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FACCE DISPARI •
Enzo Santaniello: “Vi racconto di quando mi sparò Henry Fonda”
Fu fino ai diciott’anni un attore conteso da cinema, tv e pubblicità, noto abbastanza da essere ritratto sui cruciverba dei settimanali: "Se riguardo gli scatti dell'epoca risento ancora la musica di Morricone diffusa sul set". Intervista
16 AGO 26

Enzo Santaniello, romano di origini napoletane, residente a Velletri, fu ucciso a freddo da Henry Fonda, il gelido sicario Frank dagli occhi azzurri, quando aveva appena sette anni e si chiamava Timmy McBain. Quella scena clou di “C’era una volta il West”, del 1968, è rimasta indimenticabile anche per la musica di Ennio Morricone, che offrì a Sergio Leone la chitarra elettrica “come una spada” di Bruno Battisti D’Amario, il raffinato strumentista scomparso il 5 agosto scorso (intervistato per questa rubrica il 5 luglio 2021). Santaniello fu fino ai diciott’anni un attore conteso da cinema, tv e pubblicità, noto abbastanza da essere ritratto sui cruciverba dei settimanali e da avere un contratto in esclusiva per le réclame del budino e della crema Elah. I fan di Bud Spencer lo ricordano nella pellicola “Lo chiamavano Bulldozer” e lo invitano spesso agli eventi celebrativi.
Come capitò la prima volta su un set?
Forse anche grazie ai capelli rossi ereditati dal nonno paterno, napoletano ma con radici normanne: i suoi avi erano di Alcamo in Sicilia. A sette anni mi presero per “Lola Colt - Faccia a faccia con El Diablo” di Siro Marcellini. Io, Pablito, morivo tra le braccia di Lola Falana. Mi ritrovai anche ne “I quattro dell’Ave Maria” con mamma, mia sorella e mio fratello a impersonare una famiglia scozzese.
Quando cominciò in televisione?
Ebbi una particina nell’“Odissea” del 1968, dove accompagnavo il poeta cieco Demodoco, e un ruolo importante in “Giovanni ed Elviruccia”, sceneggiato con Paolo Panelli e Bice Valori che varrebbe la pena recuperare anche per le stupende musiche di Morricone.
Perché Leone la scelse?
Forse mi aveva visto in “Lola Colt”. E la sorella maggiore di Timmy, uccisa per prima dai banditi, è davvero mia sorella. Simona aveva diciott’anni ma all’inizio fu scartata perché si presentò al provino con il look dell’epoca: minigonna, fascia tra i capelli, trucco vistoso. L’agente le suggerì di tornare struccata e con le trecce. Così la presero.
Cosa ricorda delle riprese?
Giravamo in Almería, nella zona desertica di Tabernas dove avevano montato il ranch dei McBain. Ci voleva più di un’ora per arrivarci dall’albergo in cui alloggiava la troupe. Ero il più piccolo e perciò il più coccolato. Nella scena dell’eccidio, esco dalla casa quando Frank e i suoi uomini hanno già ucciso gli altri. Mi diceva Leone: “Adesso vai ma non sai cosa ti succederà, se ammazzano anche te”.
Il bambino si trova di fronte Frank e i primi piani s’alternano.
Fonda doveva sputare, ma non sapeva farlo. In più nel clima desertico gli si era seccata la gola, perciò gli procurarono dei bastoncini di liquirizia e stette un pezzo a provare finché lo sputo riuscì. Leone ci teneva.
Dopo la strage arriva Jill, Claudia Cardinale, che contempla sbigottita i vostri cadaveri.
M’è rimasto nella memoria olfattiva il suo profumo buonissimo, persino in albergo potevo sentire dov’era passata. Purtroppo ebbi una piccola disavventura, perché girando immobile al sole quella scena per l’intera mattinata accusai un colpo di calore e mi ricoverarono due giorni in ospedale. Mia madre mi teneva compagnia, però venne a trovarmi anche Fonda con la moglie e un attrezzista mi costruì lì per lì un cavallo a dondolo. Avrei voluto portarmelo a casa, invece non so che fine fece. Me ne dispiace ancora.
Come se la cavava con la scuola?
Per un anno e mezzo mi misero un maestro privato.
Sua madre la incentivava?
Senza mai forzare la mano. Non c’era la mediaticità di adesso, per cui ti senti un divo se hai partecipato al “Grande Fratello”. Recitai anche con Richard Burton e Elizabeth Taylor ne “La bisbetica domata” di Zeffirelli, ma non me ne gloriavo. Ricordo piuttosto il caldo di luglio, vestito da paggetto, negli Studi De Laurentiis sulla Pontina.
Con Bud Spencer fu felice?
Di più. Ero suo fan da quando avevo visto al Supercinema “Lo chiamavano Trinità…”. Lavorare con lui non mi sembrò vero. Un cinema pulito e un gigante buono e gentile. Mi chiamava “il rosso”.
A diciassette anni affiancò Johnny Dorelli ne “Il mostro” di Luigi Zampa, un film piuttosto amaro.
Su sceneggiatura di Sergio Donati. Opera bella e sottovalutata. Dorelli era bravissimo, sapeva fare tutto, mi dava persino la voce fuori campo. Anche lì, musiche di Morricone.
Perché smise?
Potevo scegliere se continuare, semplicemente non l’ho fatto anche se mi piaceva. Una volta sola m’imbarazzai: fu in “San Pasquale Baylonne protettore delle donne”, una di quelle commedie che andavano allora. Uscivo infarinato, tutto nudo, da una madia dove amoreggiavo di nascosto con Giuliana De Sio, che era al suo esordio. Mi sentii a disagio, con la troupe e i curiosi del paese, Posta Fibreno, tutti intorno a guardare.
Quale professione ha scelto?
Odontotecnico, lavoro con mia moglie che è medico e per hobby sono stato istruttore subacqueo. Non mi sono mai vantato del passato: solo quando si sono diffusi i social network hanno cominciato a chiamarmi. Un mese fa sono stato invitato a Torella dei Lombardi, il paese natio del papà di Sergio Leone, dove hanno allestito un museo. Gli ho regalato una foto di scena originale di “C’era una volta il West”. Un pezzo di cuore che aveva conservato mia madre. Se riguardo gli scatti di me che gioco con Henry Fonda, risento ancora la musica di Morricone diffusa sul set. Tanti anni dopo diventai amico di Maria, la sorella di Ennio morta pochi mesi fa. Mia moglie giocava a burraco con lei. A pensarci, quant’è piccolo il mondo.