Cultura
la ristampa •
Lytton Strachey e la sua collezione di “ritratti in miniatura”
Nel libro appena uscito con una nuova traduzione, lo scrittore del gruppo di Bloomsbury esprime tutto il suo umorismo ma solleva allo stesso tempo quesiti di grande profondità
8 AGO 26

Foto Getty
Uniti insieme, i caratteri secenteschi di La Bruyère formano a poco a poco il romanzo moderno, che nel ’900, mentre si dissolve la psicologia tradizionale, torna a scomporsi nei suoi elementi primi. Davanti alla “Grande sera” di Giuseppe Pontiggia, Moravia disse che più che una trama romanzesca era una serie di medaglioni: e qualche anno più tardi Pontiggia pubblicò infatti le “Vite di uomini non illustri”. Da “vita” si truccavano gli incunaboli del romanzo; e lo stratagemma, su un altro piano illusionistico, si ripresenta oggi. Si può parlare di ritratto, dove si fondono carattere e destino: magari di un personaggio reale, descritto in modo veridico o leggendario. E’ un genere alimentato senza clamore anche nei secoli di gloria della narrativa moderna: il genere critico degli Hazlitt e dei Sainte-Beuve, o quello favoloso di Schwob e di Savinio – fino al misto di storia e reinvenzione di Sebald, Kiš, Carrère.
Un caso squisitamente saggistico, nato in quel gruppo di Bloomsbury nel quale il novel si congedò dalla sua vicenda classica, riguarda Lytton Strachey. Nel suo “Eminenti vittoriani” (1918) Strachey osserva che ormai si sa troppo per poter fare della storia, favorita invece da quel po’ d’ignoranza che aiuta a semplificare e a scegliere: tocca quindi attaccare il soggetto sorprendendolo in prospettive scorciate e inattese. Lo stesso motivo torna nei “Ritratti in miniatura” (1931) usciti ora in un sontuoso volume Palingenia, e tradotti nel bellissimo italiano di Mario Fortunato. Nella seconda sezione, dedicata proprio agli storici, l’autore scrive di Gibbon che per sua fortuna “il materiale con cui aveva a che fare non era ancora così voluminoso da non poter essere digerito da una singola mente assai dotata”, mentre già “nel secolo successivo” perfino lui “sarebbe crollato sotto la mole di conoscenze accumulatesi”. Come nell’opera del maestro Aubrey, la brevità rende qui umoristiche le vite, e anche i vasti panorami storici sintetizzati in un capoverso (magistrale quello sul passaggio da feudalesimo a borghesia, cioè da “armature” a “parrucche” a “buone maniere”). Si tratta di un umorismo molto inglese, così come inglesi sono l’attenzione per il costume, l’orgoglio dell’eccentricità e delle tradizioni locali, il pragmatismo divertito (che nel capitolo su Harington mette a contatto l’invenzione del water e la traduzione del “Furioso”), nonché i profili dei pedanti di Cambridge, bambinoni iracondi fissati in una specie di vittorianesimo metastorico che si rovescia per contrappasso nella demenza. Del resto il periodo più citato è quel ’600 in cui, tra scienza nuova ed eredità esoteriche, proprio gli inglesi fecero trionfare l’individuo, mentre le sette si scatenavano per le strade di Londra e gli eretici, secondo le abitudini compromissorie della razza, né si lasciavano in pace né si mettevano a morte, ma s’infastidivano con moderazione: allora venne pienamente alla luce una Chiesa nazionale inestetica, antimistica, tutta composta di eruditi e organizzatori borghesi.
Davanti ai suoi soggetti, Strachey insiste a porsi le domande di un degno nipote di Montaigne. Che rapporto c’è tra ciò in cui gli uomini credono e il loro modo di essere privato o sociale? E tra i lineamenti e il pensiero, ad esempio tra la faccia ottusa di Hume e la sua agilità mentale? Come cambiano le idee passando da stagione a stagione, o da terra a terra? Perché spesso gli intellettuali scelgono temi così lontani dal loro mondo? Quali cibi culturali fanno bene o male a un determinato tipo di persona? Esiste un legame tra angustia di visione e felicità produttiva? L’egotismo di Gibbon sapeva “tramutare in virtù anche un’assurdità” – e proprio l’incongruenza tra il suo ambiente e il suo argomento, ossia la decadenza dell’Impero romano, gli fruttò il capolavoro. Boswell fu favorito dalla mancanza di pudore, e Macaulay addirittura dal filisteismo liberale, che gli costava un’incomprensione compensata però dalla robustezza dello stile. Il che sarebbe valso anche per il tonitruante Carlyle, se avesse conosciuto di più sé stesso, cioè se avesse posseduto l’unica dote che permette di rendersi credibili perfino quando ci si addentra in un continente quasi ignoto. Ritratto dopo ritratto, affiora un confronto implicito e malizioso con gli altri inventori della modernità, i francesi, che vengono inchiodati a una frivolezza grottesca. Così nel pezzo su de Brosses e Voltaire, colti in un’annosa lite da proprietari terrieri, l’autore colpisce entrambi: il Presidente di Digione perde il posto all’Académie, e il decano dei lumi perde la faccia. Mai, comunque, quanto l’abbé Morellet – l’illuminista che, quando la rivoluzione gli strappa la prioria appena ottenuta, si rivolta senza vergogna contro i tempi nuovi ai quali aveva inneggiato.