Cultura
1935-2026 •
Addio a Simone Forti, che ha amato l’arte e odiato tutte le discipline
E’ morta a Los Angeles a novantun anni, lasciando un’eredità che attraversa la danza postmoderna, il Minimalismo, Fluxus e gran parte dell’arte performativa contemporanea

Foto Getty
Quando Simone Forti diceva di essere una movement artist non stava cercando una definizione originale. Stava solo sottraendosi a tutte quelle esistenti. Non era soltanto una coreografa, né una performer, né un’artista visiva. Era una delle rare figure del secondo Novecento capaci di dimostrare che movimento, scultura, linguaggio e pensiero appartengono allo stesso campo d’esperienza. E’ morta a Los Angeles a novantun anni, lasciando un’eredità che attraversa la danza postmoderna, il Minimalismo, Fluxus e gran parte dell’arte performativa contemporanea.
Nata a Firenze nel 1935 da una famiglia ebrea, la famiglia è costretta a lasciare l’Italia dopo le leggi razziali. L’esilio negli Stati Uniti non fu soltanto una vicenda biografica, diventa la condizione da cui osservare il mondo senza appartenergli mai del tutto. Dopo gli studi con Anna Halprin in California, il trasferimento a New York alla fine degli anni Cinquanta con il suo allora marito, l’artista Robert Morris, proietta Forti nel luogo in cui stanno nascendo nuovi linguaggi. Attorno a lei ci sono Morris appunto, Yvonne Rainer, Steve Paxton, Trisha Brown, La Monte Young, Yoko Ono, John Cage. Ma mentre molti cercano di ridefinire la danza, lei sembra già volerla oltrepassare. Le sue Dance Constructions del 1960-61 cambiano per sempre il rapporto tra corpo e oggetto, definite da Forti “un concerto pilota per le opere che avrei realizzato negli anni a venire”. Assi inclinate, corde, piattaforme, scatole, altalene, elementi semplici che non servono a costruire una scenografia ma usate per delineare un comportamento. Il performer non interpreta una coreografia, entra in un sistema di regole, lasciando che siano la gravità, l’equilibrio, il peso, il caso e l’intelligenza del corpo a produrre l’opera. Il movimento non rappresenta qualcosa, è qualcosa.
Non sorprende che Richard Serra riconosca in Simone Forti una delle figure decisive della propria formazione. La loro relazione, sentimentale e intellettuale, attraversa la seconda metà degli anni Sessanta, in un momento in cui Serra elabora il proprio lessico scultoreo. Nelle prime Verb List o nei film realizzati insieme, si percepisce un terreno comune. L’idea che il gesto non descriva una forma ma la generi. Se Serra porta quel principio nell’acciaio e nello spazio, Forti continua a esplorarlo nel corpo vivente, insegnandogli a pensare.
Esiste poi un capitolo profondamente italiano della sua vicenda, spesso trascurato. Tra il 1968 e il 1969 vive a Roma, dove frequenta quotidianamente lo zoo di Villa Borghese, esperienza da cui nascono gli Animal Studies, osservazioni pazienti dei movimenti animali per diventare improvvisazioni, disegni e performance, “Consideravo gli animali semplicemente dei colleghi ballerini” ricorda Forti. E’ soprattutto Fabio Sargentini a comprendere la radicalità della sua ricerca. All’Attico trova uno dei pochi luoghi europei in cui danza, arte (povera), performance e scultura non sono discipline separate ma parti dello stesso esperimento. Le fotografie di Claudio Abate che la ritraggono nello spazio romano sono ormai immagini fondative di quella stagione. Torna negli Stati Uniti, vive in una comune a Woodstock per poi insegnare negli anni 70 al California Institute for the Arts. Nelle sue classi-laboratorio gli studenti sono complici e collaboratori. Torna a Los Angels nel 1998.
Negli ultimi anni arriva finalmente il riconoscimento istituzionale con la retrospettiva al Museum der Moderne di Salisburgo, quella al MOCA di Los Angeles, l’acquisizione delle Dance Constructions da parte del MoMA e il Leone d’Oro alla carriera della Biennale Danza nel 2023. Riconoscimenti importanti anche se il suo lascito non coincide certo con una serie di opere conservate nei musei.
Forti ha modificato il modo stesso in cui pensiamo il movimento. Ha insegnato che un corpo può essere un luogo di conoscenza prima ancora che di espressione, che osservare un animale, leggere un giornale, pronunciare parole o attraversare una stanza possono appartenere alla stessa pratica artistica. In un’epoca che ha continuamente chiesto agli artisti di scegliere una disciplina, Simone Forti ha dimostrato che la forma più radicale di libertà consiste proprio nel rifiutarle tutte.