Cultura
lontano dal palcoscenico •
C'era una Strega in Messico. Cronaca semiseria da un van letterario
Dalle polemiche lasciate in Italia ai musei di Città del Messico, fino alle piramidi di Teotihuacán. Il dietro le quinte del viaggio dei tre finalisti del premio letterario. Tra jet lag, Platone, Camus, Frida Kahlo e aria condizionata. Più che una trasferta, un racconto corale

Dopo le polemiche venute fuori da un chiacchiericcio su un pulmino per Bisceglie, con tre dei sei finalisti al Premio Strega, ci ritroviamo dentro un van in Messico, che a quanto pare, ha messo le ali. Facile, pensiamo, considerando anche la canzone “Messico e nuvole” di Enzo Jannacci, ma meglio non pensarci, perché ci mette tristezza. In quella stanza con quattro vetrate con vista variabile e aria condizionata, la temperatura è più calda di quella che c’è fuori (è la stagione delle piogge, ma non piove) e ci si diverte. Oltre all’autista che si divincola tra viuzze, tangenziali e gran viali rispettando un azzardo tutto messicano (leggi: guidando pericolosamente), c’è il direttore della Fondazione Bellonci Stefano Petrocchi, l’ufficio stampa, noi con tre colleghi e poi loro, gli scrittori: Elena Rui – in finale con Vedove di Camus (L’Orma editore) – Matteo Nucci – con Platone (Feltrinelli) e – e Michele Mari – stra favorito con I convitati di pietra (Einaudi). In quei pochissimi metri quadrati più grandi e meno cari di un monolocale al Pigneto o a Porta Ticinese, se non si dorme (il jet lag c’è e la fa da protagonista), si parla di qualunque cosa, ma non della polemica, fortunatamente, o forse no. Ci eravamo immaginati un altro duello verbale tra chi l’ha detto e chi l’ha scritto, ma la signorilità da entrambe le parti ha avuto la meglio. Si parla di un abito da acquistare (non vi diremo da e per chi), dell’eternità e della modernità di Platone, di collanine e pietra ossidiana, molto cool nel suo essere total black, dell’ indefinito e del tempo, del saper scegliere e del voler sbagliare, del caldo e dei mondiali di calcio, protagonisti nel paese che ci ospita di cui ammiriamo bellezze e contraddizioni. "Aria di fessura aria di sepoltura", dice qualcuno riguardo l’hotel dove alloggiamo, in pratica un eterno piano sequenza tra Shining e Backroooms, "Ma la colazione è pazzesca!. Chiudete l’aria condizionata? La riaccendete? Ho freddo. Ho caldo", diciamo quasi tutti, non allo stesso momento. E allora, mettiti la giacca, levatela, rimettitela, toglila ancora, che stress! C’è chi dorme e chi è sveglio "ma sembra stia dormendo, a pranzo come a cena, praticamente un totem".
Guardiamo il paesaggio, attraversiamo Città del Messico, ci emozioniamo davanti la casa/set tutta bianca del film Roma di Alfonso Cuáron e alla sua reale che invece è nera e arancione, site entrambe in un quartiere che si chiama come la nostra Capitale, Roma Sur (che non è però Roma sud), poco distante da Santa Maria La Ribera, nel quartiere nord, invece, che visitiamo grazie a un amico di Nucci “che a Roma c’ha n’forno a Monti”(cit.), fidanzato a sua volta con la proprietaria di una comune per artisti “che nun c’hanno voja de lavora’” (altra cit.), ex casa dell’artista e scrittrice Francesca Gargallo, presto museo. "Questo sarà il mio rehab dopo lo Strega", dice uno dei tre finalisti del premio che sarà assegnato l’8 luglio in Campidoglio, sede d’eccezione per l’80esimo anniversario. Parliamo di Camus e delle sue donne, della metafora che c’è dietro quella pietra dei convitati, di AI e di Platone che ci parla della necessità di metterci in crisi, "che non è una parola negativa perché viene ovviamente dal greco e vuol dire scelta, decisione". E allora, l’accendiamo o no st’aria condizionata? Blatera qualcuno. È una questione di scelta, anche quella. Ecco il Kiosko Morisko, Casa Wabi, Zocalo con la piazza e la cattedrale che non vediamo nella sua interezza, perché ci sono i megaschermi dei mondiali e tanta gente che va e viene tra profumi d’incenso insopportabili, ma per fortuna in aeroporto qualcuno ha acquistato il profumo Philosykos al fico di Diptyque e siamo salvi.
Arriviamo al Museo Nacional de Antropologia – a dir poco meraviglioso – dove c’è la presentazione in pompa magna con i finalisti e l’ambasciatore italiano in Messico, il romanissimo Alessandro Modiano, che ci invita la sera dopo nella sua residenza a Polanco, tra improbabili ma gustosi fusilli al sugo con gamberetti e il suo gatto rosso Leo, più socievole di un diplomatico. Prima ci sono stati altri musei, su tutti il Tamayo e il museo d’arte Moderna dentro il Bosco di Chapultepec, il Central Park del posto, loco/loco, loco/loco, cantiamo. Si, perché dentro quel pulmino o van che dir si voglia, manca la musica, ma non l’energia che, nonostante le poche ore di sonno, è tale da riuscire a farci fare anche una visita al sito archeologico Unesco di Teotihuacán, con la Piramide del Sole e quella della Luna, ma anche tanti ambulanti con ninnoli e souvenir di ogni tipo. Qualcuno compra un enorme fallo nero. "Hai fatto bene, è elegante e raffinato e sta bene un po' ovunque. Lo puoi mettere dove vuoi". Ok, chi intende intenda, gli altri in roulotte o in camper, che è più naïf. Alla dogana sarà un problema o solo una grassa risata, ma va bene così. Il blu con il rosso bordeaux e il verde sarà la nuova tendenza in fatto di abbinamento, almeno per noi, grazie a Frida Kahlo e al suo museo – che poi era la sua casa – nel quartiere più bello di Città del Messico – Coyoacan – dove mangiamo tacos e insetti come fossero delle comuni chips e dove visitiamo anche la sede dell’istituto italiano di cultura che ha una biblioteca e un giardino più grande e più belli di quelli della sede di Parigi, dove facciamo scalo prima di tornare a Roma e dove non arriviamo mai, almeno per ora, perché il nostro volo è stato cancellato. Riusciremo a fare in tempo per la finale stregata? Chissà, nel frattempo, Messico e nuvole nel cuore, che Oltralpe chiamano nuages.