Cultura
l'altra hollywood •
Nuovo cinema Inferno e Paradiso
Dal #MeToo alle quote per le minoranze, dai cachet impazziti al declino delle sale: un’industria sconvolta da continue scosse di terremoto. Restano immutati il cinismo e l’ipocrisia, ma anche la capacità di realizzare autentiche opere d’arte

Il regista Christoper Nolan (al centro) con i protagonisti di Odissea, Matt Damon e Anne Hathaway (Foto LaPresse)
Qualche settimana fa un’amica attrice mi ha raccontato, tra il divertito e lo sconcertato, che il compenso ricevuto per un film interpretato recentemente è stato inferiore a quello ottenuto per indossare l’abito di uno stilista la sera degli Oscar, dove era stata candidata proprio per quel film. Non si tratta di un’eccezione, e i cachet sono a volte esorbitanti: mi è venuto spontaneo chiedermi se la progressiva prevalenza della cornice sul quadro sia ormai inarrestabile, come dimostra l’analoga rilevanza del red carpet sulle pellicole e dei coloristi sui critici. Questo spostamento di baricentro rischia di influenzare la fruizione stessa dei film, in un’industria sconvolta da continue scosse di terremoto, che ne stanno mutando, forse irreversibilmente, la fisionomia. Mi sono chiesto che valore attribuire ai cataclismi con cui si concludono due film straordinari degli anni Novanta ambientati nella città degli angeli: il terremoto di Short Cuts che l’ateo Robert Altman ha tratto da alcuni racconti di Raymond Carver, e la pioggia di rane immaginata dal cattolico Paul Thomas Anderson in Magnolia. I due registi, che hanno avuto il rapporto mentore-pupillo, infondono nei rispettivi finali un anelito di purificazione per un universo che ha perso i riferimenti etici ed è popolato da personaggi fragili, soli e alla disperata ricerca di calore. Partendo dai cataclismi immaginari creati da questi due grandi registi mi sono interrogato sugli effetti artistici e industriali generati dagli autentici cataclismi in corso, consapevole che Hollywood privilegia la concretezza e la logica del profitto su ogni tipo di riflessione morale.
Penso ad esempio all’avvento dell’intelligenza artificiale: già nel 2002, Andrew Niccol immaginava in S1m0ne la relazione tra un uomo e una donna generata artificialmente, ma questa rielaborazione del mito di Pigmalione e Galatea venne rifiutato dal pubblico e sottovalutato dalla critica. Sceneggiatore del Truman Show, Niccol portava alle estreme conseguenze la crescente difficoltà di comprendere, sia sul piano delle fattezze che della sensibilità e intelligenza, quanto ci sia di autenticamente umano in un personaggio creato dalla AI. I problemi creati da questo cataclisma sono anche di tipo meramente industriale: le immagini generate artificialmente possono risolvere in maniera suggestiva ed economica sequenze che richiedono scenografie ricchissime e migliaia di comparse, ma le stupefacenti potenzialità offerte da questa opportunità assestano un colpo mortale a interi settori della fabbrica dei sogni, mortificandone l’elemento artigianale. Ormai è possibile utilizzare l’autentica voce delle star nella lingua in cui i film vengono distribuiti: un effetto di assoluta veridicità che tuttavia mette in ginocchio il settore del doppiaggio.
L’irresistibile ascesa della AI è andata di pari passo con il passaggio dall’analogico al digitale: una decina di anni fa l’uso della pellicola era virtualmente scomparso e la Kodak sull’orlo del fallimento, fin quando cineasti del calibro di Steven Spielberg, Paul Thomas Anderson, Christopher Nolan, Quentin Tarantino e Brady Corbet hanno scelto di realizzare le rispettive opere in 70 millimetri, glorificando pubblicamente come la densità strutturale, quasi fisica della pellicola, offra maggiori potenzialità estetiche: non dimentichiamo che il termine inglese per indicare la pellicola è proprio film. Anche in questo caso sono molte le opportunità offerte dal digitale, a cominciare da una maggiore duttilità fotografica oltre che un indubbio risparmio di tempi e di budget: questi grandi cineasti non stanno facendo una scelta conservatrice, ma artistica. La battaglia per salvare la pellicola è avvenuta mentre la fabbrica dei sogni ha cominciato a proporre agli spettatori nuovi universi, nati, a differenza di Star Wars, non nel cinema, ma nei fumetti. Fino a pochissimi anni fa i film della Marvel e della DC sono stati tra i pochi a garantire un costante e sicuro successo, ma dopo una prima fase in cui sono stati affidati a registi dalla personalità forte come Sam Raimi, si sono susseguite regie firmate da mestieranti anonimi o resi impersonali dal progetto stesso: è bene riflettere anche sulla bidimensionalità dalla quale partono film di questo tipo.
A Hollywood domina da sempre l’eterno ritorno dell’identico, anche dopo rivoluzioni quali la fine del cinema muto o dello studio system: non è mai cambiata la dinamica e la mentalità della struttura di potere, anche nei momenti in cui gli agenti hanno cominciato a dirigere gli studios, come nel caso di Mike Ovitz, fondatore della potentissima Caa (Creative Artists Agency) e poi capo della Disney. O quando le major sono diventate parte di giganteschi conglomerati internazionali con un differente core business, e che quindi vedevano nel cinema solo uno degli elementi del loro impero, non necessariamente il più importante. Non è cambiata neanche la spietatezza, il cinismo, il culto dell’immagine, il glamour che nasconde spesso il vuoto, se non la miseria, ma è rimasta immutata anche la formidabile professionalità, l’energia, la volontà di combattere il disincanto con l’entusiasmo, e la capacità di realizzare, nonostante tutto, autentiche opere d’arte.
Uno dei cataclismi più potenti e liberatori è avvenuto a seguito degli scandali sessuali con la conseguente nascita del fenomeno #MeToo, e chi ne è stato travolto ha continuato a vivere fino all’ultimo momento come se non stesse succedendo niente: un mese prima di essere incriminato e arrestato ho visto di persona Harvey Weinstein aggirarsi al festival di Toronto con la solita attitudine arrogante e sprezzante. Era consapevole che le indagini che lo riguardavano stavano per essere pubblicate, ma si riteneva un intoccabile.
Hollywood Babilonia di Kenneth Anger e The Casting Coach / Il sofà del produttore di Selwyn Ford hanno raccontato come alcune pratiche, gravi e inaccettabili, siano esistite a Hollywood sin dagli albori, e parlando del “pedaggio sessuale” è necessario aggiungere che la categoria dei potenti non è limitata soltanto ai produttori, ma anche ai registi e alle star, e a Hollywood circola una battuta terribilmente cinica, ma assolutamente illuminante per capire la struttura del potere, che racconta di “un’attrice così stupida che andava a letto con lo sceneggiatore”. Il sistema hollywoodiano non solo è cinico sino alla spietatezza, ma anche omertoso: tutti sanno o quanto meno sospettano tutto, ma esiste un tacito patto per cui di alcune cose non si parla. Nel caso delle vittime per paura, mentre per quanto riguarda chi è conoscenza di questi abusi, per non toccare un equilibrio che porta, o quantomeno portava, vantaggi a tutti. Il cinismo e l’omertà vanno di pari passo con l’ipocrisia, e tutto ciò ha rafforzato lo status quo, che è stato messo in crisi soltanto grazie alle indagini giornalistiche del New York Times e del New Yorker che hanno scoperchiato il vaso di Pandora: fin troppo facile, in questo caso, pensare alla pioggia di rane. Rozzo e volgare, il più potente mogul di Hollywood, condannato a 39 anni di carcere per gravissimi reati tra i quali lo stupro, era brutale anche come produttore, mestiere però nel quale ha dimostrato un’indubbia competenza, come testimoniano i numerosissimi premi e gli artisti con cui ha lavorato: al recente festival di Taormina Jane Campion ha suscitato scalpore riconoscendogli pubblicamente questo talento. Sull’onda dell’inchiesta giornalistica, sono stati denunciati per abusi sessuali il due volte premio oscar Kevin Spacey, in seguito scagionato dalle accuse più gravi, altri attori celebri come James Franco, Morgan Freeman, Dustin Hoffman, Danny Masterson, Casey Affleck, Armie Hammer, e registi appartenenti alla categoria hollywoodiana definita A list: John Lasseter, Bryan Singer, Paul Haggis, Nate Parker e Brett Ratner, autore del recente Melania, dedicato all’attuale First lady. Le denunce si sono estese ad altri settori, quali la musica classica (Placido Domingo e James Levine), quella pop (Michael Jackson), rap (R. Kelly), la stand up comedy (Louis C.K.), la televisione (Bill Cosby) il giornalismo (Charlie Rose), la gastronomia (Mario Batali) e, con Andrew Cuomo, anche al mondo della politica, ambiente coinvolto anche nell’orribile vicenda di Jeffrey Epstein. Il movimento #MeToo ha trovato il palcoscenico sui red carpet dei principali festival e nel corso di premiazioni, raggiungendo il momento di massima visibilità con un celebre discorso di Oprah Winfrey culminato nella frase “time’s up” (il tempo è scaduto), che ha dato il nome a un’organizzazione per la difesa delle donne molestate: tutto sacrosanto, ed è bene ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi le denunce sono state sostanziate da prove schiaccianti.
Questi movimenti hanno portato alla ribalta anche casi di molti anni prima, come quello di Roman Polanski, condannato in contumacia in America per aver drogato e stuprato una minorenne, e Woody Allen, accusato di molestie sessuali nei confronti della figlia adottiva Dylan, che all’epoca aveva sette anni. La gravissima accusa, relativa a un presunto episodio avvenuto nell’agosto del 1992, è stata rilanciata a 25 anni di distanza dal figlio avuto con Mia Farrow, Satchel, che ha cambiato il nome in Ronan e preso il cognome della madre, la quale ha dichiarato di averlo concepito con Frank Sinatra. E’ importante andare per ordine: non c’è dubbio che Allen abbia compiuto qualcosa di inopportuno avviando una relazione – e poi sposando – la figlia adottiva della compagna, ma ciò non rappresenta qualcosa di illegale. E’ stato invece assolto dalla gravissima accusa di pedofilia, rilanciata da Ronan, e nel secondo processo il giudice ha redarguito Mia Farrow perché aizzava i figli contro l’ex compagno. Questo orribile pasticcio, dove sembra che non ci sia nessuno del tutto innocente, finisce per mettere in dubbio la veridicità di alcune accuse su altre personalità, e lascia il sospetto che l’inoppugnabile reazione a decenni di intollerabili abusi abbia scatenato un’ondata destinata a travolgere tutto e tutti, in alcuni casi persino per motivi personali. Si è arrivati al paradosso di interpreti che hanno ripudiato di aver lavorato con Allen nei 25 anni passati tra lo scandalo e le accuse di Ronan Farrow, giungendo a devolvere il loro compenso senza che fosse emerso nulla di nuovo. Il risultato è che Allen si è visto rescindere tutti i contratti cinematografici, televisivi ed editoriali, e questo, se si crede nella giustizia che lo ha proclamato innocente, è inaccettabile da un punto di vista artistico oltre che morale.
E’ necessario ricordare che in Francia, dove è stata accusata di abusi anche una star come Gerard Depardieu, cento donne guidate da Catherine Deneuve hanno scritto in risposta al movimento #balancetonporc (denuncia il tuo maiale) una lettera aperta al Monde, nella quale sostenevano che invece di difendere la dignità delle donne, “facevano il gioco dei nemici della libertà sessuale, dei fondamentalisti religiosi e dei peggiori reazionari” e di coloro che ritengono che le donne siano “bambine con le apparenze di adulte, che chiedono di essere protette”. Poi continuava: “Ancora un passo e due adulti che vogliono fare l’amore dovranno prima controllare con un’app sul cellulare un documento in cui saranno elencati coloro da accettare e rifiutare”, arrivando a questa conclusione: “Il filosofo Ruwen Ogien difendeva la libertà di offendere come essenziale alla creazione artistica. In egual modo noi difendiamo la libertà di molestare, indispensabile alla libertà sessuale”.
Ho voluto citare la lettera, che generò indignazione, perché punta l’indice su come l’ondata del #MeToo abbia generato, insieme alle doverose punizioni di chi si è reso colpevole, anche un effetto pericoloso sul piano della libertà, anche artistica. Questo rischio è ancora più evidente nel penultimo cataclisma, che ha visto la condanna, anche qui sacrosanta, delle discriminazioni, in particolare razziali e di genere. Per decenni si è assistito a forme di razzismo o sessismo inaccettabili, e la campagna #OscarsSoWhite, che denunciava la sparuta presenza di candidati non bianchi, ha portato all’allargamento di un terzo del numero dei votanti dell’Academy, che ha raggiunto il numero di 10.100. I nuovi membri sono stati selezionati con un’attenzione dichiarata al sesso femminile e alle minoranze, e i frutti di questo cambiamento si sono raccolti subito: negli ultimi anni sono state premiate per la regia Chloé Zhao per Nomadland e Jane Campion per Il potere del cane, dopo che nelle prime 94 edizioni aveva vinto soltanto una donna, l’eccellente Kathryn Bigelow con The Hurt Locker.
Una maggiore attenzione è stata data anche a categorie dove esistono straordinarie professioniste assurdamente ignorate, come la direzione della fotografia, ma rimane purtroppo il dubbio, insopprimibile quando si parla di arte, che i verdetti siano influenzati più dalle rivendicazioni che dall’effettiva qualità. Insomma, ciò che è giusto moralmente non lo è necessariamente da un punto di vista artistico, e per rimanere negli esempi citati, siamo davvero certi che Chloé Zhao fosse la migliore regista del 2021? Che peso hanno avuto gli ignobili episodi di razzismo nei confronti degli asiatici in relazione ai premi a valanga ottenuti da un filmetto come Everything Everywhere all at once? Quell’anno Michelle Yeoh era davvero più convincente di Michelle Williams in The Fabelmans o Cate Blanchett in Tar? Quanto ha pesato nella scelta che il personaggio di quest’ultima sia in controtendenza rispetto alle istanze del movimento #MeToo? Non è poi grottesco paragonare i simpatici Daniels a un maestro come Spielberg?
Sono domande scomode che si deve porre chiunque abbia a cuore il cinema, che, come ogni espressione artistica, non può tollerare limitazioni o indirizzi di questo tipo, anche se nati con le migliori intenzioni. La questione peggiora se riflettiamo che a partire dal 2024 in alcune categorie, tra le quali miglior film, le opere per essere eleggibili devono avere una quota destinata alle minoranze. E’ questo il punto dove si passa da intenti nobili all’ottusità: molti capolavori premiati con l’Oscar non sarebbero oggi candidabili, come a esempio Il Padrino e Il cacciatore. L’enorme rischio è che i film, già abbondantemente anestetizzati in obbedienza ai dettami del politically correct, divengano popolati forzatamente da esponenti di minoranze non necessari da un punto di vista drammaturgico o artistico, ma presenti solo in obbedienza a questa norma. Provate a dare un’occhiata alle grandi produzioni, sia le commedie sentimentali che quelle con protagonisti i super-eroi e persino le serie, e analizzate com’è composto il cast da un punto di vista della razza, del genere e delle attitudini sessuali: tutto giusto e nobile, ma nel momento in cui ciò viene imposto, si perde anche in questo caso, un grado di libertà.
Allo stato attuale non c’è studio o casa di produzione che osi mettersi di traverso a una norma di questo tipo, anzi, c’è una corsa all’essere più realisti del re, ma il malumore sotterraneo è crescente, e ne è segno evidente in Tar, che racconta gli errori, anche gravi, che portano alla rovina una direttrice d’orchestra omosessuale di enorme successo: è significativo che il film non sia stata attaccato per questioni artistiche, ma per aver incrinato la solidità della battaglia contro le discriminazioni.
Infine, l’ultimo cataclisma: il declino delle sale cinematografiche, iniziato da un quindicennio, ha subito un colpo definitivo, forse mortale, con la pandemia. I lunghi mesi di lockdown ci hanno abituato a vedere i film a casa, con l’ausilio di proiezioni sempre più sofisticate. Di questo si sono avvantaggiati i canali in streaming, che erano già in grande espansione, i quali hanno privilegiato la produzione delle serie sui film: Netflix, Apple, Amazon, Hulu e Mubi, solo per citare i più potenti, sovrastano spesso gli studios, costretti a correre ai ripari con fusioni clamorose, come quella della Disney che ha acquistato la Twentieth Century Fox. Hollywood ha risposto al calo del 40 per cento rendendo lo spettacolo cinematografico un unicum godibile solo in sala, a cominciare dalla qualità dell’immagine: schermi sempre più giganteschi, poltrone comode, ristorazione che va ben oltre il popcorn, librerie e altre amenità. Parallelamente ha cominciato a valorizzare talenti dotati di appeal sui più giovani e nati in realtà quali YouTube, come Curry Barker e Kane Parsons, giunti al successo con Obsession e Backrooms. La riscoperta dei generi fa parte della stessa strategia, che ha individuato nell’horror il più economico, redditizio e vicino a un nichilismo sempre più diffuso.
La prevalenza degli schermi domestici su quelli pubblici sigilla una netta inversione di tendenza rispetto alla storia di Hollywood: a cominciare da Robert Altman, William Frìedkin, Sidney Lumet e lo stesso Steven Spielberg, la televisione ha sempre rappresentato il luogo in cui i registi si facevano le ossa prima di debuttare nel cinema, mentre ora appare un approdo ambito.
Non sappiamo se le mosse studiate dall’industria saranno sufficienti, né se in questo caso si tratta di un cataclisma naturale o una punizione per il lassismo o l’avidità, certo è che Hollywood appare frastornata e incapace di reagire con visionarietà. Questo ultimo cataclisma la colpisce nella sua più intima essenza: non c’è dubbio che quello che vediamo nel nostro salotto possa essere un film, a volte anche di straordinaria fattura, ma il cinema consiste nella condivisione con persone sconosciute di un’emozione generata da immagini in movimento proiettate su uno schermo più grande di chi le guarda. Anche non volendo aggiungere a questi requisiti la visione in pellicola, la mancanza di uno di questi elementi ci pone di fronte a qualcosa che può divertirci, appassionarci e anche commuoverci, ma il cinema è un’altra cosa.