L’origine mitologica dell’ermafrodito e la storia giuridica e sociale di una condizione perturbante

L’androginia di Adamo secondo Rabbi Isaac (1534-1572): “Fu creato come doppia persona maschio e femmina”. Per Foucault “rientra nella categoria dell’infamia”
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L’ermafrodito dormiente del Secondo secolo alla Galleria Borghese di Roma (foto Getty)

Un mento soffice, figlio ermafrodita / Effeminato, un difetto di natura, / Debole di cuore, sprovvisto di ogni virtù, / Ma pieno di vizi, che tende verso nient’altro se non l’oscenità / Una donna in un uomo, che dovrebbe essere barbuto, / Uomo senza peli, è un insulto per chiunque. / Incontrarli non è altro che disgrazia, / E il loro sguardo non può fare piacere a nessuno. / Fanno uso sessuale di entrambi i generi, / Li ho conosciuti ai miei tempi / Inaffidabili, sleali, malefici.
(Eustache Deschamps, 1340-1406, Contre les Hermaphrodites)
Derelitti tra i derelitti, erano confinati alla periferia della periferia del genere umano. Sono gli individui “genitalmente doppi”, che presentano segni evidenti o appena accennati dell’organo sessuale sia maschile che femminile. Fino all’Ottocento, hanno subito indagini corporee, processi e condanne in virtù di una condizione patologica che suscitava stupore e ribrezzo. Posto sotto la lente d’ingrandimento della scienza, l’ermafrodito rappresentava uno scherzo della natura. Anche se alcune dottrine del cristianesimo antico lo riabilitano quale simbolo di perfezione, corrispondente a una concezione del mondo che vede agli inizi un essere androgino. La tesi della bisessualità primordiale è presente nello gnosticismo cristiano, in alcuni testi talmudici e nell’esegesi rabbinica. Il teologo bizantino Massimo il Confessore (580-662) sosteneva che il Cristo ha riunito i due sessi nella sua natura, perché resuscitando non era né maschio né femmina, pur essendo nato e morto maschio. Secondo l’Evangelo gnostico di Filippo (II-III secolo d.C.) “quando Eva era in Adamo non esisteva la morte, ma quando si separò da lui ebbe principio la morte”. E, ancora di più nell’Evangelo di Tommaso, (circa 120-140 d.C.) “quando uno si troverà una sola cosa in sé sarà pieno di luce. Quando sarà separato, sarà pieno di tenebre”. Il punto di contatto tra credenze diverse era l’androginia di Adamo, che, come diceva Rabbi Isaac, (1534-1572) “fu creato come doppia persona maschio e femmina. Egli [Dio] lo segò in due e così furono formate due persone, una dall’est e una dall’ovest” (L’albero della vita).
Il termine “ermafrodito” in uso nelle culture occidentali trae la propria origine dall’incapacità di Ermete e Afrodite di prevalere l’uno sull’altra nel trasmettere il carattere sessuale al proprio figlio, “nel cui leggiadro viso la beltade d’ambedue i genitori conoscea. Onde il nome di quelli ebbe sortito che suona in grechi accenti ermafrodito”, scrive Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi. Sempre secondo il racconto del poeta latino, del giovane figlio di Mercurio e Venere s’invaghì Salmace, ninfa di una fonte della Caria in Anatolia che, subìto il rifiuto del giovane, pregò gli dei affinché i loro due corpi si congiungessero l’uno nell’altro così strettamente da formarne uno solo. Ciò le fu accordato: Ermafrodito, che era entrato nella fonte, divenne un essere metà uomo e metà donna. Rivolgendosi agli dei, Ermafrodito ottenne che tutti coloro i quali si fossero bagnati nella stessa fontana subissero la medesima trasformazione.
Per Foucault “l’ermafrodito rientra nella categoria dell’infamia – squalifica giuridica che colpisce le persone che godono di una cattiva reputazione”
Tutt’altra è la storia sociale e giudiziaria dell’ermafroditismo. È una storia di “infamia”, come la definisce Michel Foucault in un manoscritto steso intorno alla metà degli anni Settanta e ora tradotto in italiano per l’editore Einaudi (Gli ermafroditi, prefazione di Arianna Sforzini, postfazione di Éric Fassin, traduzione di Duccio Sacchi, giugno 2026). Infatti, “l’ermafrodito rientra nella categoria dell’infamia – ovvero di quella squalifica giuridica che colpisce le persone che godono di una cattiva reputazione, o per effetto di una regolare condanna, o in seguito a scandali e a cattiva condotta pubblica, o come conseguenza di uno statuto di nascita o di un difetto fisico (infamia dei figli illegittimi, dei discendenti di schiavi, di eunuchi”. Nell’infamia giuridica degli ermafroditi si accumulano così gli effetti di un’origine inconfessabile. Un ermafrodito il cui sesso di elezione è quello maschile non è tuttavia un uomo nel pieno senso giuridico del termine. E’ gravato da una serie di incapacità civili e religiose: non può essere ordinato sacerdote; non può essere giudice, avvocato, rettore. Può subire le stesse condanne penali di un uomo, anche se talvolta gli sono risparmiati, come a una donna, i lavori forzati e l’impiccagione.
“Dev’essere bruciata viva e il suo corpo ridotto in cenere, i suoi beni e la sua eredità acquisiti e confiscati alla Corona”. Nella Normandia d’inizio Seicento il sostituto procuratore del re condannò Marie Le Marcis alla pena capitale per aver commesso atti di libidine contrari alla legge. Marie, che per vent’anni aveva indossato abiti femminili, improvvisamente decise di assumere il nome di Marin al fine di congiungersi con Jeanne Lefebvre, l’amata compagna che già da molto tempo “aveva conosciuto carnalmente”. Il fatto ruppe la tranquillità della cittadina di Montivilliers. Fu istruito un processo nel quale Marie fu accusata di aver preso a torto l’abito maschile, di aver abusivamente usurpato il nome virile, di aver voluto simulare il sesso dell’uomo, di aver commesso insieme a Jeanne un crimine di sodomia e lussuria abominevole, infine di aver usato “il sacro mantello del matrimonio per abusare più liberamente del suo sesso”.
Nonostante la constatazione di più di un chirurgo che Marie “era una donna in tutte le sue parti” e le testimonianze di due donne “le quali deposero che Marie aveva avuto, per più e numerose volte, le sue naturali mestruazioni”, l’accusata sostenne con forza che “le sue parti virili si sono sempre tenute nascoste all’interno del suo corpo e non uscivano fuori se non quando compiva le opere del matrimonio”. In altri termini, dal banco degli imputati la donna ebbe a dire che “da quando era nelle mani della giustizia la verga non solo si era ritirata nel suo fodero […] ma non era così grande come d’abitudine, non raggiungendo che la grossezza e la lunghezza d’un pollice”.
La tutela legale delle due donne spettò al medico Jacques Duval, il quale addusse in difesa di Marie/Marin le prove che “le parti genitali di questo ermafrodito, per la grande umidità e frigidità del corpo, sono state formate e ritenute all’interno”. In altre parole: solo grazie ai “pensieri amorosi e agli spiriti che confluiscono nell’apparato genitale” la parte maschile di Marie/Marin riusciva a emergere e affermarsi. Duval sostenne pure il diritto alla “esistenza del corpo umano nello stato e nella sostanza in cui la natura l’ha voluto formare”. La corte alla fine diede ragione alla difesa delle due donne: Marie/Marin portava in sé “qualche cosa che lo faceva e lo rendeva differente dalle donne: era questo membro virile nascosto all’interno, a causa del quale il nome di ermafrodito gli compete e gli appartiene”. Per questo la pena di morte fu annullata, ma Le Marcis ricevette l’ingiunzione di “riprendere l’abito da donna e di continuare a indossarlo fino all’età di venticinque anni [all’epoca ne aveva ventuno]”, insieme al divieto “di abitare con alcuna persona dell’uno e dell’altro sesso sotto pena della vita”.
C’è l’orrore per ciò che è anormale, ma insieme una specie di ammirazione per ciò che ricorda un’unità perduta, come in Platone
Per un verso, siamo ancora all’interno di un paradigma aristotelico: ci sono le forme “normali” e poi ci sono i “monstra” di cui parla lo Stagirita. C’è l’orrore per ciò che è anormale, ma insieme una specie di ammirazione per ciò che ricorda un’unità perduta. Anche Foucault cita il caso biblico: “Quando Adamo esisteva ed Eva non era ancora stata estratta dal suo corpo, non era forse Adamo un ermafrodito che riuniva in sé le due nature dell’uomo e della donna?”. In proposito, si potrebbe citare anche il celebre mito dell’androgino narrato da Aristofane nel Simposio di Platone: esseri ancestrali, sferici, perfetti, a tal punto da sfidare gli dèi – poi tagliati in due da Zeus. Ma ben presto il fascino del mito cede il passo al raccapriccio. Un raccapriccio che risale persino al concepimento, frutto di “impudicizie straordinarie”. Il medico e astrologo olandese Levinus Lemnius attribuisce la nascita degli ermafroditi al fatto che l’uomo si stende sotto la donna, inammissibile capovolgimento di una gerarchia naturale (De habitu et constitutione corporis, 1561). Mentre nei bestiari medievali l’ermafrodito era descritto come una sorta di negromante che aveva il potere di autoriprodursi come padre e come madre.
Come si comportava il diritto di fronte a questa bizzarria della natura? Secondo Foucault, con insospettabile generosità. Nel caso dell’ermafrodito, infatti, “là dove la natura non ha manifestato chiaramente le sue intenzioni, è il soggetto stesso a poter supplire a questo silenzio”. Spettava cioè a lui definirsi uomo o donna. Una volta scelto, però, il sesso assunto diventava definitivo, non si poteva più cambiare: “Il diritto riconosce solo un sesso per persona, indipendentemente dal fatto che il legame tra la persona e il suo sesso sia di natura o di elezione”. Quel che il diritto rifiutava non era quindi l’individuo dai sessi confusi, bensì colui che abbandonava il sesso scelto e assumeva l’altro. “Il problema – sottolinea Foucault – non era la giustapposizione inconsueta di organi, ma la successione di identità differenti: e a rendere questo cambiamento un abominio è il fatto che permetteva all’ermafrodito di fare del suo corpo due usi, uno come donna e l’altro come uomo”.
“I giudici non avranno più semplicemente a che fare con identità mescolate tra cui occorre scegliere, ma con sessi nascosti, imbrogli e illusioni”
Come abbiamo già visto, nel 1601 viene condannata a morte Marie Le Marcis. Nel suo caso, la svolta inattesa è che ill giudice non decide più da solo. Alla sua figura si affianca quella del medico, che in buona misura concorre alla formulazione della sentenza: “La medicina – afferma Foucault – tende ad abbandonare il tema della confusione delle nature per partire invece alla ricerca del sesso identificativo”. Pertanto, “da allora i giudici non avranno più semplicemente a che fare con identità mescolate tra cui occorre scegliere, ma con sessi nascosti, imbrogli e illusioni”. Comincia così a farsi strada, dal sesso inteso come qualcosa di fisso e definitivo – anche se frutto di una libera scelta individuale – la nozione di “sessualità”. Una sessualità che può cambiare e modificarsi nel tempo.
Nel diciottesimo secolo, osserva Foucault, secondo il medico Michael Alberti “il sesso maschile si riconosce dal coraggio, dai gesti e dalla mimica”, nonché “dalla presenza e dalla distribuzione dei peli, dalla robustezza del corpo, dall’esistenza del membro virile e dal desiderio della penetrazione”. Insomma, la virilità dell’anima e il modo di fare maschile sono caratteristici del sesso maschile normale tanto quanto l’eterosessualità e gli organi genitali. In questo senso, il genere contribuisce a fare entrare gli ermafroditi nella norma. Tuttavia produce altri “anormali”, questa volta in termini di sessualità e non di sesso: gli omosessuali. Se siamo diventati più tolleranti nei confronti di pratiche che trasgrediscono le leggi, “ancora oggi continuiamo a pensare che alcune insultino la ‘verità’: un uomo ‘passivo’, una donna ‘virile’, persone dello stesso sesso che si amano”. Che si tratti perciò di genere o di sessualità “siamo in presenza di una qualche sorta di errore”.
Foucault analizza poi un’intera casistica delle pratiche giudiziarie ottocentesche relative alle richieste di annullamento del matrimonio. Il diritto civile, in realtà, era molto più rigido del diritto canonico sulle condizioni di annullamento. Nel diritto canonico il matrimonio era indissociabile dal compimento di un rapporto sessuale. Da parte sua, il diritto civile lo definiva più semplicemente come l’unione di due persone di sesso differente, senza chiamare in causa, per certificarne la validità, la sussistenza di relazioni carnali. Cosicché, per rendere nullo il matrimonio spesso si ricorreva alla denuncia dell’ermafroditismo del congiunto. Essendo difficile ottenere dai medici questo tipo di prova, i giudici accettavano altri argomenti. Due, in particolare. Da un lato, il diritto di ogni coniuge a una sessualità “sana, completa e soddisfacente”. Dall’altro, il pericolo per l’ordine pubblico e la salute delle persone (incitamento all’adulterio, trasmissione di tare genetiche alle generazioni future) costituito dalla mancata corrispondenza tra il sesso (uomo o donna) e la sessualità (i comportamenti sessuali all’interno della coppia).
La mancata corrispondenza permette di isolare la popolazione dei “perversi”, di cui l’ermafrodito diventa il modello. Foucault riprende qui e sviluppa idee già presenti nel primo volume della Storia della sessualità, La volontà di sapere (Feltrinelli, 2013). Molte di queste idee hanno suscitato dibattiti memorabili, di cui non è possibile dare conto in queste note. Ma una cosa si può dire. La linguistica si è costituita in disciplina scientifica quando ha messo tra parentesi la questione filosofica dell’origine delle lingue per passare all’analisi della loro evoluzione e del loro funzionamento. Lo stesso vale per gli studi di genere. Hanno compiuto un passaggio analogo quando, più che occuparsi dell’origine del dominio maschile, hanno analizzato i meccanismi di potere che lo riproducono sotto mutevoli forme. Anziché rintracciare attraverso fantasie letterarie o religiose l’utopia poetica di un’anatomia bisessuale, un’età dell’innocenza anteriore alla separazione dei sessi (si pensi alle odierne teorie “gender fluid”), Foucault preferisce insistere sullo sgomento provocato da un essere in cui si confondono le essenze del femminile e del maschile. Di questi tempi, non è un merito di poco conto.