Cultura
l'intervista •
Appiah, il moralista con la passione per i gialli
Filosofia, critica culturale ma anche romanzi per il titolare della rubrica “The Ethicist” del New York Times. Una conversazione

Foto Ansa
Filosofo, romanziere, studioso del linguaggio, docente universitario e titolare della rubrica “The Ethicist” sul New York Times, Anthony Appiah discende da una colta famiglia aristocratica del Ghana, ma è nato a Londra, dove ha vissuto in gioventù, e partecipa a queste conversazioni, iniziando, come sempre, dal suo primo ricordo. “Sono stato gravemente malato per gran parte del mio ottavo anno di vita, con febbri alte e un lungo periodo in ospedale. La degenza è stata lunga e noiosa, e ricordo il presidente del Ghana, Kwame Nkrumah, che aveva da poco reso mio padre un prigioniero politico, insieme alla regina Elisabetta accanto al mio letto. Era stata la nostra regina, ma ora era un capo di stato straniero che visitava l’ospedale. E’ venuta vicino al mio letto e mi ha detto ciao. Avevo le foto dei miei genitori sul comodino e il Duca di Edimburgo, che in passato aveva incontrato mia madre, l’ha riconosciuta e le ha mandato i suoi saluti. Ricordo le scarpe nere perfettamente lucidate del presidente e poi io che corro alla finestra per guardare il gruppo che osservava la spada conficcata nel terreno nel giardino dell’ospedale, posta lì, si dice, dal sacerdote Akomfo Anokye, che fondò il regno Asante. Quel saluto significava che avevano capito di aver incontrato il figlio di un prigioniero politico, e il Presidente si infuriò: il medico che mi curava fu licenziato e ci fu un grande clamore nella stampa britannica. Come risultato, mia madre mi mandò in Inghilterra per tenermi lontano da quella situazione”.
Qual è stato il ruolo dei suoi genitori nelle sue scelte culturali ed esistenziali?
“Andando in Inghilterra lasciai la scuola primaria ghanese e ne frequentai una inglese. Non era ciò che i miei genitori avevano pianificato: volevano mandarmi in un collegio inglese per la mia istruzione secondaria. Mio padre era orgoglioso dell’eccellente istruzione che aveva ricevuto nel suo collegio ghanese ed eravamo immersi nella cultura di Asante, la regione del Ghana in cui vivevamo: parlavamo sia inglese che la lingua Twi. Mio padre ci ha cresciuti con i racconti popolari Akan che sono diventati il fulcro del primo libro per bambini di mia madre. A casa nostra i libri per bambini erano una sorta di biblioteca di quartiere; e, crescendo, leggevo sempre più i libri per adulti della collezione dei miei genitori a cominciare da Il crollo di Chinua Achebe. All’inizio delle vacanze estive, mia madre ne lasciava un mucchio sul mio comodino: mi faceva leggere Tolstoj, che lei amava e D. H. Lawrence. Direi quindi che il mio gusto letterario è stato formato mia madre. E’ stata una mia decisione andare all’Università di Cambridge, perché volevo studiare medicina ed era ritenuta la migliore in Inghilterra. I miei genitori hanno accettato la mia decisione di passare alla filosofia, che mi piaceva di più, ma sento che era in qualche modo preordinato, perché quando sono nato mio padre aveva detto a un giornalista che sarei andato a Cambridge se avessi voluto essere un filosofo e ad Harvard se avessi voluto fare medicina: non gli mancava l’ambizione nei miei confronti!”.
Lei ha pubblicato anche romanzi gialli.
“Nella biblioteca dei miei genitori ce n’erano molti, inclusi classici di Agatha Christie, Dorothy Sayers, Ngaio Marsh e Margery Allingham. Sono cresciuto con il genere, e non sono mai stato uno snob: mi piacciono molti tipi di scrittura. Scrivo costantemente, ma soprattutto filosofia o critica culturale, e scrivere narrativa di genere usa una parte completamente diversa del cervello. E non devi fare tutto il fact checking…”.
Che cosa rappresenta per lei la scrittura?
“Socrate aveva ragione nel Fedro a preoccuparsi che la scrittura cambi il pensiero. Ma aveva torto a pensare che fosse un male per il pensiero. Riesco a elaborare davvero ciò che penso solo se provo a scriverlo. Quindi la scrittura, per me, è il modo in cui decido cosa penso. Imparo molto anche nella conversazione, ovviamente, come avrebbe insistito Socrate. Ma la scrittura per me è la forma più importante di pensiero”.
Chi è il più grande eroe non celebrato della letteratura?
“George Henry Lewes, l’amante e compagno di Mary Ann Evans, che conosciamo con lo pseudonimo George Eliot. Era uno scrittore raffinato lucido, responsabile di saggi importanti, inclusa una delle prime recensioni più acute di Jane Eyre. E’ stato una delle forze intellettuali dietro il passaggio dalla metafisica a una filosofia più scientifica e psicologica; ma ha anche fondato The Fortnightly Review, ha sviluppato l’idea del realismo letterario, ha scritto su Robespierre, Goethe, Comte, sul successo nella letteratura e sulla recitazione, e ha pubblicato un romanzo, Ranthorpe, che esplora la vita letteraria londinese nell’era vittoriana”.
C’è qualche libro che ha amato e che ora non ama più?
“Quando ero all’università ho ammirato enormemente Una teoria della giustizia di John Rawls. Trovo ancora interessanti alcune idee, ma penso che il suo sistema non funzioni – come lui stesso ha riconosciuto in seguito – e lui non coglie il significato per la vita politica delle nostre varie identità sociali”.
C’è un autore che non le piaceva e ora ammira?
“Da adolescente non ho apprezzato Jane Austen. Ora rileggerei volentieri Orgoglio e pregiudizio o Ragione e sentimento o Emma”.
E uno che ammira ma non è d’accordo con le sue idee?
“Molti! Nessuno oggi potrebbe essere d’accordo con la politica di Shakespeare! Il nazionalismo tedesco di Weber era feroce e poco attraente. W. E. B. Du Bois non è mai sfuggito completamente a una sorta di naturalismo sulla razza, anche se la scienza che conosceva era contraria. Ma ho scritto molto e con ammirazione su entrambi”.
Quali sono stati i libri più importanti per la sua formazione?
“Sulla libertà di John Stuart Mill ha ispirato molto del mio pensiero su cosa significhi vivere una buona vita umana; in particolare il terzo capitolo, ‘Dell’individualità, come uno degli elementi del benessere’. Articola una visione della società e dello stato organizzati intorno all’idea di lasciare che le persone gestiscano e sviluppino le proprie vite, guidate da una comprensione dei propri talenti e dei propri valori. L’individualità di questo tipo è soltanto uno degli elementi di una buona vita, ma penso che sia fondamentale. Ho insegnato spesso il romanzo di Kazuo Ishiguro Quel che resta del giorno, un’immagine raffinata di un uomo che gestisce male la propria vita perché non crede nell’individualità! Amo molto anche il Libro dei Salmi, perché offre un resoconto della vita interiore: l’anima che parla per paura, gratitudine, rabbia, smarrimento e fiducia, cercando di comprendere sè stessa davanti a Dio”.
Ritiene che il razzismo sia radicato negli esseri umani?
“Fa leva su una caratteristica importante della psicologia umana, che è la nostra tendenza a sviluppare atteggiamenti negativi verso le persone al di fuori del nostro gruppo di appartenenza. In questo senso, sì, penso che sia un riflesso della nostra natura umana. Ma quella tendenza psicologica è diretta verso gruppi diversi in luoghi e tempi diversi. Quindi non è inevitabile che le persone odino o manchino di rispetto alle persone che pensano appartengano ad altre razze; possono odiare altre religioni, altri gruppi etnici, altre nazioni, altre classi. Il razzismo non è solo una questione di cattivi atteggiamenti, è un’ideologia che insegna alle persone a credere che gli ebrei siano sleali o che i neri siano stupidi o ipersessuali, e quegli insegnamenti servono a mantenere lo status superiore del ‘nostro’ genere. Ecco perché il razzismo deve essere inteso come qualcosa di costruito, insegnato e imposto, piuttosto che come una semplice eruzione dell’istinto. Gli esseri umani possono essere inclini a dividere il mondo in noi e loro, ma le società decidono chi conta come loro, quali storie vengono raccontate su di essi e cosa quelle storie servono a giustificare”.
Crede che ci sia qualcosa di specifico nel razzismo americano?
“Penso che ogni razzismo locale sia distinto. Il razzismo americano precedente era organizzato attorno a un asse Nero-Bianco. Nei Caraibi e in America Latina c’è spesso un gruppo intermedio misto. L’attuale razzismo americano è plasmato dalla resistenza di molti bianchi ai tentativi di annullare secoli di ingiustizia razziale attraverso l’affirmative action, cosa che non è avvenuta su quella scala da nessuna parte in Europa o in America Latina, eccetto il Brasile”.
Come è cambiato con l’Amministrazione Trump?
“Il dato principale è stato permettere alle persone con idee razziste di esprimerle più francamente. Questo è evidente nell’ascesa di un antisemitismo piuttosto esplicito. Ma nella sua amministrazione ci sono persone che stanno apertamente ostacolando i neri e le donne, ad esempio nei ranghi più alti dell’esercito statunitense. Il dipartimento della Difesa ha una storia lunga decenni che combina la meritocrazia con un reale interesse a promuovere ufficiali delle minoranze e donne di talento e impegnate. Tutto questo è svanito e il New York Times riporta che Pete Hegseth sta attivamente estromettendoli. Ma la decisione più sconvolgente è stata la chiusura della maggior parte dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (UsAid), che ha avuto l’effetto di aumentare la mortalità in Africa e altrove di centinaia di migliaia di persone. Lasciatemelo ripetere: centinaia di migliaia di persone ora sarebbero vive se Trump non avesse chiuso l’UsAid. Molti avevano organizzato le proprie vite attorno a una promessa americana: che avremmo continuato a fornire farmaci salvavita da cui dipendevano, attraverso programmi che i presidenti di entrambi i partiti avevano sostenuto per decenni. Molti di loro erano bambini. E’ difficile credere che un’amministrazione con un’uguale considerazione per le persone indipendentemente dalla razza avrebbe fatto una cosa del genere: si tratta della più grave decisione razzista presa da questa amministrazione”.
C’è qualcosa che apprezza in Trump?
“Penso che tutto ciò che si potrebbe ammirare in lui è legato a qualcosa di spregevole. Ma ha supervisionato la creazione incredibilmente rapida di un vaccino contro il Covid, anche se ora sembra non volersene prendere il merito. E, nonostante il fatto che menta molto più spesso della maggior parte dei politici, ha anche una specie di candore, dicendo ad alta voce cose che la maggior parte delle figure pubbliche terrebbe per sé. Penso che molti dei suoi sostenitori trovino ciò attraente”.
Personalmente, credo che lui rappresenti anche una reazione agli eccessi del politicamente corretto.
“Questa è una delle cose su cui ha fatto leva, ma essere contrari a iniziative di diversità mal concepite non è un motivo per essere indifferenti alla morte di centinaia di migliaia di persone di colore. Dire che i paesi africani e Haiti sono ‘paesi di m...’, o parlare di afferrare le donne per i genitali, inverte certamente l’atteggiamento liberal di evitare un linguaggio volgare su gruppi storicamente oppressi, e questo può far piacere a chi è stufo di sentirsi dire che il modo in cui parlano delle persone trans o nere o donne, mostra razzismo, sessismo o transfobia. L’intera conversazione sul ‘wokeness’ riflette un fallimento delle élite politiche e culturali. Penso che una parte consistente del Partito democratico condivida con il Partito repubblicano l’ignoranza su come si sentano molti americani della classe operaia e della classe media riguardo a molte cose. E i Democratici progressisti, compresi i giovani istruiti all’università, sembrano spesso provare una sorta di superiorità morale verso la classe operaia, un atteggiamento che non si dovrebbe avere verso una parte consistente dei propri concittadini. Far sapere loro che si ha quell’atteggiamento – come quando Hillary Clinton definì i sostenitori di Trump ‘deplorevoli’ – non è solo sbagliato, è pessima politica. La nostra struttura costituzionale dà agli elettori rurali un potere sproporzionato perché molti di loro sono concentrati in piccoli stati e molti elettori democratici sono concentrati in aree urbane, il che significa che i loro rappresentanti vincono con ampi margini, ‘sprecando’ potere di voto. Significa anche che anche quando il Presidente è molto impopolare in tutto il paese, come lo è ora, può comunque vincere la maggioranza nel collegio elettorale. Questo dovrebbe stimolare il Partito democratico ad ascoltare con la stessa attenzione gli elettori rurali rispetto a quelli urbani, per prestare attenzione alle sfide che affrontano e alle questioni che li riguardano. Ovviamente dovrebbero farlo per principio, ma è anche buon senso. Il sostegno di Trump tra gli elettori bianchi rurali è diminuito perché le sue politiche economiche, compresi i dazi, sono state piuttosto negative per l’agricoltura, non perché i Democratici abbiano sviluppato una politica coerente per affrontare il declino economico in molte piccole città”.
La sinistra è stata accusata di essere sempre più elitaria…
“Come hanno argomentato Thomas Piketty e i suoi colleghi, la politica progressista riflette sempre più le idee delle classi medie istruite, quella che lui chiama l’élite bramina, comprese i docenti universitari come me. La vecchia sinistra era legata ai sindacati e a quelli che chiamiamo i colletti blu nelle vecchie fabbriche dei centri industriali. Dobbiamo ascoltare di più le persone nel venti percento inferiore nella distribuzione del reddito e meno quelle nel venti percento superiore. In una democrazia ogni gruppo sociale merita di essere ascoltato”.
Crede in Dio?
“Sono stato cresciuto in una famiglia protestante molto devota, andavo in chiesa e alla scuola domenicale, recitavo la preghiera di ringraziamento ai pasti, pregavo prima di dormire, componevo persino inni. Poi sono andato in un collegi anglicano, dove ogni giorno iniziava con la preghiera. Sono stato un credente devoto fino alla fine dell’adolescenza e appartenevo a un gruppo di studenti evangelici che studiavano teologia insieme nel nostro tempo libero a scuola. Poi l’argomentazione filosofica e l’ostilità della chiesa verso i gay mi hanno convinto che il nucleo teologico della mia fede cristiana fosse insostenibile. Quindi, sono un ateo che ha trascorso un periodo per lo più felice crescendo in una confessione protestante, e le mie sorelle sono tuttora tutte cristiane devote”.
Che opinione ha del primo Papa americano?
“So che questo sembrerà un elogio tiepido, ma mi sembra molto assennato. Sembra essere dottrinalmente piuttosto ortodosso, ma comprende, come penso facesse anche Papa Francesco, che la Chiesa può comunque svolgere bene il suo lavoro pastorale con persone che non sono in accordo con il magistero, e che alcune cose – la guerra, la carestia, le malattie, per esempio – sono moralmente più urgenti rispetto a questioni di moralità sessuale individuale. Ed è anche chiaro sull’insegnamento sociale quando si tratta del nostro dovere verso ciò che Matteo 25:40 chiama ‘il più piccolo di questi miei fratelli e sorelle’. Trovo questo enormemente attraente. E le sue recenti dichiarazioni sull’AI mostrano che si preoccupa di assicurarsi che tutti noi comprendiamo i costi economici, sociali e morali delle nuove tecnologie, accanto ai loro benefici”.
Come interpreta i continui attacchi di Trump?
“Non sono sicuro che serva molte altre spiegazioni oltre al fatto che il Papa dice che le cose che il Presidente sta facendo sono moralmente sbagliate. Il Presidente ha sempre trattato la critica come una forma di ingiuria e per lui quella papale è particolarmente difficile da ribattere: proviene da una figura la cui autorità è morale, il cui elettorato si sovrappone al suo e la cui popolarità supera ampiamente la sua. Dato il narcisismo del Presidente, questo potrebbe essere parte della spiegazione”.
Nato a Londra, discende da una colta famiglia aristocratica del Ghana. “La scrittura, per me, è il modo in cui decido cosa penso”. “L’intero dibattito sul ‘wokeness’ riflette un fallimento delle élite politiche e culturali”