Dentro una Sardegna selvaggia

A piedi lungo i 500 chilometri del Cammino di Santa Barbara tra grotte, strapiombi e la geologia più antica d’Italia
3 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 06:12
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Per alcuni tratti si cammina su sabbia e per altri su rocce calcaree-dolomitiche che stanno lì a ricordarti che prima di te, per secoli, altri uomini le hanno esplorate e scavate alla ricerca di minerali (foto di Gery Palazzotto)

Avvertenza. Questa è una storia di fatica e di bellezza. Non potendo chiedere al lettore di scorrere l’articolo con un peso di dieci chili in spalla, è utile tenere a mente per le prossime righe cosiddetto il “fattore Z” (Z come zaino). Perché la fatica in un’esperienza come il Cammino minerario di Santa Barbara è un’importante catalizzatrice di emozioni: affina i sensi mentre svuota il serbatoio delle energie, ti accende mentre ti spegne.
L’itinerario è un percorso ad anello di 520 chilometri nella Sardegna sud-occidentale che da Iglesias parte e a Iglesias torna trenta giorni dopo. Il patrimonio nel quale ci si trova immersi dà la possibilità di attraversare la geologia della terra più antica d’Italia, con rocce che si sono formate 500 milioni di anni fa. C’è l’archeologia coi pozzi sacri, con le domus de janas (ovvero tombe preistoriche), coi nuraghi che rimandano alla presenza dell’uomo ottomila anni fa. C’è, incredibile, la storia delle miniere che inizia con lo sfruttamento dei minerali duemila anni prima di Cristo e che, passando per Cartagine, l’impero romano, il conte Ugolino della Gherardesca, i Savoia, la Prima guerra mondiale, il fascismo e le innovazioni tecniche del secolo scorso, arriva sino ai giorni nostri, in cui tutto ciò che era sacrificio e ingegno (più il primo, anche se il secondo è degno di nota) è diventato monumento. La chiamano archeologia industriale, ma sarebbe meglio definirla vestigia di umanità: un’umanità determinante in modo disperato. Sottoterra si cercavano e trovavano piombo e zinco. Non si cercava eppure si trovava la silicosi, la malattia che inesorabilmente bucava i polmoni dei minatori uccidendoli per mancanza d’aria. In miniera si lavorava in orizzontale nei corridoi che seguivano la vena del minerale. Poi c’erano i pozzi, che erano collegamenti in verticale tra i vari livelli delle gallerie: servivano, oltre che per salire e scendere, per portare alla luce il minerale estratto e, non prioritariamente, per favorire il ricambio di aria. Percorrere questi tunnel, molti dei quali sono visitabili, è un altro cammino: nel passato, nell’inventiva e nell’abilità progettuale di uomini di altri tempi, soprattutto nella sofferenza che, per perfetta alchimia storico-sociale, diventa coltivazione intensiva della memoria. Senza luoghi comuni, senza commemorazioni. E’ tutto lì intorno a te ed è difficile rimanerne solo spettatori.
La storia delle miniere inizia duemila anni prima di Cristo, passa per Cartagine, il conte Ugolino e la Grande guerra, e arriva ai giorni nostri
Lungo quei chilometri di pietre e sabbia, di grotte e pietraie si assapora il gusto di un binomio tra religione e ambiente che il Padreterno sembra aver studiato a tavolino per farci riconciliare coi tempi sciatti e violenti in cui siamo precipitati. Insomma ognuno in quelle lande, dove a ogni giro di sentiero spunta una chiesetta antica almeno dieci secoli, può onorare il modello che vuole, che sia un Dio, un albero o un panorama, poco importa. In fondo soddisfazione è anche trovare risposta a una domanda che non ci siamo posti. Tecnicamente è un percorso impegnativo. Per alcuni tratti si cammina su sabbia e per altri su rocce calcaree-dolomitiche che stanno lì a ricordarti che prima di te, per secoli, altri uomini le hanno esplorate e scavate alla ricerca di minerali: e lì capisci che il peso dello zaino che ti porti sulle spalle è nulla al confronto dei loro fardelli. Tutto l’itinerario è curato da una Fondazione (la Fondazione Cammino di Santa Barbara) creata ad hoc: ragazzi appassionati, geologi sempre in giro per verificare lo stato dei sentieri e amministratori che non si lasciano tentare dalle sirene del turismo di massa che addenta e digerisce senza assaporare. Una volta, molti cammini fa, mi feci una domanda che a molti di voi potrebbe sembrare balzana: chi è che si frega le discese? Ancora oggi il “paradosso del camminatore” resiste con un’evidenza spiazzante: tra salite e discese c’è un calcolo complicato che non torna mai, sono misteriosamente più le prime che le seconde. Un’unica certezza: chi mastica un po’ di montagna e di corsa in altura sa che le discese ripide sono più faticose delle corrispondenti salite. Ed è anche una bella metafora, se volete. Spendiamo una vita evitando la fatica che ritroviamo proprio laddove non credevamo di incontrarla. Nel Cammino di Santa Barbara l’oziosa questione si arricchisce di un dettaglio non da poco. Le partenze sono spesso in salita e, siccome non ci sono punti di rifornimento durante il percorso, ti devi muovere sin dall’inizio col pieno d’acqua sulle spalle: ergo tre chili in più, che su uno zaino di dieci chili non sono proprio poca cosa. Il lato positivo è che lo sai sin dall’inizio quindi non hai sorprese. Quello negativo è che ti fai un mazzo così sin dal primo vagito di avventura.
Lungo quei chilometri si assapora il gusto di un binomio tra religione e ambiente, che sembra studiato per farci riconciliare coi tempi sciatti che viviamo
Quella da Masua a Buggerru è una delle tappe più impegnative del cammino. Ovviamente si sale (e si scende), ma è arrivati al mare che il fascino di un’esperienza unica ti presenta il conto. Si scarpina a lungo su sabbia e rocce (soprattutto rocce). Non pietre o sassi: rocce. Roba che ti fa rimpiangere le pietraie, usuale incubo dei camminatori. Incontri pure un paio di spiaggette con bagnanti che ti guardano come il cugino scemo: loro spalmati sulla battigia e tu, sudato e vestito di tutto punto, imbullonato al tuo zaino come un martire imbarazzato nella scelta della causa per cui immolarsi. Sulle rocce serve massima attenzione (tenete a mente il “fattore Z”). Pietre che sembrano solide vacillano al soffio di un metatarso, presunti appoggi stabili si divertono a comporre un puzzle che mette alla prova la tua capacità di contorsione. Il risultato è che quando becchi il filotto di pietre utili ci passi sopra veloce come Giucas Casella sui carboni ardenti. Con quel che ne consegue in quanto a sprezzo del pericolo e, soprattutto, del ridicolo. E poi le grotte e le gallerie, che insieme rappresentano il vero elemento di unicità di questo cammino. Due esempi. Il percorso sotterraneo di Porto Flavia, che sbocca sulla falesia di fronte al maestoso scoglio del Pan di Zucchero, è una grande opera che consentiva il trasporto dei minerali dalle miniere alle imbarcazioni ormeggiate proprio sotto la caduta di roccia a strapiombo sul mare. E soprattutto le viscere della Grotta di San Giovanni, immensa, illuminata scenograficamente, con copertura wi-fi e una leggera musica in sottofondo: 850 metri alla fine dei quali ti dispiace quasi di essere tornato alla luce del sole.
Un cammino è fatto di incontri perlopiù non ordinari. Soprattutto quelli con gli animali. I cani sono un capitolo da non sottovalutare. Quelli da pastore in certi frangenti possono essere aggressivi. Va detto che la Fondazione è sempre vigile. Ad esempio nell’app ufficiale è prevista per una tappa, quella da Nuxis a Santadi, una variante in caso di presenza di cani. Una sera in una posada di Candiani ho trascorso un’ora abbondante in compagnia di una volpe. Si è avvicinata dapprima guardinga, poi in modo sempre più confidenziale. Sperava in un regalo sotto forma di cibo, ma senza successo. Inoltre era attratta dalle mie scarpe e questa insana passione ha avuto una sua spiegazione quando l’indomani mi hanno raccontato che l’animale in questione ha precedenti per furto di calzature. Infatti qualche settimana prima aveva trafugato gli scarponcini di una signora che, incautamente, li aveva lasciati fuori dalla stanza. Nel litorale di Gonnesa c’è una spiaggia che si chiama Funtana Bau che è attrezzata per accogliere anche gli animali, soprattutto cani. La sorpresa di quest’anno è una capretta nata con un’ernia addominale che rischiava di costringerla alla paralisi. La si può incontrare ogni mattina mentre fa fisioterapia a mare, dato che a quanto pare il nuoto le fa bene.
Nel groviglio di sentieri capita di perdersi. A me è successo in modo complicato. Ve la faccio breve perché raccontare due ore tra i rovi e con un dirupo che non vedi ma sai che è lì ad aspettarti a rocce aperte rischia non rendere l’idea. E poi quando ce la vediamo brutta e comunque portiamo il risultato a casa è bene testimoniare il risultato, non la mala partita che abbiamo giocato. Insomma, felice e spensierato come un boy-scout, mi sono fatto fregare da un bivio. Era un bivio ingannevole, va detto, perché è proprio la via intuitiva che ti porta fuori strada. Vedi un po’ che beffa: stai andando in una direzione e tutto ti accompagna inesorabilmente verso l’agognata meta. Invece c’è un momento cruciale in cui devi girare (sono sentieri rocciosi tra gli alberi, mica svincoli autostradali), ma tu non ci pensi. Sei felice, stai arrivando, le gambe hanno ancora un’inusitata vitalità, fa caldo ma non troppo. L’evidenza ti porta verso quello sterrato davanti a te, mica al sentiero seminascosto a sinistra. In un attimo finisci nel nulla scosceso e impervio di una natura con la quale non si bara. E che, tra l’altro, ti priva del campo telefonico: sbrigatela tu, giustamente ti sussurra nella brezza di un conforto illusorio. Per fortuna c’è la bussola che ingiunge ferrea: nord-ovest e fatti tuoi. I fatti miei, a cose fatte, si sono tradotti in un bagno nel disinfettante, nulla di più (i rovi graffiano solo a guardarli).
Mai uscire dall’itinerario prefissato. Poi però ti trovi davanti alla tentazione. E il tentatore è il gestore di un agriturismo a Is Zuddas. “Sono cresciuto qui, praticamente da solo. Sin da bambino il mio parco giochi è stato questo: sterrati, pietraie, il bosco”, dice mentre ti consiglia un percorso alternativo per aggirare una tremenda salita che il gioioso sadismo dei tracciatori di questo cammino ha messo tra me e la prossima destinazione. Sono perplesso. Una buona regola di ogni camminatore impone di non uscire mai dal percorso definito da chi ne sa più di te. Ma adesso sono davanti a uno che ne sa più di tutti: quelle montagne, quei sentieri, lui li conosce come chi ci è cresciuto. Non mi stupirei se chiamasse per nome ogni pietra. Il tizio prende la mappa e con una penna segna un tratto nel nulla. Poi, visto il mio sguardo sbilenco, scrive in un foglio le parole chiave: “Gava, fiume con ponte, cancello (‘se è chiuso richiudere, se è aperto lasciare aperto’), fiume senza ponte…”. “Cancello” significa animali in libertà, ovvero cani da pastore, non particolarmente espansivi verso chi intralcia il loro lavoro. Lui rassicura: “Generalmente a quell’ora non sono liberi”. Quel “generalmente” mi dà un brivido, ma non lo do a vedere. La sua tranquillità è ipnotica. Quasi in trance scelgo di fidarmi. E mi dice bene.
Nel Cammino di Santa Barbara ti muovi per chilometri nel nulla, che non è vuoto ma integrità e rigore della natura, e quando trovi un paese o una parvenza di esso capisci che c’è un’armonia da svelare: come in un gioco della Settimana Enigmistica. Nel silenzio delle sei-sette ore quotidiane di scarpinata ogni tanto si insinua un pensiero contingente – tipo “ce la farò a superare i trecento scalini di Gonnosfanadiga?” o “mi basteranno tre litri d’acqua?” o “come sarà il letto di stasera?” – e tocca alla fatica scacciarlo via. Un cammino ha questo di particolare, opera un livellamento anarchico delle usuali contingenze e le rende in qualche modo tutte assimilabili a mera questione di “sopravvivenza” (le virgolette servono per togliere drammaticità alla parola). I rimedi ai disagi arrivano spesso per caso. Tipo, in caso di caldo, ho sperimentato un singolare metodo di raffreddamento. Quando mi capitava di trovare l’imbocco di una antica miniera, mi ci piazzavo davanti e mi godevo il flusso fresco proveniente dalle viscere.
Nel cammino c’è un livellamento anarchico delle usuali contingenze, che diventano tutte assimilabili a una mera questione di “sopravvivenza”
E’ la celebrazione di un magico senso di assenza – la rete telefonica, le comodità – che disvela e anzi accentua la forza identitaria di minuscoli centri abitati che, pur contando poche anime, si mostrano socialmente completi e realizzati. Esattamente l’opposto delle nostre città che si sbattono per ostentare tutte le declinazioni della coesione – tra sicurezza e comfort, servizi e sistema di attrattive – e che hanno mancato il bersaglio ancor prima di prendere la mira: è inutile sbandierare dove vuoi arrivare se non sai dove sei.
La celebrazione di un magico senso di assenza, che disvela la forza identitaria di centri abitati minuscoli, ma socialmente completi e realizzati
Le ultime tappe del Cammino di Santa Barbara sono lunghe e assolate e costringono il camminatore a slalomare tra le ombre di rarissimi alberelli o addirittura a corteggiare i cespugli. L’avvicinamento all’isola di Sant’Antioco tramite i terrapieni delle saline vale molto di più della fatica di camminare tra sole e sale con un orizzonte che sembra non concretizzarsi mai in un approdo. E lì la fatica non ti pesa affatto. La caratteristica che rende unico questo cammino è che la fatica ti ripaga sempre, più che in altre esperienze. Non sei mai solo anche quando lo sei perché è un continuo succedersi di storia e di storie: c’è sempre una pietra, una galleria, un anfratto, un esempio di archeologia industriale, un racconto imprevisto a ricordarti che non sei lì per caso. Una sorta di predestinazione turistica. E’ la dittatura del bello, che soffoca tutto ciò che non gli appartiene. Non distrae, rapisce. Non asciuga il sudore, idrata i pensieri. Non consola, droga. Un cammino dovrebbe essere consigliato da psicologi e preti come strumento di riconnessione: con se stessi, con un dio, con qualsiasi entità in grado di tenere a bada la tentazione di sentirci maratoneti di scorciatoie. Felice è la scoperta di chi non cerca ma trova.