Cultura
Un batticuore •
I vecchi dischi e ora “Laggiù la gioventù”. Una ninfa legge l’ultimo Panella
L'autore finge di aver trovato questo manoscritto come se fosse d’altri e di averlo portato alla luce. Invece è proprio suo e il protagonista è un Cavalcanti, ma non sappiamo dove ci guidi
1 AGO 26

Foto LaPresse
È data possibilità, in natura, di essere sconvolti da un batticuore. Grazie, natura. Un batticuore è un lub-dub di un certo spessore, in mezzo all’incessante suono metallico della catena delle necessità che quotidianamente oscilla davanti a noi. Immaginiamoci una ninfa al bagno che vede Pan dietro il canneto e scopre però che Pan è un certo Pan: è Pasquale Panella. E Pasquale Panella è lì con un dono per lei, tra le mani. Si fa per dire, perché è solo in formato digitale. Si tratta del suo nuovo libro Laggiù la gioventù. Pan glielo porge, ma lei è talmente sconvolta che non riesce neanche ad afferrarlo, un po’ perché è in formato digitale, un po’ perché se afferra il dono, le mani non la copriranno più e resterà nuda. La ninfa in questione potrebbe essere chiunque e sempre per dire. Ma c’è chi non dice mai per dire, c’è chi dice per fare. E infatti, circa un anno prima di quell’incontro, la ninfa ritrova vecchi dischi masterizzati di Enzo Carella e di Lucio Battisti. Il trauma infantile si propaga al contrario.
Qual è il contrario del trauma? Forse il batticuore, un sogno che si sente nella carne. La ninfa non sa più dire, ma acquista subito tutto in originale, ora che è pagata per due cifre all’ora, può permettersi quei dischi. E il lub-dub si fa tachicardia. Riascolta per dieci mesi di fila, senza sosta, La sposa occidentale, L’apparenza, Don Giovanni, Hegel. Non riesce a fermarsi, non riesce ad ascoltare altro. C’è qualcosa che la inchioda, leccandola, la incolla: la lingua. Riconosce finalmente la patria: era lì, lingua, parole. Grazie, parole. E le scoccia dare ragione ai modi dire, ma è proprio vero che non è tutto oro ciò che luccica, perché è d’oro anche Panella, ha le parole d’oro, le ha. E non le ha mai finite. Ma non le ha nemmeno mai iniziate, le parole d’oro sono Panella, si capisce da ogni affronto linguistico che fa, perché tutta la sua opera è un’opera di abolizione del mondo e per lo stesso motivo non può rappresentarlo e per lo stesso motivo, lo rende quasi gradevole.
Grazie, Panella. Un libro, non sulla giovinezza, chissà, dice di aver trovato questo manoscritto, come se fosse d’altri e di averlo portato alla luce, invece è proprio suo e il protagonista, se deve esserci, è un Cavalcanti, ma non sappiamo dove ci guidi. La tachicardia, ormai, è quasi infarto. Rinnoviamo le premesse: grazie, Panella, per aver scritto le parole dell’oro, gli dice la ninfa e lui aspetta che esca il libro e glielo porge, con amore, senza altre parole. E lei, ancora sconvolta, con i capelli che gocciolano, legge al fulmicotone e cerca, cerca tutti gli amanti del suo amore. Si mette al computer e scartabella. Apre addirittura YouTube che, in genere, devasta le ninfe come lei. E trova poco. Chi è questo col cappellino che le chiede: e tu, sai chi è Pasquale Panella? Ma tu chi? Io? ma con chi parla questo? Per carità, buona la causa, ma che modi sono? E limitiamoci alla prima persona, se proprio. Gira in gironi infernali, poi – oh, santo cielo – si imbatte in Giulio Casale che canta Don Giovanni.
L’infarto degenera in ictus, ma è una benedizione: grazie, Giulio, di farmi anche del male. Rilegge Poema bianco, sfoglia, legge: scrivere, al meglio, è finire di far testo e il meglio di ogni testo è immaginarlo: sostituire la memoria con una impalcatura ariosa in aria, che avverrà, che avverrebbe. E pensa: Ah! ma cosa fa, la forza del pensiero, cosa fa? E non so dov’ero finita, ma torno in me con un messaggino al telefono. Collega manda link YouTube: Immanuel Casto. Il testo è mio, in gran parte, dice. Bene, ora però vogliamo sapere questa gran parte.