Cultura
Vessels of Other Worlds •
Shanghai, la materia dell’altrove
Al Long Museum West Bund, Wallace Chan trasforma titanio, ossidiana e pietre preziose in monumentali “recipienti di altri mondi”, tra memoria, metamorfosi e spiritualità
Shanghai. Nella metropoli che più di ogni altra ha fatto della trasformazione una forma di identità, negli ultimi anni la cultura ha smesso di essere il commento al grande sviluppo economico della città ed è diventata una delle sue lingue principali. La nuova Shanghai si misura così anche attraverso i musei, le gallerie, le fondazioni, le biennali e i grandi progetti architettonici. Il West Bund è forse il punto in cui questa metamorfosi si vede meglio e ce ne rendiamo conto andando lungo la riva occidentale dell’Huangpu, nel distretto di Xuhui - un tempo territorio di moli, depositi e impianti industriali - dove si è formato uno dei nuovi distretti dell’arte asiatica con una concentrazione di istituzioni che ha cambiato la geografia culturale della città. La promenade corre lungo il fiume e il vecchio paesaggio produttivo è stato progressivamente trasformato in un paesaggio dell’immaginazione dove spicca, dal 2014, il Long Museum West Bund, sul terreno dell’antico Beipiao Wharf, un’area destinata al trasporto del carbone.
L’architetto Liu Yichun, dello studio Atelier Deshaus, non ha cancellato quella memoria, tanto che la vecchia struttura per lo scarico del carbone è rimasta e intorno a essa sono cresciute le grandi volte in cemento, le cosiddette vault-umbrellas, che danno agli spazi del museo quell’aspetto insieme industriale e quasi sacrale. Qui tutto è stato messo al servizio di un’idea diversa e fare dell’arte uno dei motori della nuova Shanghai. Non si tratta di un museo isolato dalla città, ma di una macchina culturale aperta sul suo paesaggio. È dentro questa architettura, severa e monumentale, che Wallace Chan porta oggi le sue visioni. Il nome dell’artista non è nuovo a chi abbia seguito negli ultimi anni la Biennale di Venezia. Artista e scultore autodidatta, nato a Hong Kong, Chan è già apparso più volte sulla scena veneziana: Titans nel 2021, Totem nel 2022, Transcendence nel 2024.
Quest’anno è tornato con Vessels of Other Worlds, presentata alla Cappella di Santa Maria della Pietà e il progetto trova ora a Shanghai la sua forma più ampia e spettacolare. Al Long Museum, infatti, le dimensioni cambiano tutto. Tre gigantesche sculture raggiungono i sette, gli otto e i dieci metri, ma la sorpresa non è soltanto nelle proporzioni perché l’artista - come spiega al Foglio durante la nostra visita in anteprima - costruisce “un percorso quasi iniziatico tra corridoi, passaggi, stanze più oscure, una successione studiata per ritardare l’apparizione delle opere maggiori”. “Il visitatore non entra immediatamente nel cuore della mostra, perché la stessa appare poco alla volta fino alla sorpresa finale, che è stata preparata attraverso una sorta di sospensione dello sguardo”, aggiunge. “Quando, finalmente, appaiono le sculture, sembrano appartenere a un mondo che non coincide del tutto con quello del museo. Sono vasi, è vero, ma solo in apparenza, perché sembrano dei corpi, delle architetture, degli organismi fantastici e dei contenitori di una materia che è anche mentale”. Chan li chiama appunto Vessels of Other Worlds, recipienti di altri mondi, che è poi anche il titolo di questa mostra visitabile fino al 25 ottobre prossimo. Il titanio, materiale che appartiene alla tecnologia, all’industria, alla dimensione aerospaziale, nelle sue mani perde la freddezza della lega metallica e diventa superficie cangiante, pelle e luce. Migliaia di elementi vengono assemblati con una precisione da orafo (altra sua professione; impressionanti proprio per la precisione, oltre che per le pietre utilizzate, le sue creazioni che troverete al piano terra) e sulle superfici compaiono figure umane, creature mitologiche, volti, neonati, animali e motivi della tradizione cinese.
“E’ il mondo che mi piace costruire, un posto speciale dove la materia sembra trattenere la memoria di ciò che è stato e, nello stesso tempo, aprire verso ciò che ancora non conosciamo”, precisa. “Questa è una delle qualità più singolari di Chan: la sproporzione fra la minuzia del gesto e la grandezza del risultato”, ricorda James Putnam, il curatore di questa mostra che instaura un dialogo simbolico tra Venezia e Shanghai approfondendo i temi della trasformazione, della memoria e della spiritualità attraverso quelle monumentali sculture in titanio che la fanno da protagoniste insieme ad altre in ossidiana. “Nel mio lavoro, il monumentale nasce dal microscopico, come le stelle dalle particelle, le montagne dalla polvere e la vita dalle cellule”, continua l’artista che ha iniziato a intagliare pietre preziose a sedici anni e ha trascorso più di mezzo secolo a interrogare la materia. Al Long Museum quelle sculture sono immense, ma avvicinandosi si scopre una quantità quasi vertiginosa di dettagli. Il titanio sembra assorbire e restituire la luce, nella penombra le superfici si accendono e acquistano riflessi che fanno pensare a qualcosa di lunare e acquatico, persino organico. Il riferimento all’acqua non è casuale, perché Venezia e Shanghai sono i due poli di questo progetto, due città nate dalla relazione con l’acqua e trasformate dalla stessa in luoghi di scambio e di commercio.
A Venezia le sculture hanno incontrato la dimensione raccolta e spirituale della Cappella della Pietà, mentre a Shanghai incontrano invece la vastità industriale del Long Museum e il fiume che scorre immediatamente oltre le sue pareti. In entrambi i casi Chan non chiede soltanto di guardare una scultura, ma di entrarvi mentalmente. La grande opera centrale contiene una soglia che conduce verso un interno caleidoscopico. La Wallace Cut, la celebre tecnica illusionistica inventata dall’artista nel 1987, moltiplica le immagini, le rifrange, le rende instabili e il movimento dello spettatore modifica ciò che vede. Il risultato ricorda un sogno: si riconoscono volti e corpi, figure e simboli, ma subito dopo la visione sfugge e ricomincia da un’altra parte, perché la sua è una scultura che non si lascia esaurire da un unico sguardo. Il più importante, almeno lì, è quello di Shanghai che continua a correre lungo l’Huangpu.