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Mario Isnenghi: “La parabola del ‘Conte Rosso’, fascista in malafede”
Il professore propone un asciutto saggio sul caso emblematico di un intellettuale che cambiò casacche fino all’ultimo: "Piovene s’era finto fascista solo per fare il giornalista. La teorizzazione della malafede lo isola naturalmente da tutti quelli che leggevano il proprio passato come uno sbaglio". Intervista
19 LUG 26

Mentre il pubblico mainstream si è diplomato esperto di fascismo con la saga di Scurati, il professor Mario Isnenghi propone un asciutto saggio sul caso emblematico di un intellettuale che cambiò casacche fino all’ultimo: il “Conte Rosso” Guido Piovene, aristocratico vicentino, giornalista famoso, scrittore, Premio Strega 1970, amico da giovane di Eugenio Colorni, poi sodale di Indro Montanelli e cofondatore del Giornale dopo avere indossato la camicia nera e fatto il comunista nel ’56. Uno Zelig spudorato, perché a differenza di altri ammise di essersi finto fascista in perfetta malafede. Isnenghi, decano degli storici italiani, presidente onorario dell’Iveser (l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea), gli ha dedicato il libro “‘Non essere un porco’. Guido Piovene e le code di paglia”, pubblicato da Ronzani.
Perché Piovene riesumava quel passato tanti anni dopo? Senso di colpa?
Come numerosissimi intellettuali, nei decenni seguenti alla caduta del fascismo si era roso interiormente cercando di pacificarsi con quelle vicende, però non ci riuscì. Nel 1962, un anno prima di quel romanzo, aveva inscenato una specie di autodafè nella premessa a una raccolta di articoli, intitolata “La coda di paglia”, in cui affermava di avere aderito al fascismo in perfetta malafede. Mica come gli “stupidi entusiasti” che ci avevano creduto davvero.
Una provocazione? Una confessione?
Una sconfessione delle autoassoluzioni personali e collettive espresse da uno Zangrandi ne “Il lungo viaggio attraverso il fascismo”: gli ex rivendicavano la buona fede generazionale, chi era stato fascista di sinistra reclamava i tentativi di riportare il regime al radicalismo originario e di essersi scoperto comunista o socialista dopo averli falliti. Piovene no, non s’era illuso mai: s’era finto fascista solo per fare il giornalista. La teorizzazione della malafede lo isola naturalmente da tutti quelli che leggevano il proprio passato come uno sbaglio.
Quanti intellettuali non ammisero la malafede o la ammantarono di ingenuità giovanile?
Qualcuno più mediocre aderì perché “teneva famiglia”, ma non banalizziamo. Il fascismo non fu frutto di un’improvvisa calata di barbari. Quel fascio riuniva tanti rami diversi: chi guardava alla destra storica, chi al Risorgimento, chi all’ideale di una nuova rivoluzione nazionale e non internazionalista, che unisse tutti i ceti per la realizzazione di un’Italia in cui si recuperava il primato bimillenario di Roma. Oggi può far sorridere, ma il mito del grande passato non nasce col fascismo, c’era già nell’Ottocento. E ci piaccia o no veniva generalmente accettato che la costruzione di questa nuova civiltà si basasse su atteggiamenti di responsabilità reciproca controllati dall’alto. I grandi bagni di coscienza avverranno tra il 1943 e il 1945.
Cosa fa Piovene in quegli anni?
È a Roma e aderisce a Bandiera Rossa, un’organizzazione dove convivevano stalinisti, trotzkisti, ex fascisti. Decine di suoi militanti finirono alle Fosse Ardeatine. Poi Piovene chiede di entrare nel Pci ma Mario Alicata dice di no, e gli fallisce pure un tentativo socialista nel Psiup. Il secondo avvicinamento ai comunisti è del 1956, quando molti lasciavano il partito dopo i fatti d’Ungheria.
Qual è il vero Piovene?
Certamente la coerenza non fu la sua musa né con quella avrebbe fatto tanta strada. Chi nacque tra fine Ottocento e inizi Novecento attraversò tre Italie: liberale, fascista e repubblicana. Furono vite complesse e lo fu ancora di più la storia collettiva. Possiamo formarci un giudizio più sui comportamenti materiali che sulle intime idee personali.
Perché negli ultimi anni la parola fascismo si è così banalizzata? S’apostrofa “fascista” pure chi parcheggia in doppia fila.
Se è per questo ricordo che negli stadi un tempo chiamavano “fascista” l’arbitro se dava o negava un rigore, poi gli diedero del cornuto che è ingiuria politicamente neutra. Chissà oggi, non vado alle partite. Nel corso del nostro lungo dopoguerra, e fino alla fine degli anni Novanta, la storiografia si era sganciata dal dibattito politico e dalle reciproche faziosità. Poi la politica ha ripreso il sopravvento e il linguaggio s’è arroventato, per cui quel mondo passato che le nuove generazioni avrebbero potuto guardare come si guarda all’Italia giolittiana è stato in parte sottratto agli storici nel rapporto con il pubblico. È come se s’applicasse il dualismo maggioritario anche al modo di pensare la storia, ma quando la politica lo intride obbliga a scelte schematiche: o di qua o di là.
Ripescando dalle teche Rai qualche vecchio dibattito sul Ventennio colpisce la compostezza degli opposti opinionisti. Adesso s’azzuffano.
Sussurrare sarebbe difficile in una discussione dove gli altri berciano e dove sovrabbonda l’indignazione. Siamo d’accordo: ‘Facit indignatio versum’, però non può diventare una costante del linguaggio.
Che fare?
Ci vorrebbe una ribellione lessicale, ma purtroppo è difficile che i cambiamenti si realizzino dal basso.