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Daniel Mauceri: “L’Opera dei Pupi dall’Ottocento alle nuove generazioni”
Mente e mani dedicate a un’arte che si tramanda dal 1877, quando i primi pupari della famiglia Puzzo la avviarono a Siracusa: "Oggi fare il puparo vuol dire essere pure imprenditore. La passione non basta, ci vuole addirittura devozione". Intervista
2 AGO 26

Daniel Mauceri, 44 anni compiuti da poco, dedica da tutta la vita mente e mani a un’arte giunta a lui per li rami dal 1877, quando i primi pupari della famiglia Puzzo la avviarono a Siracusa.
Alfredo Vaccaro, nonno materno di Daniel, entrò a bottega assieme al fratello Rosario con cui rilevò il testimone dai Puzzo quando questi cessarono l’attività. Lo fece prima con la fabbricazione dei pupi, poi dal 1978 riportando in scena anche l’Opera tradizionale, “l’Opra”, che racconta le mirabolanti gesta guerresche e amorose dei paladini di Francia attinte da “u Libru” per eccellenza, ossia l’imponente compilazione ottocentesca di Giusto Lo Dico ispirata al ciclo carolingio. Sull’isola di Ortigia, nel laboratorio di famiglia, Mauceri costruisce e restaura pupi, ospita workshop, organizza gli spettacoli che è chiamato a fare in giro. Con lui continua a lavorare la madre Francesca, che s’occupa da più di quarant’anni della parte sartoriale confezionando gli abiti sgargianti delle marionette, da quelle piccole di 27 centimetri alle più grandi la cui altezza arriva agli 80.
Quando ha cominciato? Fu una scelta ragionata o obbligata?
Non ho mai avuto dubbi. Mentre ero nella pancia di mia mamma lei collaborava agli spettacoli di mio nonno, perciò ho saputo da sempre cosa avrei fatto da grande. Questo per me non è solo un mestiere: è la mia vita, l’aria che ho respirato.
Ogni puparo fabbrica le marionette che porta in scena?
No, ma io ho sviluppato l’arte in tutti gli aspetti, dalla costruzione dei pupi alla fattura delle scenografie e alla messinscena. Credo che in Sicilia siamo solo in cinque a vantare la completa versatilità. Gli altri sono “opranti”: allestiscono gli spettacoli ma non sono artigiani.
Lo stile cambia a seconda del territorio?
Ci sono differenze tra Palermo, Catania e Siracusa, ma ci sono anche lo stile messinese e acese, di Acireale. Il siracusano prende spunto dal catanese, ma mio nonno lo personalizzò: la modifica più significativa fu la realizzazione dei volti in cartapesta, che sortì da una causa accidentale perché suo fratello Rosario soffrì una emiparesi e non aveva più la forza di scolpire il legno. Erano entrambi, però, abilissimi cartapestai, sicché ricorsero a questo materiale per modellare le facce. Oggi utilizzo tre tipologie di cartapesta, di cui una talmente dura che può essere scolpita. In più la mia famiglia ha operato sulla struttura della marionetta, sull’alloggiamento di gambe e braccia e sull’impugnatura.
Ci sono differenze anche nell’Opera?
I canovacci delle storie sono simili per tutti, però cambia la tipologia della messinscena. Ho scelto di proporre un teatro senza quinte per consentire al pubblico di vedere come vengono manovrati i pupi.
Propone altri spettacoli oltre a quelli con i paladini?
Dalle storie dei santi alle opere shakespeariane, qualunque cosa si può rappresentare purché rispetti buon gusto e tradizione. C’è per esempio il filone delle farse che mettono in scena vicende della vita quotidiana per cui s’adoperano i “pupi in paggio”, cioè nei tipici vestiti siciliani. Mentre il ciclo dei paladini è da sempre recitato in italiano, per le farse si ricorre al dialetto.
Com’è nata l’idea dei workshop?
Non soltanto con l’intento di promuovere il mestiere, ma per la voglia di trasmettere alle nuove generazioni il senso dell’artigianato. Cimentarsi nella costruzione di un pupo fa capire, specie a chi è nato dopo il Duemila, quante cose si possano realizzare con l’abilità delle mani e la padronanza degli utensili senza l’ausilio del computer. Si può ancora vivere di artigianato e l’artigianato mantiene vive competenze che ci giungono dal passato, anche se con l’e-commerce esporto molto più facilmente le mie creazioni in tutto il mondo.
Qual è il personaggio più richiesto?
Rinaldo. Il primo lo costruii a tredici anni, subito dopo la morte di mio nonno. Piace perché è belloccio, biondo con gli occhi azzurri, veste di giallo e ha l’armatura argentea. Ma per me tutti i personaggi sono uguali come figli, perché frutto della stessa fatica. C’è una sola eccezione sentimentale ed è il pupo raffigurante mio nonno Alfredo, che ho impiegato anche in alcuni allestimenti per bambini di genere fiabesco. Non lo venderei mai. Fabbricherò anche un pupo con le sembianze di mio padre, che è venuto a mancare a marzo scorso.
Quanto le occorre per completare un pezzo?
Il tempo varia moltissimo: dipende dalle dimensioni e dalla manifattura. Qualche volta sono necessari anche tre mesi se si deve assemblare un’armatura cesellata di venticinque parti. Un paladino di 80 centimetri è un oggetto di grande pregio artistico e culturale.
I suoi figli proseguiranno la tradizione?
Ho due figlie di 16 e 12 anni, che qualche volta già mi aiutano negli spettacoli e in laboratorio. S’è tramandato il talento, che è una componente indispensabile, ma non imporrò nulla: continueranno sulla strada di famiglia solo se lo vorranno loro. Oggi fare il puparo vuol dire essere pure imprenditore, sbrigarsela con la burocrazia, curare i rapporti con le pubbliche amministrazioni. La passione non basta, ci vuole addirittura devozione.