Cultura
Il bene oggi più ricercato ma anche negato •
Non basta affrancarsi dai condizionamenti per essere davvero liberi
Prima che qualcuno possa “spiegarci” cos’è la libertà o insegnarci delle tecniche per conquistarla, noi sappiamo bene quando ci sentiamo liberi e quando invece no. L’esperienza non inganna. Una sintesi dell’intervento di Costantino Esposito per la terza edizione del Piccolo Festival di Filosofia
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Foto di Rowan Heuvel su Unsplash
Di cosa parliamo quando parliamo di libertà? Potremmo dare le risposte più diverse: la libertà può essere un programma politico ed economico o la rivendicazione di un diritto fondamentale delle persone; può indicare un ideale di autorealizzazione dell’individuo rispetto ai vincoli sociali o la bandiera di una rivoluzione collettiva; può significare la nobiltà dello “spirito” rispetto ai condizionamenti della materia o l’affrancamento da ogni senso superiore rispetto alla nostra mortalità.
Ma cosa ci interessa davvero in questa parola? Forse lo stesso che ci inquieta sempre di essa: se la libertà sia o possa essere per ciascuno di noi un’esperienza reale o resti solo un’illusione destinata a infrangersi contro ciò che non dipende dalla nostra scelta. Questa alternativa non riguarda naturalmente (solo) delle teorie filosofiche, ma la coscienza e il sentimento dell’esistere che ci accompagnano sempre, il più delle volte in maniera tacita. Come un filo che si dipana e spesso si aggroviglia nelle pieghe del vivere quotidiano. Tutti abbiamo fatto esperienza che tutto cambia nella vita – incontri, eventi, azioni e reazioni, desideri e costruzioni – nello sguardo di una persona “libera”, cioè aperta all’imprevisto, non bloccata dalla paura di sbagliare, pronta a rischiare. Ecco l’inquietante: la libertà non può essere ridotta a una strategia, e nessuno può dire alzandosi al mattino: oggi ho deciso di essere libero! Così come nessuno può dire: oggi decido di essere felice!
La controprova è clamorosa. Io potrei essermi affrancato da dipendenze e condizionamenti (anche se mai totalmente), e senza dubbio questo sarebbe il primo passo della libertà: fare ed essere quello che voglio. Al tempo stesso sappiamo bene che questa condizione necessaria non è ancora di per sé sufficiente per sentirsi liberi davvero. Come nell’esperienza amorosa: non basta avere un forte bisogno affettivo, e neppure avere piena facoltà di scegliere la persona ideale di cui innamorarsi, per innamorarsi davvero. Per essere davvero libero devo “cadere nell’amore”, come direbbero gli inglesi, cioè devo aderire o corrispondere a qualcuno o qualcosa che mi attrae e che si rivela essere un bene desiderabile per me. Ecco, la libertà è la scoperta che c’è effettivamente ciò che può soddisfare il mio desiderio.
E’ vero, come si ode spesso, che non si può mai essere liberi da soli: ma non perché si debba stemperare l’individualismo libertario in un comunitarismo dell’inclusione, o moderare il desiderio dell’io con le norme morali del noi sociale. Invece è proprio quando ci sentiamo liberi che scopriamo di non “essere” soli. Per riprendere l’analogia con l’esperienza affettiva, io potrei essere libero di scegliere quando voglio chi voglio, ma l’esperienza di sentirmi libero quando la persona amata corrisponde al mio desiderio non ha paragoni.
L’analogia può essere estesa anche al campo politico, quello in cui la libertà sembrerebbe essere di tutt’altra natura. Anche qui, l’assicurazione delle condizioni formali e legali dell’esercizio dei diritti, delle azioni e delle imprese delle persone (al solo vincolo di non interferire con la libertà degli altri) non basta ancora perché sorga una società davvero libera. Occorre infatti scoprire e seguire un motivo o un senso più grande del proprio tornaconto individuale per diventare finalmente liberi di esserci e di costruire insieme con gli altri (diversi da me) un’opera comune.
Quale che sia la prospettiva, essere o non essere liberi, ancor più è il sentirsi liberi o costretti ciò che fa la differenza nel nostro stare al mondo. E anche qualora i condizionamenti e i vincoli sembrano davvero insuperabili, anche allora – o forse proprio allora – emerge in tutto il suo peso il differenziale “libertà” per l’esperienza umana.
Da un lato essa è il valore o il bene più ricercato e rivendicato oggi, incomparabilmente più che in altre epoche; dall’altro lato però è spesso messa in dubbio, se non addirittura negata, di fronte al fatto che noi saremmo sempre e completamente “determinati” da fattori naturali o da condizionamenti sociali. Lo si può vedere sia sul fronte delle scienze della mente con l’ipotesi di uno stretto riduzionismo biologico o funzionale dell’esperienza umana, sia sul fronte della cosiddetta intelligenza artificiale, il cui metodo è quello di “datificare” le nostre esperienze vissute elaborandole e predeterminandole in un calcolo di tipo simbolico-statistico.
Insomma, da tutte le parti si invoca libertà, e da tutte le parti al tempo stesso si decreta che la libertà è forse un’illusione, o nella migliore delle ipotesi un caso irrazionale. Come attraversare questo dilemma? Con che metodo? Una cosa è chiara: prima che qualcuno possa “spiegarci” cos’è la libertà o insegnarci delle tecniche per conquistarla, noi sappiamo bene quando ci sentiamo liberi e quando invece no. L’esperienza non inganna: noi potremmo addirittura ingannare gli altri, ma non potremmo ingannare noi stessi. Qui siamo di fronte come al nucleo incandescente dell’umano.
Due serate per un “dialogo in amicizia” con voci diverse che si confrontano per capire più a fondo il nostro tempo. Si apre questa sera a Santa Maria di Leuca la terza edizione del Piccolo Festival di Filosofia, che vede come protagonisti studiosi provenienti da diverse università. “Libertà va cercando, ch’è sì cara” il tema di quest’anno. Qui a fianco una sintesi dell’intervento di Costantino Esposito, curatore della rassegna insieme ad Alessandra Gerolin.