Cultura
FACCE DISPARI •
Elisa Manna, la salvatrice dei levrieri: “Da più di vent’anni trovo casa per loro”
Dall'emergenza del cinodromo romano di Ponte Marconi alla sua associazone, il Greyhound adopt center Italy. "Chi vuole un levriero non deve fare un’opera pietosa, ma mostrare costanza e responsabilità". Intervista
9 AGO 26

Pare dunque sia vero che un incrocio di sguardi possa cambiare la vita. Successe ventisette anni fa alla modenese Elisa Manna, grafica editoriale di professione, in un canile della sua città dove era andata per fare un’adozione. L’unico animale che non se la filò con feste speranzose e ruffiane fu una levriera. Rimasta immobile a fissarla nella posa da sfinge dei greyhound a riposo, scoccò il dardo con cui entrò nella vita di Elisa e soprattutto vi avrebbe fatto entrare altre migliaia di cani, perché la padrona scoprì che Maya, nata in Irlanda, proveniva dal cinodromo romano di Ponte Marconi (“un posto di una malinconia straziante” lo definiva Marco Lodoli), dove gli animali pensionati dalle corse rischiavano una povera fine.
Così tre anni dopo, nel 2002, Elisa fondò il Gaci (Greyhound adopt center Italy) per fronteggiare un’emergenza: il cinodromo capitolino chiudeva e bisognava salvare 370 levrieri. Le diedero carta bianca purché s’accollasse il problema di quei cani dannunziani in un mondo ormai indifferente alle declamazioni di Stelio Èffrena ne “Il fuoco”, il quale spiegava con cinologica poesia alla Foscarina che “non v’è una macchina più precisa e più possente per la sua destinazione nella natura”.
Da allora Elisa, presidente del Gaci, con un gruppo di collaboratori diventati amici all’insegna della causa ha trovato e trova sistemazione a migliaia di levrieri. Non ci sono soltanto i greyhound, ma anche i galgo scampati in Spagna a una sorte persino peggiore.
Tutto cominciò quel giorno con Maya.
Con la regalità del suo sguardo. Non immaginavo però che di lì a poco avrei fatto per un pezzo avanti e indietro tra Modena e Roma, quando il cinodromo cessò l’attività per un progressivo calo degli introiti. Per fortuna non c’erano ancora le scommesse online: chi voleva giocare alle corse doveva andarci e i cani, quando non erano più competitivi, avevano un brutto destino perché pochissimi all’epoca avrebbero adottato un levriero adulto. In Italia se ne vedevano solo alle esposizioni: si diceva fossero cani di cristallo e che avessero bisogno di ampi terreni. Il Gaci è stata la prima associazione nata nel nostro paese per salvarli.
Come riusciste a sistemare gli esemplari di Ponte Marconi?
Grazie alla nostra magica follia. Eravamo un gruppo di scappati di casa ancora privi di esperienza e senza le attuali possibilità di comunicazione via Internet, perché i social nemmeno esistevano. C’imbarcammo in un’avventura di cui non potevamo prevedere l’esito, ma per fortuna ricevemmo aiuto dalle associazioni inglesi, cercammo la collaborazione di vari canili e ci facemmo conoscere con il passaparola.
Un levriero reduce dalle corse come s’adatta in casa?
Se l’ambiente è favorevole riesce in pochissimo tempo. Il cinodromo è una fabbrica di infelici e il cambiamento di vita è notevole per chi non ha mai conosciuto le scale, un divano, uno specchio, però il levriero s’ambienta bene in un appartamento perché è pulito, inodore ed è pigro anche se conserva un grande istinto predatorio. Le sue caratteristiche atletiche s’attivano agli stimoli con la forza primitiva di chi cacciava a vista: dalla lepre al lupo, sin dalla notte dei tempi e in ogni parte del mondo. Vorrei dire che è il più felino dei cani.
Qual è la provenienza degli esemplari che proponete in adozione?
Soprattutto Irlanda e Spagna. I greyhound irlandesi sono corridori a fine carriera: in patria vengono considerati “livestock” come le mucche e le pecore, animali da reddito che possono essere legalmente abbattuti al costo di venti euro. Così abbiamo instaurato rapporti diretti con i proprietari, che alla fin fine sono più contenti di cederci il cane anziché eliminarlo. I galgo che arrivano dalla Spagna non hanno conosciuto le piste ma le campagne per la caccia alla lepre e al coniglio: quando non servono più, i galgueros li abbandonano o li portano ai rifugi, e anche se è meno frequente di prima qualcuno ancora li uccide nei modi più brutali gettandoli nei pozzi, impiccandoli, mutilandoli. Noi li recuperiamo dalle perreras e li portiamo in Italia già muniti di microchip, sterilizzati e con tutte le vaccinazioni richieste.
Come vi sostenete?
Con i contributi di adozione, le donazioni e la vendita di piccolo merchandising. Contiamo come onlus sull’aiuto volontario dei nostri associati, che formano quasi una famiglia allargata. Alla rete dei nostri adottanti, sparsi sul territorio nazionale, chiediamo di verificare personalmente se una nuova richiesta può essere accettata, visitando le case e conoscendo le famiglie. Così quando ci arriva un cane ha già un padrone pronto a ritirarlo, e se l’abbinamento non funziona lo riporta. Non abbandoniamo un solo levriero.
A quanti trovate famiglia ogni anno?
Talvolta siamo arrivati a 200-250, ma dopo la pandemia di Covid c’è stato un calo drastico. Forse le persone sono meno disponibili psicologicamente o ci sono meno soldi, però qualcosa è cambiato. La percentuale di richieste accettate è comunque invariata e s’aggira attorno al trenta per cento. Noi continuiamo senza fare leva sull’emotività.
Cosa vuol dire?
Che non caldeggiamo adozioni con appelli strazianti o agitando qualche senso di colpa. Chi vuole un levriero non deve fare un’opera pietosa, ma mostrare costanza e responsabilità.
Per lei ne ha presi altri dopo Maya?
Ne ho avuti diversi. L’ultimo, Merlino, è morto pochi mesi fa.