Cultura
ricerca di senso •
L’identità è un’ossessione, ma anche un tentativo di fuga dall’anonimato
Da un lato, è come se la nostra società minasse le fondamenta stesse della sua impalcatura. Eppure, dall’altro, questa perdita di identità genera quella situazione di apertura e tolleranza generale in cui una società prospera
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Foto di Jason W su Unsplash
La nostra contemporaneità appare determinata da un crescente anonimato. Questa considerazione può sembrare paradossale in un’epoca in cui la preoccupazione per la “diversità” è ossessiva, e in cui, allo stesso tempo, non si finisce mai di denunciare un crescente “individualismo”. Eppure, a pensarci bene, la cosa risulta evidente. Ci si assomiglia sempre di più. Ogni cosa tende a essere più omogenea, e quindi più anonima, priva di una effettiva identità. I motivi sono molti, ma due in particolare, i più evidenti, dovrebbero rendere chiara la cosa. La strutturale globalità del nostro mondo, il fatto che tutto sia prossimo, che ogni cosa ci appaia come vicina, che tutto sia visibile, che attraverso i nostri schermi vediamo tutte le cose che vogliamo in ogni istante, ci porta ad assomigliarci. Le differenze evaporano attraverso la possibilità di essere qualsiasi cosa desideriamo essere in un determinato momento. Infatti, non solo i modelli sono disponibili, di continuo e attraverso tutto il mondo, ma anche le “cose”, i vestiti, i colori, le pertinenze generali, etc. per poter essere qualsiasi cosa sono disponibili nel megastore sotto casa, o su Amazon prime nel giro di ventiquattro ore, sette giorni su sette, ovunque tu sia. L’altra questione è appunto quella della “diversità”. Volendo sottolineare ogni singola differenza, si finisce in una forma di “medesimezza”. Ci si vuole differenziare tutti così tanto, si vuole affermare a ogni costo una qualche forma di propria specifica diversità che si finisce per sfociare nell’indistinto. Perché è proprio questa spinta a voler affermare una qualche diversità ciò che rende tutto identico, è questa spinta a essere uniformante. Del resto, la fungibilità è uno dei meccanismi fondamentali e di successo del nostro sistema economico. Tutto deve poter essere sostituito, così che nessuna perdita sia irrimediabile.
Nel marketing esiste il concetto di “personalizzazione di massa”, la soddisfazione del cliente nel ritenersi unico nella scelta del proprio prodotto è fondamentale per il successo della vendita. Allo stesso tempo, però, è attraverso le economie di scala che si abbassa a sufficienza il prezzo di un prodotto così da poter generare profitto. In senso più ampio, è così ben descritta questa situazione: la pretesa di avere una specifica “personalizzazione”, esattamente come tutti gli altri, ossia come la massa. Anzi, è proprio quella personalizzazione a renderci massa. Negli ultimi anni, tanto da sinistra quanto da destra l’identità è divenuta un’ossessione comune. Il culto maniacale della diversity o dell’appartenenza a determinati gruppi etnici così come la necessità di identificarsi in sigle sempre più lunghe e generalizzanti, la più ovvia è la famigerata lgbtqia+, non sono altro che ricerche disperate di identificazione in qualcosa per fuggire dall’orrido dell’anonimato. Lo stesso capita con i rigurgiti dei partiti identitari di destra, il bisogno assoluto di tirarsi fuori da un globo uniforme su cui sembra non esserci più presa reale, a cui non si riesce a dare significato. Del resto, l’anonimo è anche ciò che non ha forma, ciò che è qualcosa di non definito, che non possiamo nominare né dire. E’ il contrario esatto di ciò che facciamo vivendo: dare nomi alle cose, tracciare confini, e così donare senso. Ogni attività umana è un dare forma, è il tentativo di creare una qualche identità.
E’ quindi naturale che una tale questione, che fa tutt’uno con la nostra esistenza, diventi anche così determinante a livello politico. L’imperitura domanda sul “chi siamo?” diviene decisiva. Ma questa domanda è sempre una domanda oppositiva. Prima, infatti, di poter definire chi siamo, compito lungo una vita intera, e forse impossibile, ci si definisce in negativo, ossia chi non siamo, chi non vogliamo essere. L’esperienza dell’identità è quindi strutturalmente una esperienza di contrasto. Si forgia nel confronto e quindi anche nello scontro.
E’ un principio che parte dall’esclusione, è di per sé un meccanismo discriminatorio, perché si assume dicendo, innanzitutto, no. Negando, separando, imparando che non si può essere “tutto”, o che non si può essere un giorno questo e un giorno quello, e il giorno dopo quell’altro. Si tratta quindi di qualcosa di drammatico perché alza muri. Eppure, senza identità ogni cosa si disfa, si liquefà, come diceva quel sociologo. Allo stesso tempo, l’identità non si può darsela, non si può imporsela. L’identità emerge.
Il fatto che l’occidente, l’Europa in particolare, non abbia più identità appare essere nella “ordinarietà” delle cose. Qui ci ha condotto la nostra storia. Se è vero che il “passato” o la “tradizione” non si possono restaurare per decreto, né tantomeno si possono resuscitare cadaveri, ciò non toglie che questa deprivazione di identità sia qualcosa con cui è necessario confrontarsi nel modo più immediato. Da un lato, è come se la nostra società minasse le fondamenta stesse della sua impalcatura creando questo anonimato. Eppure, dall’altro, questa perdita di identità è certo anche il suo successo, perché toglie il conflitto più diretto, lo sublima. Genera quella situazione di apertura e tolleranza generale in cui una società prospera. Si potrebbe persino credere che questa “perdita di identità” sia l’identità effettiva del nostro occidente contemporaneo. Però poi, nei modi più inattesi, il bisogno di identità si ripropone, perché è qualcosa che ha a che fare strutturalmente, e inevitabilmente, con la nostra stessa esistenza, e con la nostra inesausta ricerca di senso per la nostra vita. E tutto ciò è straordinariamente “politico”.