Poca libertà, molto conformismo. Il nostro non è il tempo dell’individuo

La necessità di sicurezza delle società contemporanee e la struttura stessa del potere politico hanno prodotto un’epoca senza slancio e senza eroismo

15 AGO 26
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Javier Milei è forse l'unico "individualista" del panorama politico mondiale (foto ANSA)

E se la società che siamo abituati a pensare come iperindividualista stia in realtà interamente perdendo il senso dell’individualismo? In ambito politico, l’individualismo ha sempre avuto poco mercato, perché in fin dei conti è il concetto più apolitico. Da quando, infatti, esistono i partiti di massa essi sono per loro stessa struttura antindividualisti. I partiti sono macrostrutture sotto il cui insieme si finisce per classificare le persone come classi, gruppi di interesse, etc., e tutto ciò è ragionevolmente normale. Se è vero che, per un breve periodo, a cavallo degli anni Ottanta e poi per buona parte dei Novanta, l’individualismo ha avuto due grandi campioni politici come Reagan e Thatcher, e una sorta di grande affermazione ideale grazie alla caduta della Cortina di Ferro e di quel regime statalcollettivista, tale promozione politica è durata ben poco. Oggi appare interamente cancellata. Basta pensare che l’unico vero “individualista” del panorama politico mondiale, ossia Javier Milei, viene sostanzialmente considerato un “fascista”, che è quanto di più lontano possa esserci da un personaggio come il presidente argentino.
Insomma, l’individualismo, politicamente, non è mai andato di moda. La struttura del potere è, infatti, di per sé, antindividualista. L’individuo è un punto di resistenza irriducibile contro cui il potere tende a schiantarsi, e che quindi deve in qualche modo schiantare (in modo più o meno dolce, o sottile, o violento, in base alle epoche storiche). Oggi, però, in occidente, l’individualismo vive una fase drammatica per un altro motivo, ben più allarmante di quello politico. La cosa si potrebbe sintetizzare così: l’individuo per essere tale deve essere libero, altrimenti non è. E poiché la libertà è un rischio, un rischio multiforme che ogni volta si presenta sotto vesti diverse, e il cittadino occidentale, europeo in particolare, non è più disposto a rischiare nulla, l’individuo perde interamente la sua centralità. Anzi, poiché tutto ciò che è un rischio va rimosso da una società che cerca sempre più sicurezza, l’idea dell’individuo è di per sé un’idea pericolosa.
Il Covid, ritornato in auge in questi giorni con le audizioni di Fauci, è stata l’immagine plastica di tale situazione. Tra l’accettazione di una certa dose di rischio, contro una garanzia di libertà, e la sicurezza assoluta, ma con la privazione delle più elementari libertà, si è scelta la seconda strada con plauso stramaggioritario e senza esitazione. Ma quella è solo la macroevidenza di una generale condizione di svilimento dell’individuo, del suo “sfumare”, che appare come una condizione inevitabile delle nostre società. Società che invecchiano diventano, infatti, per loro natura, società gregarie, si vogliono meno conflitti, più stabilità e tranquillità. Chi invecchia non valuta nulla più in alto della sicurezza, ed è normale che sia così. Ma questi valori gocciolano in giù verso la scala anagrafica che viene intorpidita da una tale situazione, e che rivela poi il suo lato più pratico e reale nel gigantesco debito pubblico che grava su queste stesse società, condannandole a un essenziale immobilismo de facto. Si lavora e si governa senza slanci, solo per ripagare il debito attraverso una tassazione esacerbante che espropria i cittadini di buona parte della propria stessa attività. Essere individualisti “semplicemente” a livello economico è impossibile!
Allo stesso tempo, il sistema capitalista, che è stato per molto tempo il modo in cui gli individui sono riusciti a canalizzare una parte importante delle proprie aspirazioni singolari e ad autodeterminarsi in libertà attraverso l’attività economica, e che a sua volta è cresciuto attraverso la pluralità delle decisioni e dei desideri degli individui sempre più liberati, ha un crescente bisogno di prevedibilità e di sostituibilità. Ossia non più di una libertà totale di cui solo l’individuo può essere protagonista, ma di fantasmi esperienziali, le orrende experiences, da gestire e somministrare in un orizzonte di libertà gestita (ma sempre con la possibilità di una qualche garanzia e assicurazione a portata di mano).
Occorre, inoltre, fare una precisazione. Qui non si parla di quell’“individualismo metodologico” che è il centro concettuale di ogni garanzia di libertà politica, sociale ed economica. Quel presupposto è una “legge epistemologica” che rimarrà sempre valida, come argine contro qualsiasi delirio oppressivo, statalista e socialisteggiante. Ciò che qui interessa è l’individuo come “possibilità esistenziale” di un singolo soggetto. Tale individualismo vuole “eroismo”, che ovviamente non ha a che fare in modo necessario con l’atto della guerra, ma con l’atto eccezionale, ossia che salta fuori dalla norma, che spiazza, che si prende un rischio non tanto per il gusto di farlo, ma per tentare di avvicinarsi alla verità di sé come individui, appunto.
La favola dell’essere “liberi di vivere la propria vita come vogliamo” non è mai stata tanto diffusa. Eppure mai tutto ciò è accaduto lungo binari così comuni, così identici. Mai il processo di imitazione tra uomini, anche per via delle strutture tecniche all’interno di cui passiamo tanta vita, ossia genericamente i social, è stato così pervasivo e assolutistico. Mai nella storia tante persone che pretendono di vivere la vita come soggetti interamente liberi si sono assomigliati tanto. Che spazio resta, quindi, per essere individui?