Rotterdam da centro del pragmatismo olandese a Mahattan sulla Mosa

Vagabondare per la città olandese, un luogo ferito dal passato e vorace di futuro. Oggi è cuore pulsante dell'architettura europea, e ambisce a scalzare il primato turistico di Amsterdam

8 AGO 26
Immagine di Rotterdam da centro del pragmatismo olandese a Mahattan sulla Mosa

Foto ANSA

Arrivi a Roffa (Rotterdam in slang) e già alla Centraal Station, con la sua copertura metallica che le è valsa il nickname di kapsalon – un piatto tipico servito in una vaschetta di alluminio – noti un pronunciato accento modernista; attraversi The Swan, soprannome dell’elegante ponte strallato Erasmo e vedi grattacieli dalle silhouette vanitose, ruotate, sghembe, ammaccate, insomma griffate. Vai in centro città e ti imbatti in cantieri di rigenerazione urbana e abitativa in chiave sociale, come il palazzo alto 70 metri ex sede della defunta e gloriosa testata cattolica De Maasbode. In sintesi, vieni a Rotterdam e ti immergi nel grande laboratorio del cosiddetto New Dutch, un’Olanda meno zoccoli e mulini, meno idilli vangoghiani o fiamminghi (prerogativa dei musei di Amsterdam), meno nostalgia e molta più fame di nuvole, anche perché per l’80 per cento Rotterdam ha il culo sotto il livello del mare.
Ma, come affermava il più geniale allievo (insieme a Hans Urs von Balthasar) del teologo francese Henri de Lubac, il gesuita Michel de Certeau, le città non vanno comprese dall’alto, magari da un grattacielo, perché ci si riduce a una visione esterna alla vita e a un mero schema di potere pianificatorio urbanistico-architettonico; una città va “camminata”, la sua cartografia la “scrive” ciascun viandante urbano coi suoi passi, le sue mete, i suoi percorsi, le sue giravolte, le sue scorciatoie, i suoi desideri. Perciò anche Rotterdam bisogna camminarla, alla ricerca del suo autentico oggi ma anche del suo ieri, antico e recente: bisogna andare fino a Spangen a vedere la sorprendente edilizia sociale di Brinkmann (1919), a Kiefhoek a osservare l’edilizia popolare di J.J.P. Oud (1930). E pian piano si compone una storia di pragmatismo olandese e di benevolenza erasmiana, di propensione allo sperimentalismo e di attitudine al pensiero sociale. Erasmo, il suo cittadino più illustre – l’agostiniano che, secondo i francescani, “depose le uova che Lutero fece schiudere” – affermò con spirito comunitario che “la città è un enorme monastero”, ma non si riferiva alla sua Rotterdam, né certo prefigurava quella attuale, preda da decenni d’una febbre edificatoria protesa in altum e che ambisce a scalzare il primato turistico di Amsterdam.
L’identità fortemente modernista di questa Manhattan sulla Mosa, vorace di futuro, poggia però sulle macerie del suo recente passato. “In fondo” afferma con un paradosso l’archistar d’Olanda, Rem Koolhas “è grazie ai nazisti che Rotterdam è quello che è”. E qui urge una spiegazione storica. Il 14 maggio 1940, nel sinistramente celebre Rotterdam Blitz, i nazisti bombardarono la città, quasi per errore: delle due squadriglie della Luftwaffe inviate nei cieli d’Olanda, la prima fece in tempo a rientrare, sentendo via radio che i Paesi Bassi s’erano arresi, la seconda no. E così nel giro di pochi minuti, le bombe rasero al suolo il prezioso centro medievale della città di Erasmo, con centinaia di vittime, più di 25.000 case distrutte, 13 ospedali, 24 chiese, 4 stazioni, ecc. 80.000 senza tetto. Appena quattro giorni dopo, i cocciuti rotterdammers, abituati a sbattere frontalmente contro le millenarie ondate del Mare del Nord, cominciarono a ragionare su che cosa erigere su quel grigio mare di rovine: rifare tutto com’era prima o seguire nuove strade? Non senza tensioni si scelse di abbandonare lo ieri ed esplorare il domani. Nasce proprio in quella burrasca schumpeteriana traslata in urbanistica il destino di Rotterdam quale Mecca europea dell’architettura, fucina di innumerevoli progetti. Nasce lì la condizione quasi metamorfica della città, che ogni volta che torni trovi arricchita di nuovi colossali edifici e indaffarata in nuovi progetti. Qui, nella città del primo grattacielo europeo, il Wittehuis, la Casa Bianca (1898, gioiello dell’Art Nouveau), ho trovato dopo pochi anni di assenza il Fenix, Museo delle migrazioni, colossale magazzino dismesso riattato a spazio culturale. In cima all’edificio c’è il cosiddetto Tornado, la struttura in acciaio lucidato che porta sul terrazzo. Tutto realizzato dallo studio internazionale Mad, dell’architetto Ma Yansong, discepolo di Zaha Hadid. E qui finalmente arriviamo a una importante presenza italiana: Andrea D’Antrassi, 44 anni, allievo di Botta e Fuksas, ha avuto le mani profondamente in pasta nell’iconico Fenix e ne ha parlato a Rotterdam al Festival Utopian Hours, raduno rituale di architetti. D’Antrassi è altresì capo della filiale europea del giovane e rinomato Mad (si resta stupefatti nel consultare le opere già realizzate o in cantiere), 40 architetti con sede all’Ostiense. Come mai ha scelto Roma, invece che Milano o Londra, Rotterdam o Madrid? “Credo fermamente che Roma, a dispetto della burocrazia italiana e dell’attitudine legittimamente conservativa riguardo all’urbanistica offra ottime prospettive. E’ una città urbanisticamente meno satura di quelle da Lei citate, e c’è anche molto da rigenerare”. Roma si incammina verso Rotterdam.