite di avvocati, medici, procuratori, assistenza giuridica, matching fra domanda e offerta di lavoro, cooperativa di consumo per acquisti all’ingrosso. Fondò anche L’unione fraterna del commercio e dell’industria che raduna migliaia di commercianti e pubblica un annuario distribuito in tutta la Francia in cui elenca prodotti di cui garantisce il rispetto di una carta etica nella produzione.
Ma la novità più dirompente fu, fin dal 1883, il Consiglio di fabbrica, organismo in cui siedono delegati della proprietà e della fabbrica, gli operai diventano “veri cooperatori”.
Hanno tentato di classificare Léo Harmel secondo lo schema conservatore/progressista schierandolo prima tra i tradizionalisti e poi accusandolo di socialismo (come Leone XIII), senza capire che è il suo ancoraggio nella tradizione della Chiesa che gli permette di essere profondamente innovatore. Un cristianesimo “fedelmente tradizionale” che si accompagna a “iniziative ardite”, come disse monsignor Henry-Louis Chapon, vescovo di Nizza: “Nell’intelligenza della fede ne aveva trovato ispirazione”. E questo gli permise, come dice lo storico e giurista Adrien Dansette, di essere “un uomo di mezzo secolo in anticipo sui tempi”.
Dalla Rerum novarum alla Magnifica humanitas
Il 10 maggio 2025, appena eletto, davanti al Collegio cardinalizio, Papa Leone XIV ha parlato di “dialogo coraggioso e fiducioso con il mondo contemporaneo nelle sue varie componenti e realtà”. E ha detto: “Ho pensato di prendere il nome di Leone XIV. Diverse sono le ragioni, però principalmente perché il Papa Leone XIII, con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”.
Coerente con questa premessa il 15 maggio 2026, 135esimo anniversario della Rerum novarum, Leone XIV ha firmato l’enciclica Magnifica humanitas. Definita da molti un’enciclica sull’intelligenza artificiale, è in realtà un documento di valenza soprattutto antropologica, come dichiara sin da sottotitolo: “Sulla custodia della persona umana” che è il compito che il Papa riconosce come centrale per la Chiesa “nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Leone XIV lo chiarisce sin dalle prime righe: “Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita”. A conclusione di una mostra su Léon Harmel e la sua influenza sulla dottrina sociale della Chiesa, della vastità dei temi che la Magnifica humanitas tocca ne sottolineiamo sinteticamente tre, che integrano e attualizzano il percorso sin qui fatto.
Che cos’è l’umanità? Che cosa vuol dire porre la persona al centro? L’essenza, il valore e la dignità della persona umana Leone XIV li definisce usando una citazione di sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te”. Che commenta così: “Dio, infatti, ha inscritto nel nostro cuore un desiderio di felicità che abbraccia tutte le dimensioni della vita, e la Chiesa, nel dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo, avverte l’urgenza di custodire e orientare tale aspirazione verso la sua verità più profonda”.
La persona, che è strutturalmente desiderio di infinito, è il vero criterio del progresso, dice il Papa. Siamo di fronte all’“illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità”, ma “la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità”, “il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli”.
La questione del lavoro come “questione sociale”. Citando san Giovanni Paolo II, il quale “ha ricordato che la disoccupazione è un male grave e che, soprattutto quando assume dimensioni massicce, essa può diventare una vera calamità sociale, che interpella in modo speciale la responsabilità dello Stato”. Ma il lavoro non è solo una questione di reddito, “resta una dimensione fondamentale dell’esperienza umana: non soltanto mezzo di sostentamento, ma luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità”.
C’è un nota bene decisivo a questo riguardo, che spiega ulteriormente la centralità della persona, ed è la questione della formazione. “In questa transizione non basta reagire quando i posti scompaiono, ma occorre governare in anticipo la trasformazione. Ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, è necessario che politiche attive rendano accessibili a tutti formazione continua.
La sussidiarietà come metodo. Nell’enciclica c’è una particolare insistenza sul principio di sussidiarietà (citato 23 volte) che Leone XIV assume come principio metodologico. Parla, infatti, di “logica della sussidiarietà” e ne individua l’origine esattamente nella centralità della persona: “Il principio di sussidiarietà nasce dallo stesso sguardo sulla persona che ha guidato la nostra riflessione sulla dignità e sul bene comune. Se ogni donna e ogni uomo sono chiamati a diventare protagonisti della propria vita e a partecipare alla costruzione della società, allora anche l’organizzazione sociale deve rispettare e favorire questa responsabilità”. E c’è una parola che ricorre spesso come sinonimo di sussidiarietà: cooperazione (“forme di cooperazione e di istituzioni internazionali più efficaci”, “costruire forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità mondiale”, “percorsi di condivisione, di cooperazione e di cura reciproca, imparando a pensare e agire in termini di comunità”, “entriamo in relazioni di cooperazione e impariamo a costruire insieme”). Leone XIV porta l’esempio di Neemia, che ricostruì Gerusalemme: un uomo che “ascolta il grido di una città ferita” prendendo così coscienza della sua responsabilità. Né più né meno di quella che è oggi – dice il Papa – la “nostra vocazione a essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto”.
Come scrisse Léon Harmel a Pio X: “Caro Santo Padre, essere del proprio tempo, comprendere il proprio tempo, vivere con il proprio tempo ci è sempre sembrato un indispensabile mezzo per poter lavorare efficacemente a renderlo migliore”.