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Tra predicatori e assassini trovi il cuore ardente di Flannery O’Connor
Una poetica elevata, lontana dal mondo digitalizzato e iper-connesso eppure ancora in grado di smuovere emozioni profonde. La voce graffiante della scrittrice americana ritorna nel volume curato da Benedetta Centovalli
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Foto Getty
Tra le pagine di Flannery O’Connor c’è una rappresentazione del divino che segna come un basso continuo ogni vicenda: per O’Connor infatti, cattolica tra i protestanti nel sud “infestato da Cristo” degli Stati Uniti, la cosiddetta Bible Belt dove la religione ha un valore decisivo in ogni frangente dell’esistenza, Dio agisce in maniera inconoscibile, la fede non è garanzia di salvezza e la Grazia, qualcosa di simile a una versione più feroce della Provvidenza manzoniana, può arrivare in ogni momento. Se tale è il cuore ardente dell’opera di O’Connor, “eroica come una santa” la definì Robert Lowell, e a questo aggiungiamo una vita vissuta in semi-reclusione tra gli animali in una fattoria in Georgia (in particolare i suoi adorati pavoni, “intrusioni della grazia nel territorio del diavolo”), il lupus erimatoso che ne infesterà l’esistenza fino alla morte precoce e narrazioni dure e inattuali che lasciano pochi spiragli di luce, sembra impossibile riconoscere, in un presente sprofondato nella mondanità, la portata attuale di uno sguardo che risponde a un’autentica urgenza di raccontare. Benedetta Centovalli ha curato una serie di incontri a Milano sull’opera e l’eredità della scrittrice che trovano una forma definitiva in Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor (Mimesis) che testimonia proprio l’afflato eterno di predicatori e assassini, bambini violenti e razzisti incalliti, personaggi uniti da esistenze diverse che però parlano, pur nella loro distanza, a noi. Romana Petri parte proprio dagli occhi diversi di O’Connor, lo strumento che “ogni scrittore deve possedere per vedere la realtà altra, quella vera”, per spiegare la sua peculiare visione di Dio (“O’Connor diceva che la religione non poteva essere una coperta per la nostra poca fede e che non ci si rivolge a Dio per chiedergli aiuto bensì per autentico amore, per essere quanto più possibile in comunicazione con chi ci ha redenti”), la poetessa Angela O’Donnell illumina il modo ambivalente in cui O’Connor tratta la questione razziale (le problematiche ma anche la profetica visione di Punto Omega in cui “nonostante i progressi compiuti nella creazione di una società più giusta ed equa, il razzismo affligge ancora il paese e ha ancora un posto nell’anima e nel pensiero americani”), Sandra Petrignani invece spiega come sia diventata un’autrice di culto senza che il femminismo “abbia dovuto minimamente lottare per imporla”.
In una delle due interviste inedite O’Connor riassume i nuclei della sua poetica, “la fede, la morte e la grazia e anche il diavolo”: si tratta di temi all’apparenza lontani dal mondo digitalizzato e iper-connesso di oggi eppure nelle pagine della scrittrice americana risiede un’inquietudine che permette di oltrepassare il tempo facendosi, nella sua inattualità, eterna, come emerge dal racconto giovanile Il geranio (incentrato su un uomo che lascia il Sud e segue la figlia a New York in uno spaesamento geografico ed esistenziale che ricorda il legame di O’Connor con le sue terre così intrise di sacro e peccato) o nel celebre Un brav’uomo è difficile da trovare (dove alcuni criminali incrociano una famiglia inconsapevole e mentre si consuma una violenza inaudita il dialogo tra la nonna e uno di loro si trasforma in una disputa teologica che racchiude l’inevitabilità della sofferenza e l’impossibilità di padroneggiare la propria esistenza).
All’interno di una letteratura come quella contemporanea incapace di incidere il proprio segno nel tempo, il mondo grottesco e popolato da freaks e diseredati di O’Connor mostra, come scrive Centovalli, “quello che siamo, che siamo stati e che potremmo diventare”. Non si può chiedere alla letteratura più di questo: la verità.