Cultura
FACCE DISPARI •
Davide Iodice: “Un Conservatorio delle arti per i più fragili di Napoli”
Pupillo di Camilleri all’Accademia nazionale d’arte drammatica, regista del “Trianon Opera” di De Simone, il drammaturgo ha ottenuto dalla Regione Campania una sistemazione stabile per la sua Scuola Elementare del Teatro: "I ragazzi neurodivergenti sono maestri straordinari. La disabilità racchiude infinite possibilità che dobbiamo scoprire"

Chi la dura la vince: non sempre sarà vero, ma per il regista e drammaturgo partenopeo Davide Iodice è andata così. Dopo tredici anni dalla fondazione ha finalmente ottenuto una sistemazione stabile la sua Scuola Elementare del Teatro, un modello di pedagogia sociale unico in Europa, che privilegia le persone con disabilità fisica o intellettiva e le fasce svantaggiate. Un progetto di emancipazione che si è concretizzato nel “Conservatorio popolare per le arti della scena”, con cicli di laboratorio e produzioni artistiche cui partecipa una comunità sempre più vasta. Pupillo di Andrea Camilleri all’Accademia nazionale d’arte drammatica, regista dell’ultima fatica drammaturgica di Roberto De Simone, “Trianon Opera”, Iodice ha ottenuto nelle settimane scorse dall’assessorato alla Cultura della Regione Campania l’uso del Teatro Colosimo nell’omonimo istituto napoletano per non vedenti e ipovedenti, dove si potranno svolgere tutte le attività di laboratorio, formazione e produzione artistica.
Quante persone coinvolge la Scuola Elementare del Teatro?
Sono più di duecento, con una crescita costante basata sul volontariato. Cominciammo con un nucleo iniziale di una ventina di persone nel 2013 all’insegna della totale gratuità. Non è stato facile, spesso siamo stati sul punto di fermarci, ma ha prevalso la forza di una comunità che interpreta l’arte anche come strumento di emancipazione e possibilità espressiva per chi vive condizioni di disabilità. I progetti e le risposte che offre il mondo sono ancora troppo pochi e se noi siamo un’eccezione non lo dico per vantarmi, ma per rammaricarmene.
Come vi siete sostenuti?
Non abbiamo ricevuto aiuti pubblici, solo il contributo dei volontari e donazioni con cui siamo riusciti persino a erogare borse di studio. Per le attività abbiamo beneficiato dell’ospitalità dei teatri Trianon e Mercadante perché per problemi di spazio avevamo abbandonato la sede originaria nell’ex Asilo Filangieri, ma i continui spostamenti non aiutavano i ragazzi, che hanno bisogno di un accudimento particolare e di riferimenti fissi: è evidente che un allievo con sindrome autistica trova più gravosa ogni rottura di schema, soprattutto in una città dove il disordine già mette a prova la routine.
Cosa s’insegna al Conservatorio?
Ci sono laboratori di teatro, musica, danza che ripartiranno a ottobre e continueranno a essere gratuiti anche nella sede stabile, e corsi che non contemplano soltanto il profilo artistico ma le varie professionalità tecniche connesse alla scena. Tra le iniziative c’è un ciclo di teatro sensoriale intitolato “Invisibile”, destinato in via prioritaria a non vedenti e ipovedenti; un altro laboratorio, “Tutto il mondo è paese”, è rivolto a ragazzi di lingue e nazionalità diverse per valorizzare il dialogo interculturale.
Con lo spettacolo “Pinocchio. Che cos’è una persona?” avete ottenuto successo in numerosi teatri nazionali, uno spazio alla Biennale di Venezia, il premio speciale Ubu e il premio Anct 2024. Quale sarà il prossimo allestimento?
“Alice o il mondo alla rovescia”, che inaugurerà a novembre il teatro dell’Istituto Colosimo ed è stato presentato in anteprima il 30 dicembre 2025 tra le manifestazioni celebrative di “Napoli 2500”. Intanto sto lavorando con Ert, la Fondazione Emilia Romagna Teatro, con un corso di alta formazione intitolato “La magia dell’umano” per cui realizzerò il progetto “Le 7 opere di misericordia”, ispirato al celebre quadro di Caravaggio conservato a Napoli. Costituiremo una équipe artistico-pedagogica che si impegnerà in laboratori e residenze creative presso le realtà sociali nelle cinque città in cui la Fondazione è attiva. La materia d’indagine è il concetto di compassione quale condivisione, partecipazione, reciprocità e relazione vitale. Quell’opera di Caravaggio per me costituisce un indirizzo poetico fondamentale e un riferimento identitario. Non pronuncerò mai l’eduardiano “fuggite da Napoli” anche se è una città difficile. Io stesso faccio il pendolare perché ho dovuto trasferirmi a Modena, dove ci sono servizi e strutture universitarie che consentono a mio figlio ipovedente di proseguire gli studi nel migliore dei modi.
Camilleri, de Berardinis, Bene, De Simone. Come ricorda i suoi maestri?
Camilleri fu un secondo padre, con lui ho capito che la meticolosità dello studio non deve comprimere la libertà; de Berardinis mi ha insegnato che l’unica soluzione è diventare sempre più bravo e che quando si apre uno spazio per te devi aprirlo anche agli altri; Bene fu il divino infante, un genio strepitoso; De Simone è stato il teatro come atto magico, dove alto e basso si possono coniugare e i più diversi canoni sperimentare.
Che cosa insegna l’esperienza personale e artistica con le persone fragili?
Un rapporto diverso con lo spazio e il tempo e l’attenzione verso strumenti di comunicazione non codificati. I ragazzi neurodivergenti sono maestri straordinari, anche nei laboratori del mio Conservatorio quando gli attori normotipi lavorano con loro. Ti puliscono lo sguardo, lo fanno più profondo. La disabilità racchiude infinite possibilità che dobbiamo scoprire.