Una mostra sulle mostre. Arte e dialettica da Ghezzi al contemporaneo

Nell'“Expositio Mundi. La mostra come medium” le opere sono diffuse, très chic, fra i Musei civici di Palazzo Buonaccorsi, la Biblioteca Mozzi-Borgetti e lo Sferisterio. Un'esposizione sul mostrare, sulla storia dell’allestimento, sull’esibizione dell’arte

18 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 08:35
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Michele Ciacciofera, Pathosformel, 2026. Courtesy Building Gallery

Philippe D’Averio faceva dell’umorismo sulla povera tela condannata a fare da dirimpettaia della “Monna Lisa” di Leonardo nella sala del Louvre: chi mai le avrebbe prestato attenzione? Basta riflettere un momento su questa condizione per realizzare quanto non sia retorico ma invece sostanziale discutere di allestimenti che influenzano il valore e il significato delle opere esposte. Invita a rivolgere lo sguardo su questa questione “Expositio Mundi. La mostra come medium”, a cura di Lorenzo Benedetti con Giuliana Pascucci, a Macerata fino al 10 gennaio 2027. Le opere sono diffuse, très chic, fra i Musei civici di Palazzo Buonaccorsi, la Biblioteca Mozzi-Borgetti e lo Sferisterio. Una mostra sul mostrare, sulla storia dell’allestimento, sull’esibizione dell’arte. Gesto eminentemente riflessivo e dialettico, Benedetti parla delle mostre come “anti negazione”, che hegelismo, tesi antitesi sintesi. Ma non si rinuncia alla concretezza dell’indagine storica, e dunque a dare il via al percorso espositivo c’è il lavoro del marchigiano Giuseppe Ghezzi, 1634-1721, pittore, letterato vicino all’Arcadia ma soprattutto prototipo del curatore moderno.
Attivo a Roma, organizzava a San Salvatore in Lauro esposizioni pubbliche di collezioni private, non tanto inventando la pratica della mostra moderna ma codificandone la struttura come operazione critica. Per esempio “il suo rifiuto nel 1716 di spostare da posizioni chiave le pale di Guercino e Guido Reni per fare posto a creazioni prestate dal cardinale Paolucci suscitò risentimenti e rancori persistenti”, scrive Pascucci nel saggio in catalogo. Così anche il manoscritto di Ghezzi, fonte preziosa per studiare il suo modus operandi, e i suoi quadri esposti, tra cui un ritratto di Gian Lorenzo Bernini, necessitano di uno spazio che li metta in dialogo con il resto degli artisti contemporanei presenti: a costruire questo dialogo è Adelaide Cioni con un’installazione site specific di teli di cotone, un labirinto che richiama il gesto barocco e teatrale del velare e disvelare, così secentesco e così attuale. Ma i nomi in mostra sono tanti, Paolini e Beuys per cominciare, poi un neon di Nannucci. A proposito di neon, molto barocco è anche il gioco di luci e ombre – phos, luce, phainomai, mostrarsi, ah il greco antico, grazie liceo classico. Dallo spazio ampio in pieno sole dello Sferisterio, eccezionale teatro all’aperto ottocentesco, agli ombrosi corridoi della biblioteca, che ospita l’opera a tema crepuscolare di Laura Paoletti. Molti i lavori “irresponsabili con il passato”, come dice Michele Ciacciofera in relazione ai suoi quadri che rivisitano opere del Rinascimento.
Ma lo studio su Ghezzi invece è ben responsabile, non solo nell’indagare il suo concetto di mostra come gesto critico ma anche come moltiplicatore al centro di “una triplice dinamica: amplia la conoscenza, forma un pubblico e accresce il valore culturale delle opere attraverso la loro circolazione visiva”, come scrive Benedetti nel saggio in catalogo. La democratizzazione dell’arte già nel Seicento. Ghezzi aveva interesse a esibire le opere a scopo didattico per gli artisti ma non solo, le sue esposizioni erano aperte a tutti. E siccome il significato e il valore dell’opera li fa anche chi la fruisce, “si trasforma il pubblico da consumatore a produttore”. In omaggio a quest’idea duchampiana, “Expositio Mundi” si completa con “3500 cm2”, progetto di Benedetti che distribuisce gratuitamente poster ai visitatori, così da rendere anche casa propria uno spazio espositivo.
Al Louvre la tela davanti alla Gioconda è “Le nozze di Cana” del Veronese. Per fortuna il contesto espositivo non è tutto e possiamo dire che è un’opera bella e interessante. Ma “Expositio Mundi” interroga con intelligenza il nostro modo di fruire l’arte, e la luce che getta su Ghezzi è un contributo prezioso a una storia dello sguardo.